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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
Trenta anni dopo
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Ecco una di quelle notizie che in Italia i giornali proprio non
vogliono dirci. Eppure, riguarda l'Italia. Riguarda noi.
Pensate che... se nei giorni scorsi vi foste trovati/e a sfogliare qualche quotidiano di
un qualunque Paese situato dall'altra parte dell'Adriatico
(Grecia, Macedonia, Kosovo, Albania, Montenegro, Croazia, Serbia,
Bosnia-Erzegovia, Slovenia), avreste trovato questa storia sulle
prime pagine. In Montenegro e Kosovo addirittura in prima pagina.
E tutti gridano allo scandalo. In nove nazioni, e non so
quanti milioni di abitanti.
E si parla di Italia.
E in Italia... silenzio!!!
Bene. Vuol dire che la raccontiamo qui.
Prima però ci vuole una breve digressione su come funziona il
mondo delle dogane di frontiera dell'Unione Europea.
(non sono esperto, se dovessi dire qualche imprecisione,
bacchettatemi)
Se io sono un cittadino di Bosnia, o magari di Serbia, e voglio
fare un viaggio in Italia, che è in UE, non mi basta presentarmi
alla frontiera con un passaporto valido, perchè verrei rispedito
indietro.
Devo invece recarmi all'ambasciata italiana del mio Paese
(a Sarajevo se sono bosniaco, a Belgrado se sono serbo), e
chiedere il visto di entrata per l'Italia. Che vale per entrare
in Italia e per girare al suo interno.
Se invece sono un turista e voglio girare mezza europa, quindi non
un solo Paese, devo chiedere un visto diverso: un visto che mi
permette di girare tutta l'UE, tutta l'area soggetta al trattato
di Shengen. Un visto che per l'appunto si chiama visto Schengen.
Quindi, se sono turco, vado ad una qualunque ambasciata di
un Paese dell'UE con il mio passaporto, e chiedo umilmente che mi
venga rilasciato il visto Schengen.
Ovviamente, se sono turco, devo andare ad un'amasciata di un Paese
UE che sta a Istanbul, non posso andare a Belgrado, o a Sarajevo
o... a Podgorica.
Ora, veniamo a noi ed alla storiaccia.
Che dalla regione sud dei balcani parta un corridoio privilegiato
di immigrazione irregolare verso i Paesi dell'Unione Europea, quindi
in area dove vige il trattato di Schengen, non è certo cosa nuova.
Sappiamo tutti bene che attraverso Kosovo e Montenegro i migranti
passano, soggetti a sfruttamenti e pagamenti spesso inimmaginabili
verso la costa della Puglia, e da lì si diffondono in tutta l'area Schengen.
Nulla di nuovo.
Sappiamo che una volta giunti in Italia, se nessuno li becca allo sbarco,
allora ok, vanno via. Se li si becca, li si rinchiude in un CPT e poi
(forse) li si rimanda indietro. Qualcuno racconta quel che gli è successo,
altri invece... sapendo che stanno per tornare indietro hanno paura
di parlare. Ma qualcuno racconta, e dice quanto diavolo ha pagato per
un trasbordo clandestino attraverso l'Adriatico.
Ma ora, attraversiamo l'Adriatico, andiamo in Montenegro, e fermiamoci
a Podgorica, capitale della Republika Crna Gora, che in serbo
vuol dire appunto Monte Negro.
A Podgorica, come in tutte le capitali, ci sono le ambasciate di tutti
gli Stati esteri, dal 3 giugno 2006, giorno dell'indipendenza (prima era
Serbia).
A Podgorica un giorno arriva un signore tedesco, che si presenta alla
polizia montenegrina, e si qualifica come poliziotto tedesco. E fin qui
tutto bene.
Proviamo ad immaginare il dialogo tra il poliziotto tedesco e quelli
montenegrini. Non se ne sa molto, ma deve essere stato qualcosa di questo
genere:
Tedesco: "Salve colleghi, in Germania, durante dei controlli,
abbiamo trovato dei cittadini extracomunitari muniti di
passaporto regolare con sopra un visto Schengen regolare".
Montenegrino: "Beh, allora direi che è tutto regolare..."
Tedesco: "No, per nulla."
Montenegrino: "Scusa collega, e cosa ci sarebbe di irregolare?"
Tedesco: "C'è che tutti i visti Schengen avevano il timbro
di Podgorica".
Montenegrino: "Beh, è normale... tutti i cittadini montenegrini
per avere il visto Schengen devono andare ad una qualunque
ambasciata di un Paese UE a Podgorica!"
Tedesco: "Appunto. Io invece ho detto che in Germania hanno
tutti il visto Schengen con il timbro di Podgorica".
Montenegrino: "Ehh? Tutti chi?"
Tedesco: "Tutti! Turchi, Kosovari, Albanesi, Kurdi, Iraniani, Pakistani,
e perfino Siriani, Ciprioti e disperati del sud est asiatico. Tutti
con il timbro di Podgorica."
Montenegrini (in coro): "Merda!!! Ma che timbro era?"
Tedesco: "Beh, signori, si tratta di visti Schengen, quindi
sono rilasciati, in questo caso abusivamente, dall'ambasciata
di un Paese UE!".
Montenegrini: "Merda! Le ambiasciate godono dell'extraterritorialità,
e non possiamo intervenire... ma scusi perchè vi siete rivolti a noi?
Dovevate rivolgervi al Ministero degli Esteri del Paese di questa
ambasciata che rilascia i visti abusivi!"
Tedesco: "Ci abbiamo provato, ma non ci hanno risposto nè calcolati. Quando
abbiamo insistito ci hanno mandato a cagare. Per questo sono venuto da voi,
dobbiamo elaborare un piano per fermarli: gli albanesi che abbiamo fermato
in Germania ci hanno raccontato quanto cazzo hanno dovuto pagare come
mazzetta per quei visti..."
Montenegrino: "Ci dice almeno di quale ambasciata si tratta? Chi è che
sta lucrando sul traffico di esseri umani?".
Tedesco: "Certo! Si tratta dell'ambasciata italiana".
Fermiamoci un attimo e respiriamo forte, perchè qui le cose si
fanno delicate. Penalmente, ma anche eticamente. E diplomaticamente.
Mettiamoci nei panni del poliziotto montenegrino, che si mette in pieno
centro di Podgorica, davanti all'ambasciata italiana, e si mette a
pedinare chiunque esca.
E pedina di qua, e pedina di là... prima o poi qualcosa deve pur
scovare.
E scova qualcuno, non montenegrino e neanche italiano, che esce
dall'ambasciata italiana e va via. E' straniero, in territorio
montenegrino. Il poliziotto lo ferma.
Poliziotto: "Mi favorisca i documenti".
Straniero: "Ecco il mio passaporto".
Il poliziotto controlla il passaporto, e poi sfoglia e
vede che ha un bel visto Schengen nuovo nuovo.
Poliziotto: "Va in Europa?"
Straniero: "Si."
Poliziotto: "Ma lei lo sa che il visto Schengen deve riceverlo
al suo Paese di residenza???"
Straniero: "ehm... dunque io... scusi ma in fondo, a lei cosa
gliene frega... io sono kosovaro, il visto per il Montenegro
come vede ce l'ho... ehm... cioè... cioè per lei qui in Montenegro
è tutto regolare, su su non faccia il fiscale...."
Poliziotto: "Guardi sto cercando di dirle che questo visto
non è valido. Poi se la beccano in UE sono cazzi suoi eh!"
Straniero: "Come non è valido??? Ho parlato telefonicamente con
l'agenzia di viaggi! La domanda per il visto l'hanno fatta
loro, ho anche pagato!"
Poliziotto: "Quale agenzia di viaggi?"
Straniero: "Quella con la quale parto per l'Europa..."
Poliziotto: "E quanto ha pagato per questo visto?"
Straniero: "Beh mi hanno detto che il costo normale per un
visto Schengen è di 2.500 euro, questo ho pagato!"
Poliziotto: "2.500 euro per un visto!!! Dove si trova questa agenzia
viaggi?"
Straniero: "E che ne so... io ho tenuto i contatti con loro solo
telefonicamente... infatti come vede sono venuto io qui a ritirarlo..."
Poliziotto: "L'arresto subito, o prima mi da il numero di telefono di
questa agenzia di viaggi?"
Trafiletto apparso sul quotidiano Danas, mentre l'operazione era ancora in corso:
"Un uomo montenegrino è sospettato per aver guadagnato circa 1 milione di euro
contraffacendo passaporti per gli albanesi del Kosovo ed altri. Secondo quanto riportato
dai media locali, l'organizzazione coinvolta ha usato un'agenzia di viaggio inesistente
che, attraverso l'Ambasciata italiana in Podgorica, ha messo in circolazione circa
400 visti Schengen prima che la polizia tedesca e del Montenegro riuscisse ad individuare la frode.
Si pensa che l'uomo, nei cui confronti è stato emesso un avviso di garanzia, abbia guadagnato
tra i 2,000€ e i 2,500€ a visto.
L'Ambasciata italiana ha già dato il via ad una investigazione interna per determinare
se qualche impiegato ha preso parte alla frode, ed ha imposto delle restrizioni
sui visti di emissione in Podgorica".
Ma il giorno dopo, le cose cambiano, appaiono le cifre vere, si capisce che l'inchiesta interna dell'ambasciata non serve e su tutti i giornali si legge:
"La polizia del Montenegro scopre una traffico di visti Schengen falsi, messi
in circolazione tramite un’agenzia di viaggi inesistente, utilizzando l'ambasciata
italiana di Podgorica. Secondo quanto riportato dai media locali, due dipendenti
dell’Ambasciata italiana in Montenegro hanno emesso circa 800 visti Schengen
destinati agli albanesi del Kosovo, con un giro di affari di oltre 1,6 milioni di euro".
Torniamo a noi.
Quindi, l’ambasciata italiana di Podgorica è rimasta coinvolta in un traffico di visti
Schengen falsi, messi in circolazione tramite un’agenzia di viaggi non registrata,
denominata Avio Travel che ha emesso circa 800 visti Schengen. Una frode grossa,
per un valore che oscillava tra i 2,000€ e i 2,500€ ciascuno, guadagno che
secondo la ricostruzione della polizia, era successivamente suddiviso tra i dipendenti
dell'ambasciata e gli intermediari, che riuscivano a percepire circa il 10% della
somma pagata.
Al momento sono stati sequestrati i documenti falsi dell’ambasciata italiana, li stanno
consegnando alla direzione dell'Interpol, ce lo racconta il quotidiano di Podgorica Dan.
Bene. Due dipendenti dell'ambasciata. Saranno due montenegrini che lavoravano come
impiegati presso l'ambasciata?
NO.
Come è giusto che sia, vogliamo i nomi.
E vogliamo che se ne parli, in Italia.
Se agli intermediari andava il 10%, ed il visto veniva venduto a 2.500 euro, vuol dire
che in tasca a questi signori finivano 2.250 euro puliti ed in nero per ogni visto. 2.250
euro strappati dalle tasche di chi? Dalle tasche di disperati, di poveri, di migranti.
No, non voglio parlare di immigrazione. Voglio parlare semmai di sfruttamento dell'immigrazione,
di traffico di esseri umani.
Vogliamo sapere chi si è arricchito.
Ma non dobbiamo cercare molto: ci ha pensato la polizia di Podgorica a scoprire chi sono.
La polizia montenegrina ha iscritto tra gli indagati Guido Rotelli e Alessio Ciccaranella,
impiegati dell'ambasciata e principali imputati, e Mersad Licina, abitante a
Rozaj e che faceva da intermediario.
Da notare la posizione di Rotelli che per un motivo che non mi è noto aveva intuito che
la rete tesa dalla polizia stava per scattare. Allora cosa ha fatto? Un attimo prima
che l'operazione iniziasse è corso a denunciare l’operazione: nel tentativo di non destare
sospetti, aveva avvisato le autorità competenti dell'accaduto depistando così le
indagini nei suoi confronti. Ma gli è andata male.
Lo stesso Rotelli è stato raggiunto dalla redazione di Podgorica del Dan per avere
maggiori informazioni sull'operazione, ma ha rifiutato qualsiasi tipo di contatto, rendendosi
così irraggiungibile da parte dei giornalisti.
Adesso, per cortesia, dimostratemi che l'inizio di questo post è sbagliato, elencandomi
le testate italiane di tutti i tipi (giornali, radio, tv) che hanno parlato qui nel
nostro Paese di questa storiaccia.
Grazie.
Pare che ci sia allarme-Croazia in questi giorni.
Io sono passato per la Croazia solo quattro volte in
vita mia, e tutte e quattro volte ho avuto problemi con
le forze dell'ordine. Nel senso che insultavano, alzavano
i toni, si rigiravano i documenti quattro o cinque volte. E
non posso dimenticare le facce schifate, non appena leggevano
"Repubblica Italiana" sul passaporto.
Una volta, nel 2000, ero in treno. Alla dogana Ungheria-Croazia,
dopo il controllo doganale ungherese,
sale il poliziotto croato, entra nel compartimento e... ahimè,
mi trova in piedi che guardavo dal finestrino. Mi urlò in
serbo-croato di sedermi immediatamente, brandendo già le manette.
E non mancò di aggiungere, sempre in serbo-croato, ružan
talijanskoga, o qualcosa del genere, che letteralmente significherebbe italiano
di merda, o per lo meno brutto italiano. Contava sul fatto
che io non capissi neanche una parola della sua lingua.
Non ci fu reazione da parte mia, mi restituì il passaporto con sguardo
incazzato, ed io aspettai che se ne andasse senza sorridere e senza
salutare.
Ma a quanto pare, mi è andata bene. Molto bene.
Per chi volesse approfondire, consiglio vivamente
di leggere il caso di Giuseppe Monsurrò, al quale invece è andata
peggio.
Saltando di palo in frasca, ricordo l'appuntamento di
stasera, ore 18.30, presso Libreria Rinascita di via
Prospero Alpino, 48 Roma (zona Garbatella-circ. Ostiense),
presentazione del libro "Le vie infinite dei rifiuti - il
sistema campano", di Alessandro Iacuelli.
Con tanto di
mappa stradale
per chi teme magari di perdersi :)
Ce la ricordiamo la storia dell'acciaio radioattivo? Per regola dovremmo ricordarla, visto che è recente: datata
marzo 2008. Tuttavia, se c'è qualche smemorato in giro, una rinfrescata può trovarla anche su
Archivio Nucleare.
Comunque, la storia sembra finita bene. L'acciaio, contaminato da Cobalto 60, è arrivato dalla
Cina e le nostre fonderie, contente di avere a disposizione acciaio a basso costo, l'hanno
prontamente comprato per lavorarlo ed immetterlo sul mercato. Ed evidentemente dovevano essere
davvero contente, visto che quelle maledette 30 tonnellate sono arrivate a La Spezia e in pochi
giorni si sono diffuse fino a Brindisi, Campobasso, Treviso, Milano, Lucca, Frosinone, Latina e Mantova. E
ovviamente nessuna industria acquirente, oh poveretta, aveva immaginato neanche lontanamente di
fare un'analisi su un campione di materiale... (che ovviamente per i semilavorati non è un
obbligo di legge!). Proviamo a pensare, visto che si parla sempre
di incidenti sul lavoro, cosa ne sarebbe stato dei lavoratori di quelle imprese, che avrebbero - del
tutto ignari - lavorato esposti al Cobalto 60. Ma per carità, non parliamo male degli industriali
e della loro adorata e potente organizzazione di categoria....
Per fortuna, stavolta i carabinieri sono arrivati appena in tempo. L'acciaio è stato sequestrato,
e tutti felici e contenti per lo scampato pericolo. Il 4 marzo la notizia già era sparita dai
mass media e archiviata come appartenente al passato.
Chi frequenta questo spazio di sfogo personale, in generale, lo frequenta da tempo. Qui sono di più
i visitatori abituali che quelli nuovi. Pertanto, chi passa di qua oramai mi conosce bene. Spesso
addirittura senza conoscermi di persona. La conseguenza è che chi legge - ancora prima di me
stesso - già sa una volta appresa la notizia che domande mi sono posto. Quindi sapete benissimo
che tipo di ricerche ho fatto e dove voglio arrivare :)
Una volta letta la notizia, siccome in Italia non abbiamo siti di deposito di scorie nucleari
che non siano palesemente illegali e fuori da ogni norma, mi si è accesa in testa questa lampadina: dove è andato a
finire l'acciaio una volta sequestrato? Che forma di smaltimento/deposito è stata inventata?
(ho detto apposta inventata e non adottata, non è un errore)
Prima di tutto, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Avevo una traccia, e la stavo
seguendo, ma non avrei potuto seguirla fino in fondo, se non fosse stato per Melita
(che ringrazio), una vecchia amica giornalista slovena con cui sono in contatto fin
dagli anni '90, dai tempi della prima guerra in Jugoslavia. Per chi si fosse perso per strada
la mia attività giornalistica in Est
Europa, rinvio a questo vecchio post.
Ma torniamo a noi. Si può leggere tutta la documentazione giudiziaria che si vuole, ma
non si trova da nessuna parte dove sia stato depositato il materiale radioattivo. E già
questa non è una bella cosa...
La pista che avevo è che tutto l'acciaio radioattivo, che come abbiamo visto era
oramai dislocato in città di tutta Italia, è stato tutto quanto radunato nel porto
di Brindisi. Eh beh... se non è una traccia questa. Non perchè sia Brindisi, ma
perchè è il porto. E c'è una cosa sola che si fa, nei porti (almeno di solito).
Non solo, è un porto adriatico. Per questo ho tirato in ballo Melita, perchè
è una che di Adriatico ne capisce. Però non ha avuto alcun bisogno di sguinzagliarsi
a cercare in tutti i porti perchè, come ha saputo da una giornalista che si chiama
Vukicevic, che 30 tonnellate di acciaio radioattivo fosse comparso come per magia
in Croazia era già noto. E già il 5 marzo ne hanno parlato alcuni giornali
croati, ma non quelli italiani.
Ma qua viene il bello: c'è qualcosa che sfugge!
Da parte italiana, potevano esserci due risposte possibili:
1) L'abbiamo mandato lì per lo stoccaggio, in attesa del processo.
2) Non è quell'acciaio lì, è altra roba, magari un'altro pezzo del carico originale
proveniente dalla Cina.
Invece di una di queste due risposte, c'è stato solo silenzio.
Non sappiamo, a meno di non volere fare ipotesi azzardate, se si tratta di quell'acciaio
trovato in Italia o se sono altre 30 tonnellate. Quel che sappiano è che il
destinatario del carico, a quanto mi dicono dalla Croazia, è uno smaltitore privato.
Qui in Italia, silenzio assoluto, ma in Croazia si è alzata la caciara. Con tanto
di indagini di polizia e - forse - futuro incidente diplomatico.
Sui giornali croati si è letto sempre lo stesso titolo: "Acciaio radioattivo
dall'Italia portato in Croazia".
Per ora, quel che si sa (da parte Croata) è che sono confermati i sospetti secondo cui l'acciaio
cinese giunto in Italia, si trova adesso in Croazia.
Lo afferma l'Istituto nazionale croato per la protezione contro le radiazioni
nucleari, aggiungendo ovviamente che non vi è alcun pericolo per la popolazione
locale.
Destinazione Croazia, quindi? Chi lo sa... Fatto sta che
il governo d'oltreadriatico, non ci sta. E fa bene. A tale proposito, alcune fonti
governative croate (che non sono riuscito ancora ad individuare, ma spero sia questione di ore),
hanno richiesto alla loro magistratura ulteriori indagini al fine di verificare il percorso
dell'acciaio, verificare se sia avvenuto sotto controllo di forme di criminalità organizzata,
che, come è accaduto già altre volte, trasporta sul territorio croato una grande quantità di
materiale radioattivo proveniente da altri stati.
"L'importazione di materiale radioattivo è contraria alla legge", scrive in un comunicato il Ministero dell'Ambiente croato, sottolineando che fino a questo momento non avrebbe dato alcun permesso in tal senso.
È ovvio tuttavia, che le organizzazioni criminali non agiscono con i permessi, e utilizzerebbero
dei punti d'accesso alle frontiere e dei forti collegamenti presso il Consiglio delle Dogane croato
(Attenzione!: Questa informazione è trapelata tra i media croati, non è confermata ed io
non ho strumenti per verificarla! Ok? Ci siamo capiti?).
La Croazia, tuttavia, non deve affrontare solo i gravi problemi nella gestione dei rifiuti
radioattivi esteri, ma anche dei propri. Il governo croato ha infatti sottoscritto un accordo con la Slovenia per l'istituzione di un fondo comune per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi della centrale termonucleare di Krsko. Al momento non è stato ancora chiarito dove verranno depositati i rifiuti, considerando che la Croazia non può sostenere al momento i costi per il trasporto in altri Stati.
Ma le domande sono altre.
La prima è quella più ovvia: è davvero l'acciaio sequestrato in Italia quello che
ha attraversato l'Adriatico? O no?
E poi... Chi? Cioe... intendo dire:
Chi ha mandato a Brindisi quell'acciaio? Chi l'ha imbarcato? Con quale compagnia di trasporto?
Che intermerdiari sono stati usati? Come è stato scelto il destinatario? Quanto è stato
pagato? Perchè diavolo i media italiani non ne sanno nulla?
Poi, ci sono domande ancora più gravi... ma quelle sono certo che le avete intuite.
Chi vuole aggiungere nuove domande... può farlo nei commenti.
Tutte domande alle quali non abbiamo risposte, così come potrebbe anche darsi che in
Croazia tutti abbiano preso un granchio... Anzi, ci auguriamo che sia tutto un granchio.
Ma questi dubbi profondi non possono certo impedire a noi, in Italia, di sollevare
qualche ragionevole dubbio. Perchè vorremmo delle risposte.
Oggi è il compleanno di
Lui. Nessuno gli fa gli auguri?
Passiamo a cose più serie che è meglio.
Era il 5 febbraio 1994, quando l'assedio di Sarajevo raggiunse il suo picco più terribile. Quel giorno, si consumò quella che è passata alla storia come la strage del mercato coperto, situato in mula Mustafe Bašeskije.
Visualizzazione ingrandita della mappa
Morirono in un solo attimo 69 persone, con un contorno di almeno 200 feriti.
Per capire quella strage, bisognerebbe tornare indietro nel tempo, cosa che
intendo fare solo parzialmente. Sul come la guerra in Jugoslavia sia arrivata
a Sarajevo, già scrissi molto abbondantemente a stampa (all'epoca Internet
non c'era) nel 1995, con l'assedio ancora in corso. Un opuscolo che veniva distribuito
ai banchi informativi sulla guerra in Bosnia, lungo una sessantina di pagine. E
siccome sono passati
anni, e non trovo neanche sottomano una copia (mi sa che è rimasta a Napoli mentre
ora sono a Roma), meglio partire dall'inizio dell'assedio stesso.
E' stato il più lungo assedio nella storia bellica moderna, infatti è durato dal
5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Roba che a confronto anche l'assedio di
Leningrado impallidisce.
Partiamo allora proprio da quel 5 aprile 1992. Era il giorno della dichiarazione di
indipendenza della Bosnia-Erzegovina, dichiarazione giunta dopo già oltre un anno
di guerra. Quel mattino, presero il via manifestazioni di massa contro la guerra,
e il gruppo maggiore di manifestanti si diresse verso il palazzo del Parlamento. I
soldati serbi iniziarono a sparare sulla folla dalla sede del Partito Democratico
Serbo, uccidendo due persone. Nello stesso giorno, i paramilitari serbi attaccarono
l'Accademia di Polizia di Sarajevo, posizione di comando strategica a Vraca, nella
parte alta della città.
I manifestanti ed i patrioti bosniaci però non avevano fatto i conti con la
JNA (Jugoslovenska narodna armija - Armata Popolare Jugoslava). Infatti,
le forze della JNA si erano mobilitate già da qualche settimana, prendendo
posizione sulle colline che circondano la città. Proprio in previsione (politica,
prima ancora che militare) della dichiarazione di indipendenza. Il governo
provvisorio bosniaco, ancora prima della dichiarazione di indipendenza, aveva
chiesto formalmente al governo della Jugoslavia di ritirare quelle forze. Il
governo di Miloševic acconsentì a ritirare i soldati, ma solo quelli che non
erano di nazionalità bosniaca, cioè praticamente un numero assolutamente
insignificante.
Non appena il 5 aprile le manifestazioni degenerarono in sparatorie, la JNA
iniziò a chiudere gli accessi alla città. Chiudendo dentro non solo i cittadini
bosniaci, ma anche gli stessi connazionali serbi. Manovra fatta apposta, per
scatenare scontri tra fazioni all'interno di una città dalla quale non si poteva
uscire.
Il 2 maggio 1992 fu attuato sulla città il blocco completo: le principali strade
che conducevano in città furono bloccate, così come i rifornimenti di cibo
e medicine. Non solo. La JNA provvide anche a tagliare
l'acqua, l'elettricità ed il riscaldamento.
Il numero dei soldati serbi intorno a Sarajevo era inferiore a quello dei
difensori bosniaci nella città; i primi erano però meglio armati. Dopo
il fallimento dei tentativi iniziali di assaltare la città con le colonne
armate della JNA, le forze di assedio bombardarono continuamente indebolendo
la città dalle montagne, partendo da almeno duecento bunker rinforzati.
I rapporti indicano una media di circa 329 bombardamenti al giorno durante il corso dell'assedio, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Gli incendi causati dalle bombe danneggiarono seriamente le strutture della città, inclusi gli edifici civili e culturali. Dal settembre 1993, i rapporti sottolineano il fatto che tutti gli edifici di Sarajevo sono stati danneggiati, e 35.000 completamente distrutti. Tra le costruzioni obiettivo dei bombardamenti vi furono anche ospedali e centri medici, centri di comunicazione e media, centri industriali, edifici del governo, militari e dell'ONU. Tra i danneggiamenti più rilevanti ci furono quelli della Presidenza della Bosnia Erzegovina e della Biblioteca Nazionale, che bruciò completamente insieme a migliaia di testi non più recuperabili.
Sono stati proprio i bombardamenti della città a contribuire pesantemente al numero delle
vittime. Le uccisioni di massa sono state dovute principalmente all'impatto di ordigni mortali,
ed è stato questo, in pratica, l'unico "argomento" che ha avuto molto scalpore in Occidente.
Il 1° giugno 1993 15 persone rimasero uccise e 80 ferite durante una partita di calcio. Il
12 giugno dello stesso anno 12 persone furono uccise mentre facevano la fila per l'acqua.
In questo quadro, si arrivò a quel fatale 5 febbraio 1994, quando un colpo di
obice colpì in pieno il mercato coperto, dove la gente era in fila in attesa di qualcosa
da mangiare.
L'accordo per il "cessate il fuoco" fu raggiunto solo nell'ottobre 1995. Ma non bastò.
Fu necessaria la pressione della forza internazionale ONU. Ma la risposta serba fu
un raid contro un sito di raccolta delle armi dell'ONU. A quel punto scattò la rappresaglia
internazionale, culminata con un'azione da parte dei jet della NATO, che attaccarono
depositi di munizioni serbe e altri obiettivi militari strategici. Solo dopo questa
prova di forza i combattimenti diminuirono, e i serbi persero via via sempre
più terreno nell'area di Sarajevo. Il riscaldamento, l'elettricità e l'acqua poterono
finalmente tornare in città, ed il 29 febbraio 1996 l'assedio fu finalmente tolto.
Tolto l'assedio, si è scoperto definitivamente quel già si sapeva, cioè che
in città le forze armate bosniache erano praticamente assenti, pertanto tutto l'assedio
è stato condotto contro la popolazione civile.
Solo nel giugno 2003 si è concluso il processo contro il generale Stanislav Galic,
a capo dell'assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1994.
Durante i 32 mesi nei quali Galic è stato a capo delle operazioni, almeno
1.185 Sarajevesi furono uccisi e 4.701 feriti. Galic si è proclamato innocente
di fronte alle accuse di crimini contro l'umanità e di violazione delle leggi e
costumi di guerra.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, Sarajevo conosceva l'assedio più lungo del ventesimo secolo: 1350 giorni in totale. E questo sotto gli occhi del mondo intero! Agli ordini – in particolare - del
generale Stanislav Galic, la città e i suoi abitanti erano regolarmente e sistematicamente
presi a bersaglio, i civili erano nel mirino dei cecchini e le vie esposte ai colpi di
mortaio. Obiettivo: uccidere e ferire, certamente, ma anche e soprattutto terrorizzare
una popolazione sguarnita, disarmata e abbandonata da una comunità internazionale per
lungo tempo composta da assenti.
Il primo occidentale a poter rientrare dentro la città è stato
Christophe Solioz (a noialtri è stato permesso anche il solo spedire
aiuti umanitari soltanto dopo l'ottobre 1995, ma questa è un'altra storia
forte del mio passato, e magari la racconto un'altra volta).
Solioz, una volta stabilitosi nella città, iniziò a raccogliere le testimonianze
dei sopravvissuti (ne avrebbe raccolte 200).
Ce n'è una che mi ha impressionato molto. Ed è una barzelletta che ha raccolto
lì, che si raccontavano tra loro i bambini di Sarajevo:
Durante uno dei numerosi bombardamenti di Sarajevo, Huso si affretta a rifugiarsi
nella cantina del suo condominio. Nel cortile vede il suo amichetto Haso dondolarsi
su un'altalena da bambini.
"Hei, Haso – gli dice Huso senza fiato – tutta Sarajevo rischia di restarci. Salva
la pelle finchè sei in tempo..."
"Cosa credi... non mi sto dondolando... - risponde Huso – sto solo facendo
diventar matto un cecchino serbo..."
Per approfondire:
Rapporto delle Nazioni Unite sull'assedio (in inglese)
Lista (non completa) delle persone uccise durante l'assedio (in serbo-croato)
Sito ufficiale della città di Sarajevo.
Voce Sarajevo di Wikipedia.
Per chi non lo sapesse, Sarajevo è gemellata con Napoli.
Sull'argomento, Alberto Bobbio ha scritto un ottimo volume nel
2005, a dieci anni di distanza. Per maggiori informazioni,
vedere qui.