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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
Trenta anni dopo
Identità di un blog (e di chi lo scrive)
La grande truffa
Venticinque anni dopo
Ti spio anche senza risposta
Il valore della Moneta
La censura dei blog sbarca in Europa
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Come muore la mia terra
Osservando Napoli
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Quel che segue è un racconto da me inviato in marzo ad un concorso letterario, e, come già detto in passato, premiato con il secondo premio della giuria.
Attendevo oggi per pubblicarlo. Perchè oggi è il suo giorno.
VENTICINQUE ANNI DOPO
C’era un gran caldo umido quel mattino d'inizio agosto senza vento, con quell’afa che porta la gente al limite dell’asfissia. Ero in una stazione ferroviaria ad attendere un treno in ritardo. Oramai passato l'orario tipico dei pendolari, erano infatti le dieci e un quarto, attorno a me c’era un continuo viavai di gente dagli abiti leggeri e multicolori, confusa, accomunata solo dall'attesa di un treno. Chi con molti bagagli, chi senza nulla al seguito. Quel mattino, il 2 agosto per la precisione, m'ero svegliato storto - lo ricordo bene - ero rientrato a casa tardissimo, avevo tardato ulteriormente ad addormentarmi, avevo dormito per non più di quattro ore... Mi attendeva una lunga giornata di frenetici spostamenti su e giù per le vie di un’altra città, non per piacere ma per lavoro. Di sicuro non mi faceva bene vedermi circondato da gente in partenza per le vacanze estive.
Il treno aveva accumulato un ritardo notevole; alcuni viaggiatori – man mano che passavano i minuti - s'innervosivano sempre più: passeggiavano su e giù per il marciapiede, alcuni fumavano sbuffando ampie cortine fumogene; il tutto accanto a quel binario che si ostinava a rimanere vuoto. Mi ero posizionato in un angolo, appoggiato tra una parete ed un pilastro, intento a pensare ai fatti miei per ingannare l’attesa. Ogni manciata di secondi mi lasciavo distrarre da qualche gesto strano eseguito dalla gente o dal passaggio di qualche ragazza carina. Mi sentivo solo, riuscivo ad estraniarmi alla perfezione da un ambiente pieno di persone. Ero in una stazione ferroviaria sempre più affollata, eppure riuscivo ad essere solo! La solitudine era dentro di me, era salita su, dentro il cervello, si era espansa, fino a dominare i miei pensieri. Non che mi dispiacesse molto tale situazione (o tale evento?), ma avevo come una strana sensazione: che non fosse il momento giusto, o qualcosa di simile. Come se l’istinto volesse avvisarmi che avrei dovuto comportarmi diversamente. Chissà... forse sarebbe stato meglio se fossi rimasto nel letto, rifiutandomi categoricamente di alzarmi, astenendomi dal compiere quello sforzo di volontà costituito dal cominciare la giornata.
Erano appena le dieci e venti del mattino e già non ne potevo più! Pazienza: quando una giornata nasce storta, difficilmente la si raddrizza. Alcuni aspiranti viaggiatori, vinti dall’afa, si rifugiarono - ed io con loro - sotto la pensilina o nella sala d'attesa riservata alla seconda classe, alla ricerca di un punto riparato dal sole. Come unica soluzione al nervosismo causato dal ritardo e dalla giornata nata male, trovai la possibilità di distrarmi guardandomi attorno.
Ero circondato da altre persone in attesa, come me. A destra, sulla panca successiva, due giovani donne dai capelli biondi, certamente turiste, ammiravano l’entrata della sala d’aspetto, quasi fossero ipnotizzate da quella magica luce estiva che filtrava da fuori; a tre metri da loro c'era una coppia (fidanzati, o giovani sposi?), i due si tenevano per mano; dall'altro lato, su un’altra panca, sedevano una famigliola ed il solito turista tedesco, sempre isolato, che sembrava saper solo scattare foto. Non capivo cosa trovasse da fotografare in una grande stazione ferroviaria, ma si sa, tedeschi e giapponesi fotografano tutto. Probabilmente, dovevo apparire come l'unico che avesse qualcosa in comune con lui: tutti quelli che ci circondavano - le due giovani turiste, la famigliola, la coppia - erano in gruppo, io ero solo.
Questo non toglieva alla stazione il suo fascino intramontabile, sembrava anzi esaltarlo. Il fascino della partenza, il fascino dell’andare via, il pensiero dell’altrove, del partire verso un posto nuovo.
Fin da quando ero bambino, la stazione mi ha sempre fatto questo effetto, d’altronde il treno per me è sempre stato simbolo di libertà, di viaggio, di esplorazione, di conoscenza di nuovi mondi. E’ qui che è nascosto il fascino della stazione: è il punto d’accesso, la rampa di lancio, la porta magica verso quel mondo fatato e lontano che immaginiamo ogni volta che vediamo un treno in transito, verso il sogno del viaggio perenne, verso nuove scoperte, verso l’ignoto.
Tutte queste sensazioni erano acuite dal fatto che era il 2 agosto: piena estate, tempo di partenza per vacanze, per viaggi memorabili, degni di essere ricordati, per notti passate in treno o in altre stazioni andando verso mete lontane, mentre se ne sognano altre ancora più lontane.
Il 2 agosto nella stazione ferroviaria c’è di tutto: gente ogni estrazione sociale, di ogni cultura, nazionalità e provenienza.
Per tutti questi motivi, forse un po’ infantili e legati comunque alla fantasia, ho sempre pensato che la stazione ferroviaria è vita. Vita pulsante, vita in movimento.
Proprio perché è vita, il gioco più bello che si può fare in una stazione è il cercare di indovinare dove sono diretti i viaggiatori che ci circondano. La cosa bella è che, anche se di solito mi diverto a giocare in coppia, si può anche giocare da soli.
Mi misi a giocare, lasciando galoppare la mia immaginazione: le due turiste bionde erano dirette a Rimini per le vacanze al mare, la famigliola - padre madre ed un bambino di circa sei anni - poteva stare andando dai parenti in un posto del sud Italia; per la coppia avevo pensato ad un luogo più romantico, come ad esempio Firenze, il tedesco era l’unico che mi metteva in difficoltà: ero incerto tra Roma e Venezia.
Finalmente dall’altoparlante annunciarono l’arrivo del treno Ancona-Chiasso, il treno che attendevo. Mi guardai ancora attorno, esitai, quasi non volessi andare via: il sogno di perenne partenza che si accarezza nella stazione era riuscito a raddrizzarmi la giornata! Ammirai con una nuova gioia interiore la folla allegra, multicolore, vacanziera, poi vidi il treno fermarsi al binario e mi avviai verso l’uscita della sala d’aspetto. Un nuovo viaggio che iniziava. Una nuova promessa di libertà, di esplorazione, di conoscenza del mondo.
Guardai distrattamente l’orologio: le dieci e venticinque.
Fu un attimo, poi quel mondo di promesse svanì violentemente.
L’effetto devastante dell’esplosione fece cadere tutte le persone presenti, vidi per un attimo alcune sagome umane scagliate in aria, poi il soffitto crollò come se fosse fatto di sabbia. Sembrò che venisse giù tutta la stazione. Sembrò che venisse giù anche il cielo.
Ebbi il tempo di vedere il cadavere del tedesco cadere su altri corpi senza vita; le immagini delle maschere insanguinate delle due turiste bionde e della coppietta mi attraversarono le pupille, mentre qualcosa di pesante mi spingeva alle spalle verso il pavimento, poi fu il buio.
Un buio istantaneo.
Senza neanche sapere cosa fosse successo.
---
Un giornale qualunque. Edizione Straordinaria del 2 agosto 1980.
Bologna. L’esplosione di un ordigno all’interno della stazione centrale ha causato la morte, finora accertata, di 85 persone ed oltre 100 feriti, bilancio che sembra destinato ad aggravarsi nelle prossime ore.
Lo scoppio, violentissimo, è avvenuto alle 10.25 nella sala d’aspetto di seconda classe, ed ha provocato il crollo delle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe, dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar, e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione ha investito anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Al momento della stampa di questa edizione, i vigili del fuoco sono ancora al lavoro per liberare alcuni viaggiatori intrappolati tra le macerie.
Alex321
