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Le vie infinite dei rifiuti

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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose: fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."

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giovedì, 17 aprile 2008
.: Podgorica-Germania, serve un... :.

Ecco una di quelle notizie che in Italia i giornali proprio non vogliono dirci. Eppure, riguarda l'Italia. Riguarda noi.
Pensate che... se nei giorni scorsi vi foste trovati/e a sfogliare qualche quotidiano di un qualunque Paese situato dall'altra parte dell'Adriatico (Grecia, Macedonia, Kosovo, Albania, Montenegro, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovia, Slovenia), avreste trovato questa storia sulle prime pagine. In Montenegro e Kosovo addirittura in prima pagina.
E tutti gridano allo scandalo. In nove nazioni, e non so quanti milioni di abitanti.
E si parla di Italia.
E in Italia... silenzio!!!
Bene. Vuol dire che la raccontiamo qui.
Prima però ci vuole una breve digressione su come funziona il mondo delle dogane di frontiera dell'Unione Europea.
(non sono esperto, se dovessi dire qualche imprecisione, bacchettatemi)
 
Se io sono un cittadino di Bosnia, o magari di Serbia, e voglio fare un viaggio in Italia, che è in UE, non mi basta presentarmi alla frontiera con un passaporto valido, perchè verrei rispedito indietro.
Devo invece recarmi all'ambasciata italiana del mio Paese (a Sarajevo se sono bosniaco, a Belgrado se sono serbo), e chiedere il visto di entrata per l'Italia. Che vale per entrare in Italia e per girare al suo interno.
Se invece sono un turista e voglio girare mezza europa, quindi non un solo Paese, devo chiedere un visto diverso: un visto che mi permette di girare tutta l'UE, tutta l'area soggetta al trattato di Shengen. Un visto che per l'appunto si chiama visto Schengen. Quindi, se sono turco, vado ad una qualunque ambasciata di un Paese dell'UE con il mio passaporto, e chiedo umilmente che mi venga rilasciato il visto Schengen.
Ovviamente, se sono turco, devo andare ad un'amasciata di un Paese UE che sta a Istanbul, non posso andare a Belgrado, o a Sarajevo o... a Podgorica.
Ora, veniamo a noi ed alla storiaccia.
 
Che dalla regione sud dei balcani parta un corridoio privilegiato di immigrazione irregolare verso i Paesi dell'Unione Europea, quindi in area dove vige il trattato di Schengen, non è certo cosa nuova.
Sappiamo tutti bene che attraverso Kosovo e Montenegro i migranti passano, soggetti a sfruttamenti e pagamenti spesso inimmaginabili verso la costa della Puglia, e da lì si diffondono in tutta l'area Schengen.
Nulla di nuovo.
Sappiamo che una volta giunti in Italia, se nessuno li becca allo sbarco, allora ok, vanno via. Se li si becca, li si rinchiude in un CPT e poi (forse) li si rimanda indietro. Qualcuno racconta quel che gli è successo, altri invece... sapendo che stanno per tornare indietro hanno paura di parlare. Ma qualcuno racconta, e dice quanto diavolo ha pagato per un trasbordo clandestino attraverso l'Adriatico.
Ma ora, attraversiamo l'Adriatico, andiamo in Montenegro, e fermiamoci a Podgorica, capitale della Republika Crna Gora, che in serbo vuol dire appunto Monte Negro.
A Podgorica, come in tutte le capitali, ci sono le ambasciate di tutti gli Stati esteri, dal 3 giugno 2006, giorno dell'indipendenza (prima era Serbia).
A Podgorica un giorno arriva un signore tedesco, che si presenta alla polizia montenegrina, e si qualifica come poliziotto tedesco. E fin qui tutto bene. Proviamo ad immaginare il dialogo tra il poliziotto tedesco e quelli montenegrini. Non se ne sa molto, ma deve essere stato qualcosa di questo genere:
 
Tedesco: "Salve colleghi, in Germania, durante dei controlli, abbiamo trovato dei cittadini extracomunitari muniti di passaporto regolare con sopra un visto Schengen regolare".
Montenegrino: "Beh, allora direi che è tutto regolare..."
Tedesco: "No, per nulla."
Montenegrino: "Scusa collega, e cosa ci sarebbe di irregolare?"
Tedesco: "C'è che tutti i visti Schengen avevano il timbro di Podgorica". Montenegrino: "Beh, è normale... tutti i cittadini montenegrini per avere il visto Schengen devono andare ad una qualunque ambasciata di un Paese UE a Podgorica!"
Tedesco: "Appunto. Io invece ho detto che in Germania hanno tutti il visto Schengen con il timbro di Podgorica".
Montenegrino: "Ehh? Tutti chi?"
Tedesco: "Tutti! Turchi, Kosovari, Albanesi, Kurdi, Iraniani, Pakistani, e perfino Siriani, Ciprioti e disperati del sud est asiatico. Tutti con il timbro di Podgorica."
Montenegrini (in coro): "Merda!!! Ma che timbro era?"
Tedesco: "Beh, signori, si tratta di visti Schengen, quindi sono rilasciati, in questo caso abusivamente, dall'ambasciata di un Paese UE!".
Montenegrini: "Merda! Le ambiasciate godono dell'extraterritorialità, e non possiamo intervenire... ma scusi perchè vi siete rivolti a noi? Dovevate rivolgervi al Ministero degli Esteri del Paese di questa ambasciata che rilascia i visti abusivi!"
Tedesco: "Ci abbiamo provato, ma non ci hanno risposto nè calcolati. Quando abbiamo insistito ci hanno mandato a cagare. Per questo sono venuto da voi, dobbiamo elaborare un piano per fermarli: gli albanesi che abbiamo fermato in Germania ci hanno raccontato quanto cazzo hanno dovuto pagare come mazzetta per quei visti..."
Montenegrino: "Ci dice almeno di quale ambasciata si tratta? Chi è che sta lucrando sul traffico di esseri umani?".
Tedesco: "Certo! Si tratta dell'ambasciata italiana".
 
Fermiamoci un attimo e respiriamo forte, perchè qui le cose si fanno delicate. Penalmente, ma anche eticamente. E diplomaticamente.
Mettiamoci nei panni del poliziotto montenegrino, che si mette in pieno centro di Podgorica, davanti all'ambasciata italiana, e si mette a pedinare chiunque esca.
E pedina di qua, e pedina di là... prima o poi qualcosa deve pur scovare. E scova qualcuno, non montenegrino e neanche italiano, che esce dall'ambasciata italiana e va via. E' straniero, in territorio montenegrino. Il poliziotto lo ferma.
Poliziotto: "Mi favorisca i documenti".
Straniero: "Ecco il mio passaporto".
Il poliziotto controlla il passaporto, e poi sfoglia e vede che ha un bel visto Schengen nuovo nuovo.
Poliziotto: "Va in Europa?"
Straniero: "Si."
Poliziotto: "Ma lei lo sa che il visto Schengen deve riceverlo al suo Paese di residenza???"
Straniero: "ehm... dunque io... scusi ma in fondo, a lei cosa gliene frega... io sono kosovaro, il visto per il Montenegro come vede ce l'ho... ehm... cioè... cioè per lei qui in Montenegro è tutto regolare, su su non faccia il fiscale...."
Poliziotto: "Guardi sto cercando di dirle che questo visto non è valido. Poi se la beccano in UE sono cazzi suoi eh!"
Straniero: "Come non è valido??? Ho parlato telefonicamente con l'agenzia di viaggi! La domanda per il visto l'hanno fatta loro, ho anche pagato!"
Poliziotto: "Quale agenzia di viaggi?"
Straniero: "Quella con la quale parto per l'Europa..."
Poliziotto: "E quanto ha pagato per questo visto?"
Straniero: "Beh mi hanno detto che il costo normale per un visto Schengen è di 2.500 euro, questo ho pagato!"
Poliziotto: "2.500 euro per un visto!!! Dove si trova questa agenzia viaggi?"
Straniero: "E che ne so... io ho tenuto i contatti con loro solo telefonicamente... infatti come vede sono venuto io qui a ritirarlo..."
Poliziotto: "L'arresto subito, o prima mi da il numero di telefono di questa agenzia di viaggi?"
 
Trafiletto apparso sul quotidiano Danas, mentre l'operazione era ancora in corso:
 
"Un uomo montenegrino è sospettato per aver guadagnato circa 1 milione di euro contraffacendo passaporti per gli albanesi del Kosovo ed altri. Secondo quanto riportato dai media locali, l'organizzazione coinvolta ha usato un'agenzia di viaggio inesistente che, attraverso l'Ambasciata italiana in Podgorica, ha messo in circolazione circa 400 visti Schengen prima che la polizia tedesca e del Montenegro riuscisse ad individuare la frode.
Si pensa che l'uomo, nei cui confronti è stato emesso un avviso di garanzia, abbia guadagnato tra i 2,000€ e i 2,500€ a visto.
L'Ambasciata italiana ha già dato il via ad una investigazione interna per determinare se qualche impiegato ha preso parte alla frode, ed ha imposto delle restrizioni sui visti di emissione in Podgorica".
 
Ma il giorno dopo, le cose cambiano, appaiono le cifre vere, si capisce che l'inchiesta interna dell'ambasciata non serve e su tutti i giornali si legge:
 
"La polizia del Montenegro scopre una traffico di visti Schengen falsi, messi in circolazione tramite un’agenzia di viaggi inesistente, utilizzando l'ambasciata italiana di Podgorica. Secondo quanto riportato dai media locali, due dipendenti dell’Ambasciata italiana in Montenegro hanno emesso circa 800 visti Schengen destinati agli albanesi del Kosovo, con un giro di affari di oltre 1,6 milioni di euro".
 
Torniamo a noi.
Quindi, l’ambasciata italiana di Podgorica è rimasta coinvolta in un traffico di visti Schengen falsi, messi in circolazione tramite un’agenzia di viaggi non registrata, denominata Avio Travel che ha emesso circa 800 visti Schengen. Una frode grossa, per un valore che oscillava tra i 2,000€ e i 2,500€ ciascuno, guadagno che secondo la ricostruzione della polizia, era successivamente suddiviso tra i dipendenti dell'ambasciata e gli intermediari, che riuscivano a percepire circa il 10% della somma pagata.
Al momento sono stati sequestrati i documenti falsi dell’ambasciata italiana, li stanno consegnando alla direzione dell'Interpol, ce lo racconta il quotidiano di Podgorica Dan.
 
Bene. Due dipendenti dell'ambasciata. Saranno due montenegrini che lavoravano come impiegati presso l'ambasciata?
NO.
Come è giusto che sia, vogliamo i nomi.
E vogliamo che se ne parli, in Italia.
Se agli intermediari andava il 10%, ed il visto veniva venduto a 2.500 euro, vuol dire che in tasca a questi signori finivano 2.250 euro puliti ed in nero per ogni visto. 2.250 euro strappati dalle tasche di chi? Dalle tasche di disperati, di poveri, di migranti.
No, non voglio parlare di immigrazione. Voglio parlare semmai di sfruttamento dell'immigrazione, di traffico di esseri umani.
Vogliamo sapere chi si è arricchito.
Ma non dobbiamo cercare molto: ci ha pensato la polizia di Podgorica a scoprire chi sono.
 
La polizia montenegrina ha iscritto tra gli indagati Guido Rotelli e Alessio Ciccaranella, impiegati dell'ambasciata e principali imputati, e Mersad Licina, abitante a Rozaj e che faceva da intermediario.
Da notare la posizione di Rotelli che per un motivo che non mi è noto aveva intuito che la rete tesa dalla polizia stava per scattare. Allora cosa ha fatto? Un attimo prima che l'operazione iniziasse è corso a denunciare l’operazione: nel tentativo di non destare sospetti, aveva avvisato le autorità competenti dell'accaduto depistando così le indagini nei suoi confronti. Ma gli è andata male.
Lo stesso Rotelli è stato raggiunto dalla redazione di Podgorica del Dan per avere maggiori informazioni sull'operazione, ma ha rifiutato qualsiasi tipo di contatto, rendendosi così irraggiungibile da parte dei giornalisti.
 
Adesso, per cortesia, dimostratemi che l'inizio di questo post è sbagliato, elencandomi le testate italiane di tutti i tipi (giornali, radio, tv) che hanno parlato qui nel nostro Paese di questa storiaccia.
Grazie.

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storie e storielle, madeinitaly, balcani, lavori pubblici privati

mercoledì, 09 aprile 2008
.: Ricordi di un viaggio in Croazia :.

Pare che ci sia allarme-Croazia in questi giorni.
Io sono passato per la Croazia solo quattro volte in vita mia, e tutte e quattro volte ho avuto problemi con le forze dell'ordine. Nel senso che insultavano, alzavano i toni, si rigiravano i documenti quattro o cinque volte. E non posso dimenticare le facce schifate, non appena leggevano "Repubblica Italiana" sul passaporto.
Una volta, nel 2000, ero in treno. Alla dogana Ungheria-Croazia, dopo il controllo doganale ungherese, sale il poliziotto croato, entra nel compartimento e... ahimè, mi trova in piedi che guardavo dal finestrino. Mi urlò in serbo-croato di sedermi immediatamente, brandendo già le manette.
E non mancò di aggiungere, sempre in serbo-croato, ružan talijanskoga, o qualcosa del genere, che letteralmente significherebbe italiano di merda, o per lo meno brutto italiano. Contava sul fatto che io non capissi neanche una parola della sua lingua.
Non ci fu reazione da parte mia, mi restituì il passaporto con sguardo incazzato, ed io aspettai che se ne andasse senza sorridere e senza salutare.
Ma a quanto pare, mi è andata bene. Molto bene.
 
Per chi volesse approfondire, consiglio vivamente di leggere il caso di Giuseppe Monsurrò, al quale invece è andata peggio.
 
Saltando di palo in frasca, ricordo l'appuntamento di stasera, ore 18.30, presso Libreria Rinascita di via Prospero Alpino, 48 Roma (zona Garbatella-circ. Ostiense), presentazione del libro "Le vie infinite dei rifiuti - il sistema campano", di Alessandro Iacuelli.
Con tanto di mappa stradale per chi teme magari di perdersi :)

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 09:00 | link | fate pure commenti (15) |
ricordi, storie e storielle, balcani

mercoledì, 12 marzo 2008
.: Acciaio radioattivo: come fare appositamente confusione :.

Ce la ricordiamo la storia dell'acciaio radioattivo? Per regola dovremmo ricordarla, visto che è recente: datata marzo 2008. Tuttavia, se c'è qualche smemorato in giro, una rinfrescata può trovarla anche su Archivio Nucleare.
Comunque, la storia sembra finita bene. L'acciaio, contaminato da Cobalto 60, è arrivato dalla Cina e le nostre fonderie, contente di avere a disposizione acciaio a basso costo, l'hanno prontamente comprato per lavorarlo ed immetterlo sul mercato. Ed evidentemente dovevano essere davvero contente, visto che quelle maledette 30 tonnellate sono arrivate a La Spezia e in pochi giorni si sono diffuse fino a Brindisi, Campobasso, Treviso, Milano, Lucca, Frosinone, Latina e Mantova. E ovviamente nessuna industria acquirente, oh poveretta, aveva immaginato neanche lontanamente di fare un'analisi su un campione di materiale... (che ovviamente per i semilavorati non è un obbligo di legge!). Proviamo a pensare, visto che si parla sempre di incidenti sul lavoro, cosa ne sarebbe stato dei lavoratori di quelle imprese, che avrebbero - del tutto ignari - lavorato esposti al Cobalto 60. Ma per carità, non parliamo male degli industriali e della loro adorata e potente organizzazione di categoria....
Per fortuna, stavolta i carabinieri sono arrivati appena in tempo. L'acciaio è stato sequestrato, e tutti felici e contenti per lo scampato pericolo. Il 4 marzo la notizia già era sparita dai mass media e archiviata come appartenente al passato.
 
Chi frequenta questo spazio di sfogo personale, in generale, lo frequenta da tempo. Qui sono di più i visitatori abituali che quelli nuovi. Pertanto, chi passa di qua oramai mi conosce bene. Spesso addirittura senza conoscermi di persona. La conseguenza è che chi legge - ancora prima di me stesso - già sa una volta appresa la notizia che domande mi sono posto. Quindi sapete benissimo che tipo di ricerche ho fatto e dove voglio arrivare :)
Una volta letta la notizia, siccome in Italia non abbiamo siti di deposito di scorie nucleari che non siano palesemente illegali e fuori da ogni norma, mi si è accesa in testa questa lampadina: dove è andato a finire l'acciaio una volta sequestrato? Che forma di smaltimento/deposito è stata inventata?
(ho detto apposta inventata e non adottata, non è un errore)
 
Prima di tutto, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Avevo una traccia, e la stavo seguendo, ma non avrei potuto seguirla fino in fondo, se non fosse stato per Melita (che ringrazio), una vecchia amica giornalista slovena con cui sono in contatto fin dagli anni '90, dai tempi della prima guerra in Jugoslavia. Per chi si fosse perso per strada la mia attività giornalistica in Est Europa, rinvio a questo vecchio post.
 
Ma torniamo a noi. Si può leggere tutta la documentazione giudiziaria che si vuole, ma non si trova da nessuna parte dove sia stato depositato il materiale radioattivo. E già questa non è una bella cosa...
La pista che avevo è che tutto l'acciaio radioattivo, che come abbiamo visto era oramai dislocato in città di tutta Italia, è stato tutto quanto radunato nel porto di Brindisi. Eh beh... se non è una traccia questa. Non perchè sia Brindisi, ma perchè è il porto. E c'è una cosa sola che si fa, nei porti (almeno di solito).
Non solo, è un porto adriatico. Per questo ho tirato in ballo Melita, perchè è una che di Adriatico ne capisce. Però non ha avuto alcun bisogno di sguinzagliarsi a cercare in tutti i porti perchè, come ha saputo da una giornalista che si chiama Vukicevic, che 30 tonnellate di acciaio radioattivo fosse comparso come per magia in Croazia era già noto. E già il 5 marzo ne hanno parlato alcuni giornali croati, ma non quelli italiani.
Ma qua viene il bello: c'è qualcosa che sfugge! Da parte italiana, potevano esserci due risposte possibili:
1) L'abbiamo mandato lì per lo stoccaggio, in attesa del processo.
2) Non è quell'acciaio lì, è altra roba, magari un'altro pezzo del carico originale proveniente dalla Cina.
Invece di una di queste due risposte, c'è stato solo silenzio.
Non sappiamo, a meno di non volere fare ipotesi azzardate, se si tratta di quell'acciaio trovato in Italia o se sono altre 30 tonnellate. Quel che sappiano è che il destinatario del carico, a quanto mi dicono dalla Croazia, è uno smaltitore privato.
 
Qui in Italia, silenzio assoluto, ma in Croazia si è alzata la caciara. Con tanto di indagini di polizia e - forse - futuro incidente diplomatico.
Sui giornali croati si è letto sempre lo stesso titolo: "Acciaio radioattivo dall'Italia portato in Croazia".
Per ora, quel che si sa (da parte Croata) è che sono confermati i sospetti secondo cui l'acciaio cinese giunto in Italia, si trova adesso in Croazia.
Lo afferma l'Istituto nazionale croato per la protezione contro le radiazioni nucleari, aggiungendo ovviamente che non vi è alcun pericolo per la popolazione locale.
Destinazione Croazia, quindi? Chi lo sa... Fatto sta che il governo d'oltreadriatico, non ci sta. E fa bene. A tale proposito, alcune fonti governative croate (che non sono riuscito ancora ad individuare, ma spero sia questione di ore), hanno richiesto alla loro magistratura ulteriori indagini al fine di verificare il percorso dell'acciaio, verificare se sia avvenuto sotto controllo di forme di criminalità organizzata, che, come è accaduto già altre volte, trasporta sul territorio croato una grande quantità di materiale radioattivo proveniente da altri stati.
 
"L'importazione di materiale radioattivo è contraria alla legge", scrive in un comunicato il Ministero dell'Ambiente croato, sottolineando che fino a questo momento non avrebbe dato alcun permesso in tal senso.
È ovvio tuttavia, che le organizzazioni criminali non agiscono con i permessi, e utilizzerebbero dei punti d'accesso alle frontiere e dei forti collegamenti presso il Consiglio delle Dogane croato (Attenzione!: Questa informazione è trapelata tra i media croati, non è confermata ed io non ho strumenti per verificarla! Ok? Ci siamo capiti?).
 
La Croazia, tuttavia, non deve affrontare solo i gravi problemi nella gestione dei rifiuti radioattivi esteri, ma anche dei propri. Il governo croato ha infatti sottoscritto un accordo con la Slovenia per l'istituzione di un fondo comune per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi della centrale termonucleare di Krsko. Al momento non è stato ancora chiarito dove verranno depositati i rifiuti, considerando che la Croazia non può sostenere al momento i costi per il trasporto in altri Stati.
 
Ma le domande sono altre.
La prima è quella più ovvia: è davvero l'acciaio sequestrato in Italia quello che ha attraversato l'Adriatico? O no?
E poi... Chi? Cioe... intendo dire:
Chi ha mandato a Brindisi quell'acciaio? Chi l'ha imbarcato? Con quale compagnia di trasporto? Che intermerdiari sono stati usati? Come è stato scelto il destinatario? Quanto è stato pagato? Perchè diavolo i media italiani non ne sanno nulla?
Poi, ci sono domande ancora più gravi... ma quelle sono certo che le avete intuite.
Chi vuole aggiungere nuove domande... può farlo nei commenti.
Tutte domande alle quali non abbiamo risposte, così come potrebbe anche darsi che in Croazia tutti abbiano preso un granchio... Anzi, ci auguriamo che sia tutto un granchio.
Ma questi dubbi profondi non possono certo impedire a noi, in Italia, di sollevare qualche ragionevole dubbio. Perchè vorremmo delle risposte.

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 09:22 | link | fate pure commenti (7) |
nucleare, ricerche, balcani

martedì, 05 febbraio 2008
.: Anniversari di oggi. Mula Mustafe Bašeskije :.

Oggi è il compleanno di Lui. Nessuno gli fa gli auguri?
 
Passiamo a cose più serie che è meglio.

Era il 5 febbraio 1994, quando l'assedio di Sarajevo raggiunse il suo picco più terribile. Quel giorno, si consumò quella che è passata alla storia come la strage del mercato coperto, situato in mula Mustafe Bašeskije.


Visualizzazione ingrandita della mappa

Morirono in un solo attimo 69 persone, con un contorno di almeno 200 feriti.
 
Per capire quella strage, bisognerebbe tornare indietro nel tempo, cosa che intendo fare solo parzialmente. Sul come la guerra in Jugoslavia sia arrivata a Sarajevo, già scrissi molto abbondantemente a stampa (all'epoca Internet non c'era) nel 1995, con l'assedio ancora in corso. Un opuscolo che veniva distribuito ai banchi informativi sulla guerra in Bosnia, lungo una sessantina di pagine. E siccome sono passati anni, e non trovo neanche sottomano una copia (mi sa che è rimasta a Napoli mentre ora sono a Roma), meglio partire dall'inizio dell'assedio stesso.
 
E' stato il più lungo assedio nella storia bellica moderna, infatti è durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Roba che a confronto anche l'assedio di Leningrado impallidisce.
Partiamo allora proprio da quel 5 aprile 1992. Era il giorno della dichiarazione di indipendenza della Bosnia-Erzegovina, dichiarazione giunta dopo già oltre un anno di guerra. Quel mattino, presero il via manifestazioni di massa contro la guerra, e il gruppo maggiore di manifestanti si diresse verso il palazzo del Parlamento. I soldati serbi iniziarono a sparare sulla folla dalla sede del Partito Democratico Serbo, uccidendo due persone. Nello stesso giorno, i paramilitari serbi attaccarono l'Accademia di Polizia di Sarajevo, posizione di comando strategica a Vraca, nella parte alta della città.
I manifestanti ed i patrioti bosniaci però non avevano fatto i conti con la JNA (Jugoslovenska narodna armija - Armata Popolare Jugoslava). Infatti, le forze della JNA si erano mobilitate già da qualche settimana, prendendo posizione sulle colline che circondano la città. Proprio in previsione (politica, prima ancora che militare) della dichiarazione di indipendenza. Il governo provvisorio bosniaco, ancora prima della dichiarazione di indipendenza, aveva chiesto formalmente al governo della Jugoslavia di ritirare quelle forze. Il governo di Miloševic acconsentì a ritirare i soldati, ma solo quelli che non erano di nazionalità bosniaca, cioè praticamente un numero assolutamente insignificante.
Non appena il 5 aprile le manifestazioni degenerarono in sparatorie, la JNA iniziò a chiudere gli accessi alla città. Chiudendo dentro non solo i cittadini bosniaci, ma anche gli stessi connazionali serbi. Manovra fatta apposta, per scatenare scontri tra fazioni all'interno di una città dalla quale non si poteva uscire.
Il 2 maggio 1992 fu attuato sulla città il blocco completo: le principali strade che conducevano in città furono bloccate, così come i rifornimenti di cibo e medicine. Non solo. La JNA provvide anche a tagliare l'acqua, l'elettricità ed il riscaldamento.
Il numero dei soldati serbi intorno a Sarajevo era inferiore a quello dei difensori bosniaci nella città; i primi erano però meglio armati. Dopo il fallimento dei tentativi iniziali di assaltare la città con le colonne armate della JNA, le forze di assedio bombardarono continuamente indebolendo la città dalle montagne, partendo da almeno duecento bunker rinforzati.
I rapporti indicano una media di circa 329 bombardamenti al giorno durante il corso dell'assedio, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Gli incendi causati dalle bombe danneggiarono seriamente le strutture della città, inclusi gli edifici civili e culturali. Dal settembre 1993, i rapporti sottolineano il fatto che tutti gli edifici di Sarajevo sono stati danneggiati, e 35.000 completamente distrutti. Tra le costruzioni obiettivo dei bombardamenti vi furono anche ospedali e centri medici, centri di comunicazione e media, centri industriali, edifici del governo, militari e dell'ONU. Tra i danneggiamenti più rilevanti ci furono quelli della Presidenza della Bosnia Erzegovina e della Biblioteca Nazionale, che bruciò completamente insieme a migliaia di testi non più recuperabili.
 
Sono stati proprio i bombardamenti della città a contribuire pesantemente al numero delle vittime. Le uccisioni di massa sono state dovute principalmente all'impatto di ordigni mortali, ed è stato questo, in pratica, l'unico "argomento" che ha avuto molto scalpore in Occidente.
Il 1° giugno 1993 15 persone rimasero uccise e 80 ferite durante una partita di calcio. Il 12 giugno dello stesso anno 12 persone furono uccise mentre facevano la fila per l'acqua.
In questo quadro, si arrivò a quel fatale 5 febbraio 1994, quando un colpo di obice colpì in pieno il mercato coperto, dove la gente era in fila in attesa di qualcosa da mangiare.
 
L'accordo per il "cessate il fuoco" fu raggiunto solo nell'ottobre 1995. Ma non bastò. Fu necessaria la pressione della forza internazionale ONU. Ma la risposta serba fu un raid contro un sito di raccolta delle armi dell'ONU. A quel punto scattò la rappresaglia internazionale, culminata con un'azione da parte dei jet della NATO, che attaccarono depositi di munizioni serbe e altri obiettivi militari strategici. Solo dopo questa prova di forza i combattimenti diminuirono, e i serbi persero via via sempre più terreno nell'area di Sarajevo. Il riscaldamento, l'elettricità e l'acqua poterono finalmente tornare in città, ed il 29 febbraio 1996 l'assedio fu finalmente tolto.
 
Tolto l'assedio, si è scoperto definitivamente quel già si sapeva, cioè che in città le forze armate bosniache erano praticamente assenti, pertanto tutto l'assedio è stato condotto contro la popolazione civile.
Solo nel giugno 2003 si è concluso il processo contro il generale Stanislav Galic, a capo dell'assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1994.
Durante i 32 mesi nei quali Galic è stato a capo delle operazioni, almeno 1.185 Sarajevesi furono uccisi e 4.701 feriti. Galic si è proclamato innocente di fronte alle accuse di crimini contro l'umanità e di violazione delle leggi e costumi di guerra.
 
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, Sarajevo conosceva l'assedio più lungo del ventesimo secolo: 1350 giorni in totale. E questo sotto gli occhi del mondo intero! Agli ordini – in particolare - del generale Stanislav Galic, la città e i suoi abitanti erano regolarmente e sistematicamente presi a bersaglio, i civili erano nel mirino dei cecchini e le vie esposte ai colpi di mortaio. Obiettivo: uccidere e ferire, certamente, ma anche e soprattutto terrorizzare una popolazione sguarnita, disarmata e abbandonata da una comunità internazionale per lungo tempo composta da assenti.
 
Il primo occidentale a poter rientrare dentro la città è stato Christophe Solioz (a noialtri è stato permesso anche il solo spedire aiuti umanitari soltanto dopo l'ottobre 1995, ma questa è un'altra storia forte del mio passato, e magari la racconto un'altra volta).
Solioz, una volta stabilitosi nella città, iniziò a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti (ne avrebbe raccolte 200).
Ce n'è una che mi ha impressionato molto. Ed è una barzelletta che ha raccolto lì, che si raccontavano tra loro i bambini di Sarajevo:
 
Durante uno dei numerosi bombardamenti di Sarajevo, Huso si affretta a rifugiarsi nella cantina del suo condominio. Nel cortile vede il suo amichetto Haso dondolarsi su un'altalena da bambini.
"Hei, Haso – gli dice Huso senza fiato – tutta Sarajevo rischia di restarci. Salva la pelle finchè sei in tempo..."
"Cosa credi... non mi sto dondolando... - risponde Huso – sto solo facendo diventar matto un cecchino serbo..."

 
Per approfondire:
Rapporto delle Nazioni Unite sull'assedio (in inglese)
Lista (non completa) delle persone uccise durante l'assedio (in serbo-croato)
Sito ufficiale della città di Sarajevo.
Voce Sarajevo di Wikipedia.
 
Per chi non lo sapesse, Sarajevo è gemellata con Napoli.
 
Sull'argomento, Alberto Bobbio ha scritto un ottimo volume nel 2005, a dieci anni di distanza. Per maggiori informazioni, vedere qui.

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boh