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Rifiuti
Le vie infinite dei rifiuti

Ma chi sarà costui

Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato prima nella Capitale d'Italia, poi tra le Prealpi Lombarde.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose: fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."

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mercoledì, 05 novembre 2008
.: 1919 - 2008 :.

Nel 1919 e negli anni immediatamente successivi, in Italia fu commesso un errore abbastanza grossolano. Quando iniziarono a manifestarsi i primi segni di squadrismo, la stragrande maggioranza sia della politica, sia della stampa, sia della gente, lasciò fare. Un po' per quieto vivere, un po' per reale sottovalutazione del problema, un po' perchè grossolanamente molti piccoli borghesi credevano che l'unica alternativa sarebbe stata la trasformazione dell'Italia in un Paese socialista.
Così, succedeva che gli studenti (tanto per fare un esempio, si sta parlando di periodi precedenti al delitto Matteotti) protestavano in una piazza, che potrebbe essere ad esempio una piazza di Roma, e la squadra, armata di manici di piccone, li aggredisse. Oppure succedeva che la RAI facesse una trasmissione dove mostrasse le loro facce, e loro organizzavano immediatamente una spedizione punitiva alla RAI.
Sì, perchè la tecnica della spedizione punitiva era quella preferita dalle squadracce.
dove fu il grossolano errore? Fu nel fare riempire ogni voce democratica di manganellate e olio di ricino. Se le squadracce fossero state prese a calci nei denti, certamente oggi l'Italia sarebbe diversa.
Ma, appunto, ho nominato l'oggi, dove certamente un'ingenuità del genere non andrebbe commessa di nuovo ;)
Quindi, se non vogliono che le loro facce vengano riconosciute, è cosa buona mostrarle, anche se non sono affatto facce interessanti.
Con l'augurio che li si riconosca a vista davvero.
Questione di democrazia.
 


 

 

 

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 05/11/2008 09:46 | link | fate pure commenti (13) |
video, provocazioni, criminali

martedì, 07 ottobre 2008
.: Ludwig :.

Era il 25 agosto del 1977 quando Guerrino Spinello, veronese, senza casa, pensò che anche se era un barbone, aveva una dignità. Dignità che gli imponeva di non dormire per strada. Perdere casa e lavoro deve essere uno dei più brutti colpi per un uomo: ritrovarsi di colpo per strada, a chiedere elemosine per disperazione. A dire il vero, una cosa gli era rimasta: la sua vecchia fiat 126. Avrebbe potuto venderla, ma non avrebbe ricavato molto, non abbastanza da permettersi un'abitazione. Allora aveva deciso di parcheggiarla, in una via di periferia di Verona, e farne la sua casa. Per non dormire per strada. Così, quella sera, entrò in auto, tirò giù i sedili, coprì i vetri con cartoni e giornali, si tirò addosso il plaid sdrucito, e attese che arrivasse il sonno, anche se la 126 non era certo un Mercedes ed era abbastanza scomoda per dormire. Ma meglio la sua auto che una panchina nella stazione ferroviaria.
Stava pensando a come avrebbe fatto all'arrivo dell'inverno, quando sentì dei passi e delle voci accanto alla vettura.
Cosa volevano? Non certo rubare l'auto: visti i cartoni ed i giornali, si capiva che nell'auto c'era qualcuno a dormire.
Una rapina? Chi rapinerebbe un disperato ridotto a dormire in una 126?
Si stava chiedendo ancora chi fossero i due, quando li sentì parlare...
Voce 1: "Si tratta di un evidente problema termodinamico".
Voce 2: "Si certo, un problema di entropia che deve aumentare rapidamente. Molto rapidamente"
Voce 1: "Per farla aumentare, c'è solo da trasformare rapidamente in entropia molta energia interna, in accordo con il secondo principio. La variazione di calore per unità di temperatura..."
Voce 2: "Concordo. Come sai, l'integrale dell'entropia..."
Voce 1: "Non rompere! Io quell'integrale lo faccio a mente, chiaro?"
Voce 2: "Va bene. L'hai già calcolato?"
Voce 1: "Certo! Passami quei tre litri di benzina e ti faccio vedere sperimentalmente quanta energia interna si trasforma in entropia".
 
Il corpo di Guerrino Spinello fu trovato carbonizzato poche ore dopo, all'arrivo dei pompieri. Arso vivo, assieme alla sua 126.
 
Era passato più di un anno, e le indagini non avevano portato a nulla. Nulla di nulla. "Balordi", si era pensato e scritto sui giornali. "Balordi", aveva pensato anche Luciano Stefanato, cameriere in un ristorante di Padova, leggendo la notizia sui giornali. Ora, la sera del 17 dicembre 1978, Luciano rientrava a casa, dopo la chiusura del ristorante, tutto tranquillo e pensando ai fatti suoi.
Si era appena allontanato, nelle viuzze del centro storico, quando gli si pararono davanti due uomini. Lo fermarno.
Voce 1: "Sei tu Luciano il cameriere?"
Luciano: "Sì sono io, ci conosciamo?"
Voce 2: "Allora sei tu il cameriere frocio."
Luciano: "Ehi! Modera i termini! Sono omosessuale, ma frocio è offensivo!"
Voce 1: "Senti, frocietto, come stai messo a preparazione scientifica?"
Luciano: "Che intendete dire...? Ho fatto il liceo..."
Voce 2: "Beh, questo mi sa che ha una preparazione scolastica. Facciamogli una lezione sul trasferimento di energia e di quantità di moto in una serie di urti anelastici.."
Voce 1: "Certo! Giusto un po' di meccanica di base. Tu mantienilo, prendo la mazza da baseball dalla borsa, e gli faccio sperimentare gli urti anelastici".
 
Tre ore dopo, un passante trovò il cadavere di Luciano. Il risultato dell'autopsia fu chiaro: ucciso a colpi di bastone.
 
Venezia in dicembre è umida. Dalla laguna sale una nebbiolina che è acqua a tutti gli effetti, e se non hai il cappotto, quell'acqua pian piano ti entra nelle ossa. Soprattutto se il cappotto l'hai venduto il giorno prima ad un venditore ambulante, perche quei soldi ti servono per comprarti l'eroina. Lo sapeva bene Claudio Costa, 22 anni, tossicodipendente, che la sera del 12 dicembre 1979 stava seduto in un angolo di piazzale Roma a battere i denti. Non tanto per il freddo, quanto per l'umidità che si sentiva dentro. Stava pensando ai fatti suoi, quando accanto a lui vennero a sedere due uomini. Con calma. Molta calma.
Voce 1: "Sei tossico, vero?"
Claudio: "Sì. Si vede, no?"
Voce 2: "Ma secondo te, come cambia la densità del fluido ematico, quando ci si inietta l'eroina?"
Voce 1: "Un problema classico di miscibilità dei fluidi in movimento. Beh dai, dipende da quanto è acquosa la soluzione..."
Voce 2: "Queste cose lasciamole ai chimici, a noi cosa importa? Di sicuro, cambia la densità, e quindi la spinta di Archimede, ma anche la velocità di movimento del fluido, e quindi la pressione, ma facciamo il calcolo secondo il teorema di Bernoulli..."
Voce 1: "Noooo! Dai, è complicato fare a mente il calcolo! Secondo me, per vedere come è variata la densità, e collegarla alla pressione sanguigna, è meglio fare una misura sperimentale!"
Voce 2: "Va bene. Verifichiamo sperimentalmente. Tu tienilo fermo, io prendo il coltello e gli apro le vene."
 
Claudio Costa fu trovato ucciso con 30 coltellate.
Nel 1980, toccò a Vicenza, dove fu trovata morta l'ex prostituta Alice Maria Baretta, sottoposta ad una verifica sperimentale della resistenza alle sollecitazioni meccaniche delle ossa, con magari una misura sperimentale del modulo di Young (cioè uccisa a colpi di ascia e di martello).
 
Per le forze dell'ordine, la sequenza di omicidi inizia ad essere un problema. La dinamica dei fatti indica chiaramente che a compierli sono state due persone, e non una sola. Già l'Italia, come raccontato in passato, non è preparata a fronteggiare un serial killer, figuriamoci allora le difficoltà che sorgono nel dover fronteggiare una coppia di serial killer...
A complicare le cose, appare di colpo un movente che affonda le radici nel campo politico, che di solito non riguarda mai i serial killer.
Infatti, il 25 maggio 1981, i due fecero una verifica sperimentale del calcolo dell'integrale lungo una trasformazione termodinamica irreversibile (cioè appiccarono il fuoco) presso la Torretta di Porta San Giorgio, a Verona, ricovero per sbandati e senza casa. Nell'incendio morì il diciassettenne Luca Martinotti. Subito dopo, inviarono questa lettera di rivendicazione al quotidiano La Repubblica (riportata esattamente come era, compresi gli a capo):
 

LUDWIG
LA NOSTRA FEDE È NAZISMO
LA NOSTRA GIUSTIZIA È MORTE
LA NOSTRA DEMOCRAZIA È STERMINIO
RENDIAMO NOTO CHE ABBIAMO PUNTUAL
MENTE RIVENDICATO IL ROGO DI SAN G
IORGIO A VERONA CON IL MESSAGGIO
INVIATO A 'LA REPUBBLICA'.
ALLEGHIAMO UN DISCHETTO METALLICO
IDENTICO A QUELLO APPLICATO SULLA
PIU' GRANDE DELLE TRE TORCE USATE.
GOTT MIT UNS

 

Da subito, vista l'intestazione del volantino, giornali e TV li chiamarono Ludwig. Alcuni investigatori ipotizzarono che potesse trattarsi addirittura di una banda composta da molte persone. Non si riuscì nè ad identificarli, nè a trovare una traccia. Anche perchè i due estesero la zona in cui colpivano. Il 20 luglio 1982 misurarono, sempre sperimentalmete, l'elasticità del ferro dolce sottoposto ad urti (cioè uccisero a martellate) due persone: Gabriele Pigato e Giuseppe Lovato, entrambi settantenni, erano frati del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza.
Il 26 febbraio 1983 si spostarono a Trento, dove la vittima fu il sacerdote don Armando Bison, su di lui un esperimento di meccanica classica: venne trovato infilzato con un punteruolo sormontato da un crocifisso.
Ancora termodinamica il 14 maggio 1983, quando diedero fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, dove morirono sei persone e trentadue rimasero ferite. L'8 gennaio 1984 appiccarono un incendio alla discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, nel rogo morì una persona e altre sette rimasero ferite.
 
Poi, come fatalmente deve succedere, il passo falso. Ma non fu grazie all'azione delle forze dell'ordine, che a dire il vero in questo caso qui appaiono poco perchè non ci capirono molto.
Il 4 marzo 1984 i due si recarono alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, dove si trovavano quattrocento ragazzi, la maggior parte dei quali mascherati per la festa di carnevale. I due, come in ogni festa di carnevale che si rispetti, si presentano anche loro in maschera: entrambi travestiti da Pierrot. In un momento di confusione, uno dei due apre un'uscita di sicurezza, dalla quale l'altro fa entrare due borse contenenti due taniche di benzina.
Il movimento venne però notato da un addetto alla sicurezza della discoteca, che si avvicinò per controllare e li sorprese nell'atto di versare benzina sulla moquette. Vistisi scoperti, i due tentarono di aggredire il buttafuori per potersi dare alla fuga:
Pierrot 1: "Questo buttafuori vuole collaudare sulla sua pelle il teorema dell'impulso di una forza..."
Pierrot 2: "Certo! L'integrale nel tempo dell'Impulso ci darà la differenza di quantità di moto!"
Pierrot 1: "L'integrale lo so fare a mente, ma... per evitare errori dovuti a qualche scarto per delta t piccoli, perchè approssimo il calcolo, direi che è meglio fare la verifica sperimentale... Ci pensi tu?"
Buttafuori: "Che cazzo state dicendo, stronzi?"
Pierrot 2: "Che ora lui ti mantiene, ed tu sarai il nostro strumento di misura, per misurare la quantità di moto che ti trasmettono i miei pugni. Pensa che poi dall'energia cinetica che ti trasmetto, potrei anche calcolare di quanto aumenta la tua temperatura."
Buttafuori: "Avanti, stronzetti! Fatevi sotto, che ve la faccio vedere io la quantità di moto, ma quella con cui vi faccio volare!"
Nella breve collutazione, il buttafuori li mena entrambi, dopodichè, senza perdersi d'animo, li prende per le orecchie e li consegna alla polizia! Salvandoli da un linciaggio pubblico, visto che i ragazzi che erano in discoteca volevano dargli il resto.
Si conclude così, la scia di morte di Ludwig, che si è lasciata dietro 15 morti e 39 feriti.
 
Quella notte, presso la Questura di Mantova, passò in bianco, piena di impiegati e poliziotto trafelati impegnati a correre su e giù. Avevano capito subito di aver preso Ludwig. Ora, finalmente si poteva dare un nome a quanto di più atipico potesse avvenire nel campo dei serial killer.
Già un nome. Anzi, due nomi. Eliminati i travestimenti da Pierrot, arriva il sostituto procuratore direttamente da Verona e scopre di non avere affatto a che fare con due balordi, o due sbandati, ma con i figli della buona borghesia veronese, quella di Borgo Trento, il quartiere ricco della città. Due giovani ricchi, colti, di belle speranze, e con una notevole cultura scientifica.
 
Il primo dei due Pierrot è Marco Furlan, nato a Verona nel 1957, figlio del primario del centro ustionati di Verona, destò infatti scalpore il fatto che molte delle vittime di Ludwig furono arse vive. Al momento dell'arresto risultava in procinto di laurearsi in Fisica presso l'Università di Padova.
L'altro invece è Wolfgang Abel, nato a Monaco di Baviera nel 1959, figlio di un alto dirigente di una compagnia assicurativa tedesca che operava nel veronese. Viveva nella provincia di Verona, precisamente a Negrar. Laureato in Matematica a pieni voti con lode, lavorava con il padre nella medesima compagnia assicurativa.
Due ragazzi modello che non avevano grilli per la testa: pur essendo entrambi di famiglia benestante, giravano in bicicletta, detestavano i locali alla moda e chiedevano soldi solo per viaggiare.
Amavano le passeggiate in montagna e discorrevano di Kant, Spinosa e Kierkegaard, oltrechè di matematica e di fisica, non erano iscritti a nessun gruppo politico conosciuto.
 
Prime domande dell'inquirente: "Perchè? Perchè voi due? Perchè assieme?"
La prima risposta è laconica: "volevamo vedere come ballavano con le fiamme".
L'inquirente insiste, finchè non crollano e dicono: "Condividiamo l'idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti, preti, discoteche e cinema a luci rosse". Dopo quella dichiarazione, Marco Furlan decise di fare silenzio. Non immaginava che la vicenda giudiziaria avrebbe avuto dei risvolti abbastanza inquietanti, con un finale...
 
Wolfgang Abel venne sottoposto a perizia psichiatrica, richiesta anche dal difensore di Marco Furlan, che intanto rifiutava di sottoporsi ai colloqui. Gli specialisti della procura affermarono che Abel aveva una ridotta capacità di intendere e di volere durante gli omicidi, inoltre affermarono che Abel era cresciuto senza le attenzioni affettive che permettono di costruire una personalità sana. La perizia fu molto contestata.
Il 10 febbraio 1987 vennero entrambi condannati a trent'anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto per entrambi l'ergastolo; a entrambi inoltre venne riconosciuto un vizio parziale di mente.
Gli avvocati dei due fecero ricorso in Appello, e qui viene il bello. Il processo d'Appello non inizia, per motivi che non sta a me giudicare, alla data fissata. Il tempo passa, passa, passa... finchè...
 
Il 15 giugno 1988 la Corte d'Assise d'Appello di Venezia rimise in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordinò a Furlan il soggiorno obbligato in un paese in provincia di Padova.
Ovviamente, durante il soggiorno obbligato, Marco Furlan preferì fuggire e darsi alla latitanza. Qui la cosa interessante è che nonostante si fosse parlato di lui a lungo sui giornali e in TV, dato lo scalpore e lo scandalo suscitato dal suo rientro in libertà, e nonostante ci fosse un'ordinanza di soggiorno obbligato, Furlan si presentò ad una dogana munito del suo passaporto e... fu lasciato espatriare, senza problemi!
Fu catturato solo nel maggio del 1995 in Grecia, a Creta, dove viveva sotto falso nome e venne riportato in Italia. Poco dopo l'arresto, tentò il suicidio in carcere, provando a impiccarsi alle sbarre con un lenzuolo.
 
Nel frattempo, durante la latitanza di Furlan, il processo d'Appello venne finalmente celebrato, e così il 10 aprile del 1990 la Corte d'Appello di Venezia lo aveva condannato in contumacia a 27 anni di carcere, condanna confermata l'11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione; nella medesima occasione anche Abel fu condannato a 27 anni di carcere.
 
Sembrerebbe finita qui. E così dovrebbe essere. Peccato che... pochi mesi fa...
Il 24 aprile 2008, il sottoscritto era in treno, il giorno dopo sarei stato a Grottammare ad intervenire ad un convegno sulle nuove energie. In treno, apro un giornale, preso in stazione giusto per passare il tempo durante il viaggio, e leggo...
 
...leggo che il Tribunale di sorveglianza di Milano ha deciso di aprire le porte del carcere per Marco Furlan, dopo un breve periodo in prova ai servizi sociali.
Furlan, attraverso il suo legale, l'avvocato milanese Corrado Limentani, aveva chiesto di poter lasciare il carcere di giorno per tornarvi la notte e nei fine settimana. L'organismo giudiziario ha però deciso di non concedere la semilibertà, ma piuttosto di anticipare la scarcerazione del serial killer.
 
La notizia ha fatto un po' di scalpore nell'opinione pubblica, ma giusto quei 2 minuti di telegiornale dopo aver parlato del Papa e prima di dare la linea allo sport.
 
Così, mentre Wolfgang Abel è ancora dentro, ma la sua scarcerazione è prevista per i primi del 2009, Marco Furlan è già tra noi, a tenerci compagnia.
Tra pochi mesi entrambi saranno di nuovo tra noi.
 
In rete ci sono molti siti che parlano di loro, ma la migliore ricostruzione di tutta la vicenda, dagli omicidi alle indagini, all'arresto, alla vicenda giudiziaria, non è on-line; invece la si può leggere nel volume di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi intitolato "La Nera", Mondadori 2006.
In rete, si può trovare una breve biografia, con foto dei due personaggi sul sito di Occhirossi.
Molto più completa, e piena di spunti di riflessione, la sezione a loro dedicata su Misteri d'Italia, che consiglio a tutti per approfondire.
 
Nota personale: mi sia permessa, anche se non è il mio settore, una piccola piccola riflessione prettamente giuridica, ma si sa... a me le leggi stanno un po' sul...
30 anni di reclusione è la condanna di primo grado, alla fine in Cassazione si arriva a 27 anni di reclusione. 27 anni di reclusione signigifa in media un anno e mezzo per ogni vittima.
Dove sarebbe la Giustizia? Se questa è la pena, allora è vero il vecchio teorema secondo cui la Legge non tutela affatto la Giustizia vera, quella sociale.
Dove sbaglio?

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 07/10/2008 08:51 | link | fate pure commenti (7) |
criminali

mercoledì, 24 settembre 2008
.: Andrei Chikatilo :.

Ripartiamo da dove eravamo rimasti nel post sul cannibale di Milwaukee della settimana scorsa.
Come ricorderete, avevamo parlato di una serie di luoghi comuni, che vedono il serial killer essere uomo, occidentale, possibilmente americano, che diventa mostro assassino per traumi subiti durante l'infanzia o per motivi di emarginazione sociale.
Abbiamo in passato fatto cadere l'ipotesi che fosse uomo, e lo faremo ancora, ma adesso facciamo anche un altro passo. Vediamo che cosa succede quando il mostro assassino non solo non è americano, ma non è neanche occidentale. Scopriremo presto che chi deve fare l'opportuna prevenzione del caso... si è mostrato impreparato. Impreparato a fermare il mostro, ma anche impreparato ad ascoltare chi cercava di far luce sull'orribile serie di delitti.
Già, perchè questa non è solo la storia di un serial killer. Questa è anche la storia di un medico, che accortosi dell'incapacità da parte delle autorità di identificare il mostro, provò a dare una mano, in un'epoca nella quale non esistevano ancora test del DNA ed altre cose che oggi sono all'ordine del giorno.
Quel medico non fu ascoltato, per incapacità di ascoltare, e l'assassino potè continuare a colpire. Soprattutto perchè la società in cui agiva non era preparata al fatto che potesse esistere un serial killer al suo interno.
E' anche la storia di una spia, di un uomo che la smise di dare la caccia agli americani, per dedicarsi alla ricerca del criminale.
E non è una storia semplice. Può disturbare molto, perchè è molto violenta e crudele: questa è la storia di Andrei Romanovich Chikatilo, detto anche il Macellaio di Rostov, che per ben 12 anni fu il grande terrore criminale dell'Unione Sovietica.
Attenzione. Very long post. Se proprio volete leggerlo, mettetevi comodi e prendetevi del tempo. Più di così non si poteva tagliare, essendo una storia molto delicata.
 
Partiamo da alcune importanti considerazioni sul personaggio ritratto nella foto a lato: 1) questo non è un post politico, è un post su un criminale, come ce ne sono tanti anche da noi; al limite, occorre osservare che mentre da noi di mostri ce ne sono molti, non sono affatto tanti i mostri conterranei di Chikatilo. 2) il modus operandi di Chikatilo è stato senza dubbio, storicamente, uno dei più grandi contributi al luogo comune cattolico, diffuso unicamente in Italia, secondo cui "i comunisti mangiano i bambini". In realtà non è possibile provare che Chikatilo fosse comunista convinto, anche se lui si è sempre dichiarato tale ed è stato membro attivo del partito, visto che all'epoca tutti i sovietici erano iscritti al PCUS, che era anche partito unico... per cui era come se fossero comunisti tutti e nessuno. Chikatilo era di nazionalità sovietica, ma dire "i sovietici mangiano i bambini", nelle nostre parrocchie e nei nostri oratori di campagna, non avrebbe avuto lo stesso peso elettorale rispetto al dire che "i comunisti mangiano i bambini". :)
 
Andrei Romanovich Chikatilo nacque nel villaggio di Yablochnoye, in Ucraina, nel 1936. Ho detto 1936, che notoriamente non è un'annata fortunata, perchè significa avere un'infanzia travolta in pieno dalla seconda guerra mondiale, che in Russia è stata qualcosa di devastante, molto peggio che da noi.
Il padre di Andrei è richiamato nell'Armata Rossa, e parte per la più tremenda campagna di guerra di quegli anni, ma durerà poco: verrà molto presto catturato, purtroppo per lui vivo, dai nazisti, durante l'avanzata verso Leningrado.
Non solo. L'Ucraina, dove cerca di crescere tra gli stenti il piccolo Andrei, viene colpita dai bombardamenti tedeschi, e dall'avanzata della Wehrmacht, che tagliano i rifornimenti ed i collegamenti con il resto del Paese: con l'arrivo dell'inverno, sul villaggio di Yablochnoye, e su gran parte dell'Ucraina, arriva un nemico ancora più pericoloso dei tedeschi. La carestia.
Secondo molti studiosi della personalità di Andrei, è in questo periodo che la madre impazzisce.
Andrei venne a sapere, tempo dopo, di avere un fratello più vecchio di lui che morì nella carestia ed il cui corpo fu cannibalizzato da vicini affamati. Attenzione: non ci sono nè prove nè conferme di questo episodio. Ma neanche smentite. Qualcuno tende ad avvalorare l'ipotesi che il bambino sia morto durante la carestia, e che il racconto della cannibalizzazione sia invece stato inventato dalla madre pazza. Fatto sta che questo racconto segnerà fortemente la psiche del piccolo Andrei (che all'epoca deve avere circa 5 anni). Oltre questo, anche se non ci sono prove per l'episodio riguardante il fratello di Andrei, è dimostrato storicamente che degli episodi di cannibalismo si verificarono sicuramente durante la carestia del 1930, e durante quella scoppiata in occasione dell'invasione tedesca.
C'è un altro elemento da considerare. Un elemento molto forte: non è che la madre fosse impazzita all'improvviso. No. La donna viene rapita da parte di un gruppo di soldati della Wehrmacht, e stuprata ripetutamente. Questo causa la sua follia. Ma ha una conseguenza forte: il rapimento avviene sotto gli occhi del bimbo di 5 anni, Andrei, già con il padre lontano, in guerra, e che vede i soldati tedeschi portargli via la madre. La notte resta solo in casa, mentre continuano i bombardamenti della Luftwaffe.
Non si sa quanto tempo la donna sia rimasta nelle mani dei soldati, poichè le notizie a riguardo sono pochissime e confuse. Di sicuro, secondo medici e studiosi che a vario titolo hanno cercato nell'infanzia le cause che hanno originato una personalità così deviata e disturbata, sono eventi che segnano per sempre la mente di un bambino di 5 anni.
Moltissimi decenni dopo, dopo il 1990, Andrei Chikatilo racconterà di ricordare benissimo cosa sognava la notte, quando era piccolo, durante la guerra. Sognava di prendere in ostaggio dei soldati tedeschi, di portarli nei boschi, e di procedere alla loro esecuzione.
E, detto tra noi, come dargli torto??
 
Eh sì, anche questa storia dimostra come sia vero, che i moventi profondi dei mostri assassini siano da ricercare in traumi vissuti durante l'infanzia...
Ma la storia è ancora lunga. Anche perchè è una storia che andrà avanti in piena guerra fredda, e non nel blocco occidentale.
Quel che è certo è che la giovinezza di Andrei è fatta di miseria, di carestia, di violenza subita. Il ragazzo è piccolo, magro, mingherlino e poco muscoloso, un fisico gracile così evidente da essere motivo di scherno agli occhi dei compagni di scuola. Il bambino è anche fortemente miope, quasi ipovedente. Anche il fatto di non avere una buona vista, lo segna fin da piccolo.
Ma a scuola ha buoni risultati. Va avanti negli studi, lui figlio di contadini, e fa progressi. Più avanti, fallirà il test di ammissione all'Università di Mosca, ma non demorde. Inizia a lavorare, ma contemporaneamente mentre lavora come operatore telefonico, continuerà a studiare, fino a laurearsi in Letteratura russa, presso la Libera Università di Arte di Rostov, ma a questo ci arriviamo dopo.
Contrariamente a quel che si crederà, e che si potrebbe credere quando si parla di un serial killer, Andrei Chikatilo non è in generale uno stupratore, e non potrebbe esserlo: all'età di 18 anni, dopo la visita medica per il servizio militare, viene assodato che il ragazzo ha una grave disfunzione sessuale che lo rende impotente per tutta la vita. Conseguenza anche questa dei traumi nell'infanzia? O della carestia? Chi lo sa, non sta a me dirlo. Non sono un medico. Ma qui scatta un primo grande problema, che è un altro duro colpo per lui. E' il 1960, ed Andrei è a fare il servizio militare. Per lui è un incubo. I medici della caserma leggono dai certificati della sua disfunzione sessuale e lo etichettano, con tanto di timbri ufficiali, come omosessuale. Andrei non ha - e non può avere - dei bei ricordi del tempo durante il servizio militare: dopo l'ennesimo appuntamento fallito con una ragazza dovuto all'impotenza, la gentile signorina ha una splendida idea. Reagisce dicendo agli amici che Andrei è impotente, e assieme a loro si mette a deriderlo. Certamente questo episodio gli fa aumentare l'odio nei confronti di tutti, delle donne, degli amici, del mondo.
 
Andiamo avanti negli anni. Andrei termina il servizio militare, e trova lavoro come operatore telefonico. Tra traumi infantili e impotenza, è un ragazzo chiuso e taciturno, timidissimo e con pochi amici, che lo deridono alla prima occasione, ed incapace di trovarsi una fidanzata. Etichettato come omosessuale, pur senza sentirsi tale, riesce a sfogarsi ed a raccontare tutto questo solo a sua sorella. E' proprio la sorella che si da' da fare. Gli presenta una sua amica, Feodosia. I due si innamorano. Lui le confessa di essere impotente, e di riuscire solo raramente a masturbarsi. Lei gli risponde che non gliene frega niente (ah, potenza dell'ammore!). I due si sposano.
Nonostante i loro rapporti a letto siano fin dalla prima notte disastrosi, la giovane moglie non si arrenderà al primo fallimento e due anni più tardi nascerà una figlia, Lyudmil, seguita da un bel maschietto, Yuri, nel 1967. L'inseminazione avvenne eiaculando sul ventre della moglie per poi inserire il seme dentro di lei con le proprie dita.
E' questo il periodo migliore, per Andrei Chikatilo, che fino ad oggi non è mai stato un violento, nè un omicida, ma solo un impiegato piccolo borghese timido ed impacciato, un po' quello che da noi etichiettiamo come uno sfigato, un "tipo soggetto". La nascita dei figli gli da' molta forza, riesce mentre lavora, con molti sacrifici, a laurearsi in Lettere e così, finalmente, dopo la laurea, può cambiare lavoro, e diventare un insegnante.
 
Terribile. Quasi incredibile. Ma sono gli anni dell'insegnamento che fanno di lui il mostro di Rostov. Poi noi parliamo degli studenti di oggi come se fossero gli unici campioni del bullismo, e immaginiamo i bambini della Russia Sovietica come tutti "allineati e coperti".
Invece provate ad immaginare quando in classe entra un professorino, lo vedete nella foto a lato, magro scheletrico, con poche energie, timidissimo e che balbetta. E' provato che fin da subito i suoi rapporti con gli alunni non sono dei migliori, è schernito e poco amato. E' vero che questo capita alla maggior parte dei docenti, ma... nel suo caso avrà un effetto psicopatologico molto grave.
Andrei come insegnante è anche bravino, ma è completamente incapace di ottenere una qualsiasi forma di rispetto dai suoi alunni, ma continuò la professione spostandosi di scuola in scuola.
Un bel giorno, dopo qualche anno di insegnamento, scatta in lui la molla. Quando non ce la fa più, nonostante la timidezza, schiaffeggia gli studenti che lo prendono in giro.
Non si sa di preciso come siano andate le cose, fatto sta che invece gli studenti vanno alla polizia e lo denunciano per abusi sessuali!
La polizia fa accertamenti su di lui, e scopre che è affetto da impotenza! Che se permettete, è anche solido come alibi. Certo, avrebbero potuto tenerlo sotto osservazione, ma qui avviene il grande errore. La polizia scrive nel suo verbale non solo che Andrei Chikatilo è impotente, e pertanto incapace di commettere abusi sessuali, ma scrive anche una cosa fatalmente sbagliata: scrive che "La pedofilia è un pericoloso crimine, da ascriversi a cause sociali, e pertanto tipico del mondo occidentale, capitalista, edonista, ed imperialista, non certo di un Paese Comunista".
Beh, come risultato si ottenne solo che la scuola in cui insegnava preferì licenziarlo, etichettandolo come tipo violento. Andrei continuò a vagare di scuola in scuola e, ogni volta che alle autorità scolastiche arrivavano voci circa l'accusa che aveva avuto, oppure ogni volta che scoppiava e picchiava un alunno, preferivano licenziarlo invece di iniziare un'indagine ufficiale e rovinare così la reputazione della scuola.
L'ultima esperienza? Gli studenti lo sfottono ancora, in particolare una studentessa di 14 anni. Andrei la trattiene con una scusa oltre l'orario scolastico, e si vendica picchiandola con un righello. La ragazza esce di scuola che ancora sanguina, e denuncia l'accaduto ma, non sapendo che Andrei è impotente, racconta che il professore l'ha picchiata "finché non ha raggiunto il piacere". Andrei dovrà dimettersi.
Come riporta la sua biografia sul sito Telanera, "E' soltanto l'inizio di quello che si nasconde dietro un anonimo borghese, un professore padre di famiglia e uno stimato membro attivo del partito comunista".
Proprio il fatto che fosse attivo nel partito, darà luogo a certe letture politiche in occidente, a dire il vero pretestuose e speculative, che metteranno la vicenda di Andrei Chikatilo, alla base del crollo degli ideali sovietici (!!!).
Un fatto è certo: Andrei è un uomo dall'equilibrio psichico fragile fin dall'infanzia ed ora in procinto di cadere nell'abisso della follia.
 
Andrei lascia il lavoro come insegnante, e diventa commesso in un'industria statale: i numerosi viaggi di lavoro nell'Unione Sovietica furono usati per commettere i suoi crimini.
Che iniziano solo ora.
Anche in questo, Chikatilo è un serial killer atipico. Ha iniziato la sua attività di assassino solo a 42 anni.
Nel 1978, Chikatilo si spostò a Shakhty, una piccola città mineraria vicino a Rostov, dove commise il suo primo omicidio. Il 22 dicembre, attirò una bambina di 9 anni in una vecchia casa che aveva comprato in segreto dalla sua famiglia, dove tentò di stuprarla, ma non poteva riuscirvi: l'impotenza gli ricordò drammaticamente di essere sempre con lui, a fargli compagnia. La pugnalò a morte. Con 40 coltellate immaginando, come raccontò al processo, di colpire "uno degli studenti che mi schernivano di più, quando ero insegnante". La follia gli è esplosa dentro, ed ha anche un inaspettato risvolto sessuale: per Andrei l'impotente, da quel momento in poi il suo unico modo di eccitarsi è di accoltellare persone fino alla loro morte. E funziona. E' nato il Macellaio di Rostov.
 
Ma nonostante tutto questo, smise di uccidere per un lungo periodo.
La follia riprese forte solo nel 1982.
Percorreva le strade intorno a stazioni di autobus o treni approcciando giovani vagabondi, convincendoli ad allontanarsi con lui. A quel punto il bosco più vicino diventava il luogo dell'omicidio della vittima.
Nel 1983 non uccise fino a giugno, ma poi fino a settembre uccise quattro persone, tutte donne o bambini. Chikatilo solitamente tentava di avere rapporti sessuali con le sue vittime, ma spesso era incapace di raggiungere un'erezione: questo creava in lui una furia omicida, specialmente se la vittima lo derideva per questo suo handicap. Riusciva a raggiungere l'orgasmo solo quando pugnalava a morte.
 
Insomma, per farla breve, entro la fine del 1983 le vittime erano già una decina. Nonostante questo, la polizia non collegò gli omicidi tra di loro, e ignorò l'ipotesi che si potesse trattare di un unico assassino.
Il motivo? Lo stesso fondamentale errore di prima! In quel tempo, nell'URSS, i crimini come quelli commessi da Chikatilo erano considerati impossibili in quanto comuni solo "nelle edonistiche nazioni capitaliste".
Questo grave errore non fu commesso solo dalla polizia, ma anche dai giornalisti, che pertanto non scrissero mai articoli su un mostro...
In pratica, non vi fu allarme. E gli omicidi, grazie al lavoro di Andrei, avvenivano in località anche lontane tra loro, e spesso furono relegati alla cronaca locale.
C'è anche un altro motivo storico che impedì l'allarme sociale. All'epoca, in Unione Sovietica, ma anche in Occidente, era convinzione diffusa sia negli ambienti criminologi che in quelli sociologici, che dare troppo spazio alle notizie riguardanti crimini a sfondo sessuale potesse dar luogo a fenomeni di emulazione, un po' come avvenuto da noi con la moda dei sassi dai cavalcavia qualche anno fa, dove il picco di lanci di sassi avveniva puntalmente dopo che al fenomeno era stato dedicato qualche servizio televisivo.
Per quanto riguarda invece la pedofilia, in Unione Sovietica era molto mal vista, anche dagli altri criminali, infatti i vari (ma a dire il vero rari) pedofili arrestati erano stati puntualmente torturati e uccisi in cella dagli altri carcerati.
Negli anni '80, l'esistenza di un mostro iniziò a circolare, soprattutto in Ucraina, ma non ufficialmente, ma come diceria popolare. E fra la gente nacquero dicerie circa stranieri che uccidevano bambini sovietici in preparazione di un'invasione e la presenza di lupi mannari.
 
Quando Andrei aveva già ucciso 14 persone, la polizia aveva scoperto appena sei cadaveri. Rostov-On-Don, la città al centro dell'ampio raggio dove erano avvenuti gli omicidi, era incapace di risolvere la cosa, anche perchè credeva di avere a che fare con sei assassini diversi. Unica alternativa, informare le autorità centrali.
Così, i fascicoli riguardanti i sei cadaveri ritrovati arrivarono alla Polizia di Mosca, che immediatamente mandò a Rostov-On-Don un team guidato dal Maggiore Mikhail Fetisov.
Fetisov all'inizio ebbe delle buone intuizioni, infatti concentrò le indagini intorno a Shakhty.
Ma come abbiamo detto, questa è anche la storia di un medico e di una spia.
La spia arriverà più tardi, ma il medico arriva ora, ed ha un mome: Victor Burakov.
Il dottor Burakov era (ed è ancora) un esperto medico legale, nominato da Fetisov come consulente scientifico del team inquirente. Burakov prima di esaminare i cadaveri, volle l'elenco di tutti i malati di mente e rei di crimini sessuali conosciuti nell'area, eliminando uno alla volta quelli che non erano coinvolti. Un certo numero di giovani ragazzi confessò gli omicidi, ma solitamente erano malati di mente che ammettevano le loro colpe solo dopo lunghi e brutali interrogatori. Almeno uno dei sospetti si suicidò nella propria cella mentre era agli arresti.
 
Ma anche i crimini erano strani. Il pedofilo assassino stupra e uccide bambini, il maniaco sessuale stupra e uccide le donne. Qui invece la maggior parte delle vittime erano ragazzi abbastanza cresciutelli... (Andrei si vendicava, nel suo folle immaginario, degli studenti che lo avevano preso in giro, ma questo gli inquirenti non potevano saperlo)
Allora il maggiore Fetisov fece un atto coraggioso: passò al setaccio le comunità gay, cosa che non avrebbe potuto fare, perchè a quel tempo erano clandestine in URSS dove l'omosessualità era un crimine. Oltre 150.000 persone vennero interrogate, ma anche questa strategia fu abbandonata. Perchè non portò a nulla. Nessuno stava cercando di uccidere i gay.
Intanto nel 1984 furono commessi altri 15 omicidi. Con i cadaveri ritrovati sempre in boschi poco distanti da stazioni ferroviarie o di autobus. Fetisov rispose aumentando il numero di pattuglie ed agenti in borghese alle principali fermate di trasporti pubblici.
 
Insomma, a furia di aumentare i controlli, un giorno un poliziotto in borghese ferma proprio Andrei!
Chikatilo venne trovato ad agire in modo sospetto ad una fermata del bus a Rostov e quindi arrestato. Fu scoperto che era sotto investigazione per piccoli furti ai danni di uno dei suoi datori di lavoro e questo permise alla polizia di tenerlo in stato di fermo per un prolungato periodo di tempo. L'oscuro passato di Chikatilo fu analizzato, ma non emersero prove per incriminarlo degli omicidi. Fu accusato di altri crimini e condannato ad un anno di prigione, ma dopo solo 3 mesi, nel dicembre del 1984, fu liberato. Eh sì, credevate che in Unione Sovietica una volta messo uno in cella buttassero la chiave? Altro che! Esistevano praticamente le stesse regole sugli sconti di pena e tutto il resto che ci sono da noi.
 
Ma, durante questo tempo in cui Andrei è in carcere, succedono due cose importanti. La prima è un grave errore commesso proprio dal Maggiore Fetisov. Costui infatti, scarta Chikatilo dalla lista dei sospetti a causa del suo gruppo sanguigno, diverso da quello dei campioni di liquido seminale e di saliva lasciati dall'omicida sulle vittime.
Ad opporsi (perchè accidenti aveva visto giusto) è il medico. Victor Burakov ha invece capito che si tratta di un serial killer, ed insiste nell'affermare che Chikatilo doveva essere un individuo unico, nel quale il tipo di sangue differiva se analizzato in un campione ematico ed in un campione di liquido seminale. Da notare che all'epoca, siamo negli anni '80, il test del DNA non esisteva ancora! Pertanto, l'identificazione, anzi la compatibilità, di una persona si faceva attraverso l'analisi del sangue.
Fetisov non credette al medico. D'altronde era convinto che non si trattasse di un serial killer, perchè "queste cose succedono solo nella società occidentale, degradata dal capitale e dall'edonismo". Ma il dottor Burakov non volle mica demordere :) Ed iniziò a scrivere in giro ad altri esperti russi ed esteri ma...
Nessuno scienziato, nè dell'URSS nè del mondo occidentale, prese sul serio quella teoria, tranne un gruppo di biologi dell'Università di Mosca, ma questo non bastò...
Oggi sappiamo che la teoria del dottor Burakov era corretta. Oggi è stato ampiamente dimostrato che alcune persone, al contrario di altre, secernono marker di proteine, anticorpi ed antigeni del sangue anche negli altri fluidi corporei (saliva, lacrime, sudore, latte, liquido seminale, ecc..). Per questo motivo il gruppo sanguigno di queste persone può essere identificato tramite appositi test su fluidi corporei diversi dal sangue, mentre per altre persone, circa il 20% del totale, questo tipo di esame non è possibile, perchè risulta alterato, e Chikatilo appartiene a questa categoria.
I biologi di Mosca provarono a difendere l'operato di Burakov, ma furono ignorati e le loro teorie circa l'analisi dei campioni ridicolizzata. La polizia arrivò a dire che per errore erano stati mischiati i campioni raccolti, e non fu conservato alcun campione biologico.
Burakov, deluso, si dimise dall'incarico quando Andrei Chikatilo fu scarcerato.
 
Andrei va via, trova un nuovo lavoro a Novocherkassk, e per un po' riga dritto, ma nell'agosto del 1985, uccide a coltellate due donne in occasioni separate. Poi si calma per un anno circa. I successivi omicidi infatti sono del maggio del 1987 quando, durante un viaggio di lavoro a Revda, in Ucraina, uccide un giovane ragazzo. Uccide ancora a Zaporozhye in giugno ed a San Pietroburgo in settembre.
 
Visto che oramai è anche uscito dall'Ucraina, e i morti a coltellate sono arrivati fino a San Pietroburgo, spargendosi per tutta l'Unione Sovietica, la polizia si da una mossa: rimuove il Maggiore Fetisov dall'incarico, e chiede aiuto più in alto.
E' qui che entra in campo il terzo protagonista: la spia.
Issa Kostoyev era originario dell'Ingushezia, facente parte della polizia segreta, quella che faceva più paura. Nel 1985 viene assegnato al caso.
C'è poco da fare. Quando le forze di polizia si trovano in difficoltà, preferiscono chiedere aiuto al famigerato KGB. E la polizia segreta manda un investigatore coi fiocchi. E' l'uomo nella foto a lato.
Kostoyev riesamina da capo tutti i delitti commessi attorno a Rostov, interroga di nuovo tutti i criminali sessuali noti. E poi risponde alle sue autorità con un sonoro niet.
Kostoyev è stato assegnato al caso proprio perchè le autorità sono convinte che gli autori degli omicidi siano degli stranieri, perchè questo tipo di crimini è "tipico del mondo capitalista imperialista". Kostoyev capisce la strada giusta, e fa capire alle autorità che stanno prendendo un granchio. Proprio in base alla sua esperienza internazionale, scrive ai suoi capi: "Conosco bene quel mondo occidentale imperialista, con i suoi difetti, le sue derive, la sua degradazione sociale, e proprio perchè lo conosco bene, riconosco tutti i sintomi, nel caso che sto esaminando, di quello che gli occidentali chiamano un caso di serial killing con movente di tipo psicopatologico".
Kostoyev fa notare che tutte le vittime sono state colpite con quarante coltellate almeno, e l'assassino si è sempre accanito sugli occhi, in tutti gli omicidi. Pertanto, le coltellate negli occhi costituiscono il marchio del killer. Pertanto, secondo Kostoyev, l'assassino è uno solo. Per la prima volta, passa il concetto del serial killer in Unione Sovietica.
L'agente confronta i casi e chiede ad una psichiatra di tracciale il profilo dell'omicida. Si apre un'inchiesta per la caccia ad un serial killer. Inchiesta senza precedenti, per un Paese comunista.
La psichiatra dopo attenta valutazione, e studiando anche le coltellate negli occhi, arriva ad intuire che l'assassino è un ipovedente, o quanto meno una persona che invidia la vista degli altri. Capisce anche altre cose. Le vittime presentano mutilazioni, ma anche segni di morsi, morsi che hanno staccato brandelli di carne, brandelli non ritrovati. Pertanto secondo la psichiatra "l'assassino potrebbe averli ingeriti, pertanto non è da scartare l'ipotesi che tra i traumi subiti nell'infanzia ci sia un episodio di cannibalismo." Ha visto giusto, ma ha anche visto che l'assassino in effetti mangia i bambini.
Issa Kostoyev ha anche un'altra intuizione: quella che l'assassino segua con attenzione le indagini, ed ha ragione. Andrei ha fiutato che qualcuno sta iniziando a capire qualcosa, ed osserva. Allora Kostoyev gli prepara una trappola, o meglio, un test: nel dicembre 1985 rinnova le ronde intorno alle stazioni degli autobus di Rostov. Guardie in divisa in quelle più grandi, ed in borghese in quelle più piccole. Il test ha successo: da quel momento, gli omicidi avverranno lontano da Rostov.
Nel 1988 Chikatilo tornò ad uccidere, a Krasny-Sulin. Anzi, il 1988 fu un anno in cui uccise otto persone. Poi una lunga pausa, prima che venissero trovati i cadaveri, sempre accoltellati, con accanimento sugli occhi ed anche presi a morsi, di sette ragazzi e due donne fra gennaio e novembre del 1990.
 
Kostoyev ha oramai le idee abbastanza chiare, e continua sulla sua strada. Ha un buon profilo psichiatrico dell'assassino, gli manca solo l'identità anagrafica del suo uomo.
Continua sulla sua strategia: polizia in uniforme nelle grandi stazioni, con il compito di essere molto visibili e in borghese nelle piccole. Il senso della strategia è semplice: far vedere all'assassino che ci sono ingenti forze di polizia nelle stazioni più grandi, in modo da spingerlo ad avvicinare una vittima in una stazione più piccola, dove la presenza di agenti era meno evidente. Gli agenti messi da Kostoyev nelle stazioni piccole non erano semplicemente in borghese. Gli uomini erano travestiti da senzatetto o da vagabondi, le donne erano travestite da prostitute.
Visto che si tratta di un assassino che ha già ucciso almeno 50 volte, è chiaro che non riesce a fermarsi e deve farlo ancora, pertanto, con questo dispiegamento di falsi senzatetto e false prostitute... prima o poi dovrà essere visto da qualcuno!
 
6 novembre 1990, Chikatilo uccide e mutila la signora Sveta Korostik, in un bosco dove di solito i russi andavano a cercare funghi.
Mentre si allontana, su un ponticello che attraversa un fiume, viene circondato da sei o sette persone con abiti laceri o pochi cenci, tipici vagabondi di quelli che vivono nelle stazioni ferroviarie, ed una prostituta che sembra una tossica.
Vagabondo: "Che ci fai qua, compagno? Da dove esci?"
Andrei: "Dal bosco..."
Vagabondo: "E che cazzo ci facevi nel bosco?"
Andrei: "Cosa vuoi che facessi, compagno? Ero andato a cercare funghi!"
Vagabondo: "E li vieni a cercare dietro la stazione ferroviaria di Leskhoz?"
Andrei: "Beh, qui stanotte ha piovuto, compagni, e quindi sono cresciuti i funghi..."
Vagabondo: "Ma scusa un po' compagno, ma perchè sei vestito in giacca e cravatta? Vai a cercare funghi in abiti così formali?"
Andrei: "Ehm... questo è l'unico vestito che ho... non sono mica ricco..."
Vagabondo: "Anche noi non siamo ricchi, e non abbiamo nè la giacca nè la cravatta, tu sei vestito da dipendente industriale! E come mai hai i vestiti sporchi ed hai quelle strisce di sangue sulla guancia e sull'orecchio?"
Andrei: "Ma che cazzo ve ne frega, compagni!? Sono inciampato nel fango e sono caduto su un cespuglio mentre raccoglievo i funghi!"
Vagabondo: "E cosa hai in quella borsa sportiva di nylon, che non è del tipo che si usa per andare a funghi?"
Andrei: "Ehi! Ma quante domande! E' l'unica borsa che ho! Ma che cazzo volete da me, compagni?"
Vagabondo: "Apri un po' quella borsa!"
Andrei: "Ah ecco cosa volete! Volete rapinarmi dei funghi che ho raccolto! Ah ma ve la faccio pagare! Io sono un membro del partito!"
Vagabondo: "Partito 'sto cazzo! Dammi la borsa!"
Andrei: "Non l'avrete!!! Me la volete togliere? E allora non l'avrà nessuno!"
Andrei lancia la borsa nel fiume, e la corrente se la porta via. Come poi confesserà, all'interno non c'erano funghi, ma i seni recisi della sua ultima vittima.
Vagabondo: "Che cazzo fai!!"
Andrei: "Ve la faccio pagare, senzatetto di merda! Io sono membro del partito!"
Vagabondo: "Partito 'sto cazzo. Ed anche senzatetto 'sto cazzo! Guarda qua questo tesserino: siamo della polizia. Invece loro due sono del KGB. Ora ci dai i tuoi documenti e poi, in nome del popolo sovietico e della dittatura del proletariato, tu ci segui al comando. E se la questione non la chiarisci per bene, il partito sarà ben lieto di sospenderti!".
 
Poche ore dopo, il rapporto fatto dai falsi vagabondi era nelle mani di Issa Kostoyev, che lo fa leggere alla psichiatra, per vedere se il profilo psicologico combacia.
Kostoyev: "Poco dopo il suo fermo, la polizia ha trovato due corpi, a 10 metri di distanza l'uno dall'altro, sempre nel bosco vicino alla stazione Leskhoz."
Psichiatra: "Il numero di coltellate combacia?"
Kostoyev: "Sì, anche l'accanimento sugli occhi, anche le mutilazioni, ed anche i morsi sui cadaveri."
Psichiatra: "Ma non si può dire che sia stato lui... Sono indizi, non prove. Nessuno l'ha visto colpire quelle persone."
Kostoyev: "Sì, è vero. Non abbiamo prove che sia stato lui, però vedi, guardando storicamente gli altri omicidi, è la seconda volta che questo Andrei Chikatilo è indirettamente associato ad uno degli omicidi del macellaio di Rostov... Nessun altro sospettato è mai stato associato due volte."
Psichiatra: "La prima volta quando è stato?"
Kostoyev: "Nel 1978, quando un testimone riportò di aver visto un uomo, la cui descrizione combaciava con Chikatilo, insieme ad una ragazza che fu poi trovata morta".
Psichiatra: "Potrebbe essersi separato da lei, e poi qualcun altro l'ha uccisa. Così come in questo caso... nel bosco avrebbe potuto esserci un'altra persona. Non è provato che sia lui."
Kostoyev: "Vero. Ma è anche vero che è il principale sospettato."
Psichiatra: "Giusto. Come intendi fare?"
Kostoyev: "Per ora, con quel che abbiamo a suo carico, possiamo solo rilasciarlo".
Psichiatra: "E poi?"
Kostoyev: "Lascia fare a me :) Se permetti, noi del KGB sappiamo benissimo come tenere sotto stretta sorveglianza una persona :) Talmente stretta che la prossima volta che ci prova, ci saranno i miei uomini come testimoni."
 
Il 20 novembre 1990, Chikatilo lasciò la sua casa con un contenitore da 300ml di birra vuoto.
Andrei, pedinato da tutte le parti dagli uomini di Kostoyev, girò per tutta la città con il contenitore, tentando di avvicinare i bambini che incontrava sulla sua strada. Alla fine entrò in un bar dove comprò la birra, lasciando alla polizia l'interrogativo sul motivo che l'aveva spinto a camminare per ore solo per comprare 300ml di birra. L'insistenza con il quale tentava di avvicinare bambini, convinse la polizia ad arrestarlo quando uscì dal bar.
Le leggi sovietiche sul fermo di polizia erano molto strette: c'erano 10 giorni di tempo per accusarlo o lasciarlo libero.
Poco tempo, ma Kostoyev notò che Chikatilo era molto magro e poco forte fisicamente, mentre una delle sue vittime era un sedicenne fisicamente molto forte (anche se mentalmente instabile).
Sulla scena del crimine erano stati trovati molti segni di lotta fra la vittima ed il suo carnefice. Fu un'ottima intuizione di Kostoyev: fece fare una serie di radiografie a tutto il corpo di Andrei, e così emerse che... una delle dita di Chikatilo aveva un osso rotto da un morso umano, che lui non aveva fatto curare.
 
Kostoyev: "Ora si tratterebbe di farlo confessare..."
Psichiatra: "Mica vuoi... farlo riempire di legnate come fate quando catturate gli agenti della CIA infiltrati?"
Kostoyev: "No, con lui non funzionerebbe. E' psichicamente instabile, quasi pazzo. Delle legnate se ne fotte, anche perchè nella vita ne ha prese già così tante... No, c'è da essere sottili."
Psichiatra: "Fino ad ora cosa hai fatto?"
Kostoyev: "Uno dei miei uomini che lo interroga, continua insistentemente a dirgli che in tutta l'Unione Sovietica lui è considerato un uomo molto malato che richiede aiuto. Questo gli sta dando la speranza che, confessando, non sarà processato per infermità mentale."
Psichiatra: "Sta funzionando?"
Kostoyev: "Si sta ammorbidendo molto, ma dice che vuole che prima si inizi davvero ad aiutarlo, e curarlo."
Psichiatra: "Beh, ma allora è semplice."
Kostoyev: "Cioè?"
Psichiatra: "Bisogna davvero iniziare ad aiutarlo. Invece di un poliziotto, c'è da mandargli... uno psichiatra. Permetti che ci vado io? Sai, conosco il suo profilo mentale meglio di chiunque altro..."
Kostoyev: "Affare fatto, ma vengo anche io".
 
E appena il giorno dopo, nella stanza per gli interrogatori...
Chikatilo: "Compagno Kostoyev, posso dirle una cosa?"
Kostoyev: "Certo."
Chikatilo: "Questa psichiatra mi è veramente molto simpatica. Abbiamo avuto una lunga conversazione. Ecco, io vorrei dirle che... ho commesso 56 omicidi, ed intendo confessarli tutti. Altrimenti non potrò guarire".
Kostoyev: "Lodevole da parte tua. E' segno che stai iniziando a guarire, ma non basta."
Chikatilo: "Perchè non basta?"
Kostoyev: "Beh, potrebbe anche darsi che tu sia diventato matto, e quindi hai solo sognato di commettere 56 omicidi, o magari stai confessando per coprire qualcun altro..."
Chikatilo: "Ma no! Guardi compagno, che posso fornirvi le prove! Ricordo tutto, io! Sono malato, ma non smemorato!"
Kostoyev: "Sì, allora così va bene.
 
Fra il 30 novembre ed il 5 dicembre 1990, Andrei confessò 56 omicidi; tre delle vittime furono impossibili da identificare, quindi non venne accusato di questi omicidi. Ma degli altri 53 sì.
Quando Issa Kostoyev presentò il risultato ottenuto, la polizia rimase sconvolta: avevano fermato il conteggio delle vittime a 36, il resto degli omicidi non erano stati collegati a lui perché avvenuti troppo lontani dai territori dove Chikatilo agiva, altri invece non gli erano stati imputati perché non erano affatto noti. Infatti si rese necessario l'intervento dell'omicida stesso per recuperare i cadaveri.
 
Una volta preso, è il momento del processo. Processo unico nella storia dell'Unione Sovietica, dove il serial killing non si era mai presentato.
Molte precauzioni speciali furono necessarie durante la prigionia di Chikatilo. I crimini violenti a sfondo sessuale, soprattutto contro i bambini, erano un taboo in Russia. I prigionieri accusati di questi reati venivano molto spesso addirittura uccisi dai propri compagni di cella. Il problema maggiore fu che alcuni parenti delle vittime di Chikatilo lavoravano nelle prigioni e la probabilità di un'esecuzione da parte loro del prigioniero, prima del processo, era molto alta.
Pertanto, in cella Chikatilo era sotto stretta sorveglianza video. Sebbene a volte si comportasse in modo bizzarro davanti agli investigatori, il suo comportamento nella cella (dove pensava che nessuno guardasse) era assolutamente normale. Mangiava e dormiva senza problemi, faceva ginnastica ogni mattina e leggeva molti libri e giornali. Dedicava molto tempo anche a scrivere lettere di lamentela alla sua famiglia, al governo ed ai mass media.
Anzi, scrivere divenne la sua passione. Quando lavorava come maestro, scriveva articoli per un giornale locale, i quali trattavano principalmente di questioni etiche e moralità. Mentre era in cella, venuto a conoscenza di un concorso indetto da un popolare giornale per eleggere "l'investigatore dell'anno": vi si iscrisse, candidando le proprie indagini per il premio. Quali indagini? Semplice: "Come avrei fatto io per smascherare Andrei Chikatilo, se fossi stato l'investigatore".
Mica fuffa!
Ma il processo ebbe dei sonori ritardi: nell'agosto 1991, in pochi giorni crolla l'Unione Sovietica, Gorbaciov viene destituito, e succede tutto quello che dovremmo ricordare. Anche il sistema giudiziario tracolla e implode. Il processo non parte perchè non ci sono i soldi per gli stipendi dei magistrati, e tutto il resto.
 
Il processo infatti inziò solo il 4 aprile 1992, celebrato quindi non in Unione Sovietica, ma in CSI.
Andrei è sempre presente in aula. All'inizio ha dichiarato: "Sono pronto a testimoniare i miei crimini, ma vi prego di non tormentarmi con i loro dettagli: la mia psiche non sarebbe capace di sopportarli."
Da quel momento, cambia atteggiamento, ed inizia a sbeffeggiare, deridere, e fare smorfie, a corte, giuria, avvocati, pubblico. Non si sa se si sia trattato di una strategia, fatto sta che nonostante il suo comportamento irriverente nell'aula, fu giudicato sano di mente. Durante il processo fu tenuto, come reso celebre dalle immagini circolate in seguito, in una gabbia al centro dell'aula. Questa fu costruita per proteggerlo dai parenti delle vittime i quali, in un'atmosfera surreale, continuarono ad urlare minacce ed insulti a Chikatilo. La polizia dovè sedare molte risse in aula...
Quando fu interrogato come testimone, Andrei disse subito che: "Ho sentito una sorta di ingovernabile pazzia nei perversi atti sessuali. Non ho potuto controllare le mie azioni perchè sin dall'infanzia non sono mai stato capace di vedermi come un vero uomo e un completo essere umano."
Poi, ribadì tutte le sue responsabilità, senza ritrattare nulla. Confessò tutto, con tanto di particolari, e concluse dicendo: "Tutto ciò che ho fatto mi fa rabbrividire. Provo solo gratitudine per gli inquirenti che mi hanno catturato."
 
Un momento particolarmente teso del processo fu quando toccò all'avvocato delle parti civili, cioè dei parenti delle vittime, avanzare la propria richiesta. Una richiesta da brivido: "Si richiede alle autorità di rilasciarlo, in modo che le parti civili possano procedere in autonomia alla sua esecuzione".
Intervenì perfino il presidente russo Boris Eltsin, con una lettera pubblicata sulle colonne dei giornali, per sottolineare pubblicamente che una richiesta del genere non può essere pronunciata in un tribunale, e che lo Stato prendeva le distanze da simili richieste e blablabla...
 
Il processo terminò a luglio ma la lettura della sentenza fu posticipata al 15 ottobre, quando venne dichiarato colpevole di 52 dei 53 omicidi di cui era accusato e venne condannato a morte per ognuno dei crimini commessi.
In pratica, 52 condanne a morte.
All'ascoltare la sentenza, a Chikatilo saltarono le ultime rotelle rimaste. Si mise ad urlare accusando il regime, alcuni leader politici (anche Putin), prendendosela con la sua impotenza (Sì sì, si tolse i pantaloni e le mutande in aula), e difendendosi citando la famosa carestia che colpì l'Ucraina negli anni trenta. Mentre lo portavano via, oramai disperato, urlò di aver fatto un favore alla società depurandola da persone inutili, aveva infatti ucciso prostitute, alcolisti, ragazzi scappati di casa o semplici giovani con problemi.
 
Ai primi di febbraio 1994, scrisse un'ultima lettera. Indirizzata nientemeno che a Boris Eltsin, in qualità di presidente della CSI. Era il suo appello alla clemenza. Chiedeva, in quella lettera, di commutare in ergastolo la sua condanna.
La risposta di Eltsin non si fece attendere: "Niet!"
 
La condanna a morte fu eseguita con un colpo alla nuca il 14 febbraio 1994.
La morte del Macellaio di Rostov anche in questo caso coincide con la sua entrata nella storia, nel mito.
In Italia, David Grieco ne ha scritto subito un romanzo: "Il comunista che mangiava i bambini", qui c'è la scheda, che poi nel 2004 è diventato un film dal titolo "Evilenko".
 
Su di lui è stata scritta molta letteratura, soprattutto nel periodo tra il suo arresto e la sua morte:

Su di lui è stato fatto un ottimo documentario, con interviste ai personaggi protagonisti di questa storia (notevole il dottor Burakov). Potete vederlo su YouTube, suddiviso in pezzettini vari:

Per approfondire biografia e profilo psicopatologico, consiglio:
TifeoWeb
La Tela Nera

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 24/09/2008 09:55 | link | fate pure commenti (7) |
storie e storielle, ricerche, criminali

giovedì, 18 settembre 2008
.: Jeffrey Dahmer :.

Dove è più probabile che ci sia un serial killer?
Su questa domanda si è basato uno dei più grandi luoghi comuni della storia recente. Provate a fare questa domanda in giro, a conoscenti, amici, colleghi. Vi risponderanno quasi certamente che quello del serial killing è un tipico fenomeno americano. E da qui partono di solito molte considerazioni (niente affatto sbagliate in alcuni casi) di tipo sociale.
 
Per questo motivo, ad esempio, in Italia la legislazione e le capacità investigative, come dice spesso chi di queste cose ne capisce, risultano impreparate a fronteggiare i serial killer. Questo nonostante da noi non manchino affatto fenomeni di questo tipo, come ci ricordano personaggi come Donato Bilancia o Gianfranco Stevanin.
Altro luogo comune: il serial killer è un uomo. Eppure, proprio su questo blog, di recente abbiamo parlato di donne serial killer, ad esempio della saponificatrice di Correggio.
Altro luogo comune: il serial killing è tipico del XX secolo, e del XXI secolo. Strano, poichè nella Gran Bretagna del XIX secolo ha operato il più famoso serial killer della storia: Jack lo Squartatore.
 
Insomma, come diceva Totò, "è la somma che fa il totale", e in questo caso la somma dei luoghi comuni vuole il mostro assassino come uomo, vivente in tempi moderni, ed anche occidentale, possibilmente americano, che diventa mostro assassino per traumi subiti durante l'infanzia o per motivi di emarginazione sociale.
Si può confutare molto di ciò con un post che scrissi qualche mese fa: la storia di Giovanna Bonanno, che è stata una serial killer, ma era donna, fissuta nel '700, e molto mediterranea, avendo operato a Palermo.
 
Invece sull'altra questione, quella che non è affatto detto che il mostro assassino debba essere americano o quanto meno occidentale, tornerò in futuro.
Oggi invece parliamo di una storia che è stata tra le principali ad alimentare questa serie di luoghi comuni. La storia di Jeffrey Dahmer.
 
Eccolo qui, è nella foto a lato. Jeffrey nasce a Milwaukee il 21 maggio 1960 ma già a sei anni segue la famiglia, che si trasferisce nell'Ohio.
La sua infanzia risulta essere molto turbata. La causa? I litigi tra i genitori, che a quanto pare se le menano di santa ragione continuamente, senza esclusione di colpi nelle collutazioni fisiche. Come dirà al processo il perito di parte, "il piccolo Jeffrey soffre nel vedere i propri genitori litigare continuamente".
I coniugi Dahmer in poco tempo, infatti, divorziano. Ma è un divorzio molto doloroso per il piccolo Jeffrey. Da notare che i due genitori non sono certo persone brillanti o degli stinchi di santo. Il padre è un tipo violento e facile all'ira; la madre è sia alcoolizzata, sia tossicodipendente da varie pasticche di psicofarmaci. Insomma, un ambiente familiare abbastanza disastrato. Ma un bel giorno...
Beh, un bel giorno, come se non bastasse tutto questo, il piccolo Jeffrey, che ha circa 10 anni, subisce delle molestie sessuali da un vicino di casa, ma i genitori erano troppo impegnati a litigare tra loro per farci caso... così, le molestie continuano, fino a sfociare in una vera e propria violenza carnale, che il bambino subisce senza trovare alcuna sicurezza nei propri genitori.
Allora si inizia ad intuire una cosa: se il bambino Jeffrey Dahmer da grande è diventato il mostro criminale che è stato, beh forse... alcune di quelle considerazioni circa i traumi subiti durante l'infanzia ed i motivi di emarginazione sociale, non sono poi del tutto dei luoghi comuni... I traumi ci sono, questo è lampante. L'emarginazione sociale arriva dopo, quando Jeffrey, a 13 anni, capisce di essere omosessuale, ed a 14 anni ha la sua prima esperienza sessuale con un amico del quartiere.
Anche il rischio di devianza era abbastanza lampante: il ragazzo racconta ad una sua insegnante che quando ha tempo libero, dopo aver fatto i compiti, esce di casa alla ricerca di animali morti per poi compiere esperimenti, come quello di scioglierli nell'acido. Ma anche la scuola non interviene, e non viene dato nessun supporto psicologico al ragazzo oramai adolescente.
 
Fatto sta che, con la madre che affonda (e affoga) i suoi problemi nell'alcol e nella droga, Jeffrey nel 1978, a 18 anni, se ne va di casa. Magari vorrebbe anche prendere la sua strada ma... forse il cervello gli era già partito.
La prova che oramai era già psicopatologicamente andato sta nel fatto che sempre nel 1978 succede un episodio molto speciale. Una sera si reca al suo bar preferito ed incontra un autostoppista, Steven Hicks, 19 anni. Dahmer lo accoglie in auto, ci fa amicizia e lo invita a bere qualcosa; poi, dopo averlo convinto, lo invita a casa sua. Qui Jeffrey compie il suo primo omicidio: uccide Hicks a sprangate, smembrandolo e mettendo i suoi resti dentro dei sacchetti per l'immondizia per poi caricarli in macchina. Ma attenzione: ho detto che li carica in macchina, non ho detto che li butta via. Infatti, il giorno dopo i sacchetti della monnezza sono ancora nel bagagliaio, e siccome Jeffrey non è certo un professionista del crimine, ma è anche piuttosto imbranato, incappa in un posto di blocco. Un poliziotto avverte l'odore fetido proveniente dai sacchetti, ma Dahmer, come se non fosse successo nulla, risponde che all'interno si trovano dei cibi scaduti e riesce a cavarsela! Non chiedetemi perchè il poliziotto non gli ha fatto aprire i sacchetti, e non si è interessato alla cosa... Fatto sta che a causa di questa poderosa svista... a Jeffrey non succede nulla se non il fatto che...
 
Si sente in colpa. Si sente pentito. Un barlume sano di cervello? Probabilmente, il recettore del pentimento e della colpa viene stimolato ed attivato proprio dal fatto di essere stato fermato al posto di blocco: la consapevolezza di essere andato vicinissimo all'arresto ed al carcere gli da una smossa.
Jeffrey vuole andare via, e cambiare vita in qualche modo. E ci prova. Si arruola nell'esercito, dichiarando esplicitamente di essere disponibile a missioni all'estero.
Detto fatto: viene destinato ad una base USA in Germania. Tuttavia, l'esperienza da militare dura meno di 10 mesi: viene cacciato per alcolismo e insubordinazione. C'è da dire, per dovere di completezza, che in quel periodo, proprio nella zona della base militare, tre persone spariscono senza lasciare traccia; Dahmer, dopo l'arresto, dichiarerà sempre di non essere il responsabile della loro scomparsa. Nè tantomeno sarà mai dimostrato un suo coinvolgimento.
Ma intanto, dopo l'espulsione dall'esercito, torna negli Stati Uniti, ma se ne va in Florida, dove vive la nonna, e dove pare che non si comporti molto bene: nel giro di pochi mesi, riceve varie denunce per atti di libidine violenta e atti osceni in luogo pubblico. Nonostante le denunce siano più di una, viene condannato ad un anno di reclusione, che però non sconta, perchè la pena viene commutata nell'obbligo di frequentare una clinica psichiatrica. Errore? Scelta giusta? Chi lo sa. Fatto sta che Jeffrey resta in libertà, e torna a casa spesso dopo essere stato in clinica, ed è proprio questa sua libertà che gli consente di uccidere, nel 1987, la sua seconda vittima.
 
Si tratta di Steven Tuomi, di 24 anni. Dopo averlo convinto a andare a casa sua, Jeffrey lo uccide. Acquista una grossa valigia, trasporta il cadavere fino alla cantina di sua nonna. Qui, per sua stessa confessione, compie atti di necrofilia con il cadavere, per poi farlo a pezzi e gettarlo tra i rifiuti.
La storia giudiziaria ci racconta che tra il gennaio 1988 e il marzo dello stesso anno, Dahmer massacra altre due persone, James Doxtator e Richard Guerriero, entrambi con le medesime modalità: portandoli a casa della nonna, drogandoli per poi ucciderli, violentarli e buttare alcuni resti sminuzzati nell'acido mentre altri... ehm...
mentre gli altri pezzi dei cadaveri...
...se li mangiava.
 
Direte voi: "Ma la nonna non si accorge di nulla?" Come no! La nonna lo caccia di casa perchè... ehm... è "disturbata dall'eccessivo rumore", derivante dalle sue attività.
Jeffrey se ne va, e nel settembre 1988, torna nella sua natia Milwaukee e va a vivere nella parte nord della città.
Non è che nei primi tempi si comporti bene: appena il giorno successivo al trasloco viene arrestato nuovamente per molestie sessuali: inganna un ragazzino di quindici anni dicendogli di scattargli qualche foto nel suo appartamento, però scoppia una lite tra i due. I vicini, sentendo le urla, chiamano la polizia. Viene condannato nel gennaio 1989 ma viene rilasciato fino alla sentenza esecutiva nel maggio dello stesso anno.
 
Ora c'è da fare un ragionamento serio però, che smentisce le centinaia di telefilm di provenienza americana che bombardano di continuo chi di noi si fa drogare dal televisore. In tali produzioni televisive, infatti, si vede sempre la polizia che collega i diversi omicidi, e dal collegamento cerca di risalire all'identità del serial killer. Nella realtà, non è successo così: anche se ripetutamente arrestato, la polizia non riuscì mai a collegare questi omicidi tra di loro ed a lui.
Infatti, dopo il rilascio, Dahmer torna ad uccidere, questa volta massacrando Anthony Sears, di 26 anni, e viene ancora arrestato, ma in seguito rilasciato dopo dieci mesi di prigionia, per buona condotta. E ancora non si riesce a collegare tutti gli omicidi tra di loro. Questa è la differenza tra fiction e realtà.
La cosa grave è semmai che il personaggio era già noto alla forza pubblica, pluriarrestato, e nonostante questo puntualmente rimesso in circolazione, con ampia libertà di uccidere...
 
Nel giugno del 1990, Jeffrey intensifica la sua attività omicida. I tempi tra un assassinio e l’altro si restringono sempre di più fino ad arrivare ad uccidere una volta alla settimana.
Così, cadono vittime di lui Edward Smith (27 anni), Raymond Smith (33 anni), David Thomas (23 anni) e Ernest Miller (22 anni). Nel febbraio del 1991 massacra Curtis Straughter (19 anni), Errol Lindsey (19 anni) e Anthony Hughes (31 anni).
Ma l'episodio più inquietante avviene solo ora, nella primavera 1991, molto grave, oltre che inquietante.
 
Jeffrey riesce ad accattivarsi le simpatie di un ragazzino di appena 14 anni, Konerak Sinthasomphone. E lo convince a venire a casa sua.
Arrivati a casa, Dahmer fa assumere una forte dose di droghe al ragazzo, sciogliendole in una bibita, e successivamente gli scatta una serie di foto in biancheria intima. Una volta reso inerme il ragazzo, con un...
...trapano effettua un piccolo foro nell'occipite destro del cranio per poi iniettargli un misto di acqua e acido con l'utopistico progetto di rendere schiavo sessuale e compagno vegetale il povero Konerak per gli anni a venire.
(che idea...)
Il ragazzino invece si risveglia, ritorna cosciente, non è per niente vegetale e riesce a scappare approfittando dell'assenza di Jeffrey, finendo in strada confuso e brancolante (e lo credo, sai che paura...).
A quel punto tre ragazze afroamericane notano il ragazzino così diverso dai normali ubriaconi e tentano di soccorrerlo, chiamando anche la polizia, ma...
Jeffrey passeggiando nota il movimento e si avvicina al gruppetto, cercando di strappare il ragazzo dalle braccia delle soccorritrici che, indispettite, oppongono resistenza. Poi, finalmente arriva la polizia, ma...
(alla faccia di chi propina l'idea che più polizia in strada significa più sicurezza)
Jeffrey parla con i poliziotti e incredibilmente, riesce a convincere gli agenti a rilasciarlo, dichiarando che il ragazzino è il suo amante e che è scappato ubriaco dopo una lite! Così Konerak visibilmente terrorizzato ma impossibilitato a difendersi e a parlare, torna accompagnato dal suo carnefice e dalla polizia in casa di Jeffrey, dove questi mostra le foto scattate nel pomeriggio ai poliziotti per provare la loro relazione e per assicurare la tutela del ragazzo!
Risultato? La polizia se ne va!!! E se ne va dopo aver consegnato la vittima al suo carnefice!
Il ragazzo invece, poco dopo, muore nella casa del mostro, per poi essere stuprato e smembrato.
(Nota storica: dopo il processo, con la conseguente emersione della verità, quei poliziotti - e ci mancherebbe altro! - sono stati immediatamente licenziati).
 
Konerak Sinthasomphone non è l'ultima vittima del mostro di Milwaukee. Dopo di lui tocca a Matt Turner (20 anni), seguito da Jeremiah Weinberg (23 anni) e da Oliver Lacy (23 anni) solo otto giorni dopo. Il 19 luglio del 1991 il mostro uccide smembra e mangia Joseph Brandehoft, 25 anni, che sarà l'ultima vittima, la diciassettesima.
Appena tre giorni dopo, infatti, il 22 luglio 1991, Jeffrey invita Tracy Edward, un uomo di colore di 32 anni, nella sua abitazione. Quest'ultimo, approfittando di un momento di distrazione del maniaco, riesce a scappare e ad avvertire le forze dell'ordine, ponendo fine alla carriera del suo sequestratore.
Jeffrey Dahmer, al momento della cattura, non mostrò nessuna pericolosità e non oppose alcuna resistenza quando la polizia arrivò a casa sua per arrestarlo.
 
Una volta preso, inizia l'istruttoria. Ed emergono le cose raccapriccianti.
 
(Attenzione! Il prosieguo del post potrebbe urtare la sensibilità di chi legge).
 
Mettiamoci nei panni del Pubblico Ministero che deve interrogarlo, ma anche preparare l'istruttoria a suo carico. Che nervi avrà dovuto avere costui? Che capacità di resistere alla nausea? Non lo sappiamo. Sappiamo però che questo inquirente si rende conto della palese insanità di mente di Jeffrey, però deve ammettere che l'accusato, nonostante questa insanità di mente, "...è dotato di una capacità relazionale davvero brillante. La sua tecnica per avvicinarsi alle persone era quella di spacciarsi per un fotografo, interessato a foto di nudo maschile, promettendo anche ricchi compensi", e con un'ottima capacità di convincimento...
Ma non nota solo questo, l'inquirente. Jeffrey confessa le diciassette vittime negli USA, non si assume nessuna responsabilità per i tre scomparsi in Germania, e gli si potrebbe anche credere, visto che si assume la responsabilità dei diciassette uccisi, raccontando anche tutti i particolari... Tirando le somme, il magistrato inquirente scrive che: "Oltre ad uccidere e smembrare le sue vittime, era solito mangiarne alcune parti, e conservarne altre (ad esempio genitali e mani). Alcune teste venivano tenute in frigo o sotto spirito, altre, invece, venivano bollite per un giorno intero fino a far separare la carne dal cranio. Quest’ultimo poi veniva coperto di cera e dipinto per diventare un soprammobile."
Ed il resto?
Si legge ancora nell'atto d'accusa: "Le parti del corpo che non facevano parte della sua alimentazione venivano sciolte nell'acido, tanto che i vicini più volte avevano lamentato alle autorità gli odori nauseabondi che arrivavano dal suo appartamento, ma nessuno si era mai fatto carico di ciò".
La sua psiche malata non finiva qui. Infatti, il mostro fotografava i cadaveri, prima e dopo il sezionamento, e dormiva accanto ad essi.
Ad alcune delle vittime, mentre queste erano ancora vive, Jeffrey praticava un foro al centro del cranio e attraverso questo foro iniettava varie droghe, oppure acido cloridrico o acqua bollente. Il lento e doloroso effetto durava anche più di 2 giorni. In alcuni casi passava anche una settimana, il che permetteva alla vittima di accorgersi lentamente della sua fine.
 
Completata l'istruttoria, si arriva al processo.
Per il processo Dahmer vennero adottate efficienti misure di sicurezza, non per la sua pericolosità quanto più per quella dei parenti delle vittime, in quanto questi tentarono più volte di aggredirlo durante il dibattimento processuale.
All'arrivo, in catene più che ammanettato, alla prima udienza del processo, mentre i giornalisti scattavano foto e gli urlavano "Perchè?", lui disse l'unica frase prima della fine del processo: "Il mio sogno è quello di ammazzare un uomo con un manganello o una spranga, e poi violentarne il corpo inanimato".
 
Dopo, tacque. Seduto nelle aule di tribunale, mentre venivano elencate le sue atrocità, Jeffrey rimase impassibile come se nulla fosse accaduto, mentre i parenti delle vittime piangevano e urlavano di strazio.
Durante il processo non pronunciò neanche una parola, l'unica volta in cui fece dichiarazioni avvenne poco prima che la giuria si riunisse per decidere la sentenza, dicendo:
"Vostro Onore, è finita. Non ho mai cercato di essere liberato. Francamente volevo la morte per me stesso. Voglio dire al mondo che non l'ho fatto per odio. Non ho mai odiato nessuno. Sapevo di essere malato, cattivo o entrambe le cose. Adesso credo d'essere veramente malato. Il dottore mi ha parlato della mia malattia e di quanto male ho causato. Ho fatto del mio meglio per fare ammenda dopo il mio arresto, ma non importa, non posso eliminare così il terribile male che ho causato. Vi ringrazio Vostro Onore, sono pronto per la vostra sentenza, che sono sicuro sarà il massimo. Non chiedo attenuanti, ma per piacere dite al mondo che mi dispiace per quello che ho fatto."
 
Fu condannato a 15 ergastoli, poichè nel Wisconsin non esiste la pena di morte.
Nei tre anni successivi, i giornali hanno sostenuto che in carcere Jeffrey avesse trovato la fede e che si fosse convertito al cristianesimo...
Ma i suoi ergastoli non sarebbero durati molto: il 28 novembre del 1994, Jeffrey Dahmer muore in carcere. Viene ucciso da un altro psicopatico, Christopher Scarver, che gli fracassò il cranio con un bastone.
Interrogato dalla polizia, Scarver rispose che Dio gli aveva impartito l'ordine di punirlo per quel che aveva fatto.
 
E come al solito, morto il criminale, inizia la leggenda.
Sono stati prodotti due film su di lui, "Jeffrey Dahmer: la vita segreta" (1993) e "Dahmer: il cannibale di Milwaukee" (2002).
Il gruppo heavy metal degli Slayer ha scritto un brano su Dahmer: "213", il cui titolo era il numero dell'appartamento in cui il maniaco viveva ed eseguiva le sue azioni.
In "Occhi per vedere", canzone dei Club Dogo feat. Tuer, il componente dell'omonimo gruppo Jake La Furia fa una citazione "... Dogo Club Jake street liner baby io ti mangio il cuore come Jeffrey Dahmer...".
Don Davis ha scritto un libro su di lui: The Jeffrey Dahmer Story: An American Nightmare.
 
Per approfondire:
Dossier Serial Killer - La Tela Nera
Serial Killers.it
 
Per un'analisi psichiatrica del personaggio, vedere la scheda su:
www.psicologi-psicoterapeuti.it

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 18/09/2008 10:00 | link | fate pure commenti (6) |
storie e storielle, ricerche, criminali

lunedì, 08 settembre 2008
.: Lea Cianciulli :.

Lea Cianciulli si chiamava in realtà Leonarda Cianciulli, Lea era solo un diminutivo.
Nacque in un piccolo paese (all'epoca piccolo) dell'Irpinia: a Montella, il 14 novembre 1893, oltre un secolo fa.
Ma la piccola Leonarda non ebbe affatto un adolescenza felice... anzi...
Come racconta lei stessa:
"Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l'altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l'intenzione di morire e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla."
 
Insomma, quando è la mamma che ti viene a dire: "Mi dispiace di rivederti viva"... la soluzione quale è? All'epoca, ai primi del '900, era una sola: sposarsi al più presto possibile, in modo da abbandonare la casa familiare. Questione di sopravvivenza.
Così, nella tarda adolescenza, il carattere di Leonarda divenne molto estroverso. Le amiche la consideravano una persona intelligente, ma... "un poco eccentrica". Lei dal canto suo si vantava con le amiche delle proprie precoci esperienze sessuali.
 
Nel 1914, all'età di 21 anni, sposa Raffaele Pansardi, impiegato del catasto, in aperto contrasto con i familiari che non gradivano quel matrimonio! Ma Leonarda voleva e doveva scappare da quella casa ad ogni costo...
Pensate che la madre maledisse la figlia alla vigilia delle nozze e troncò ogni rapporto con lei, un fatto questo che segnò profondamente la personalità di Leonarda.
 
La giovane coppia va a vivere a Lauria, in provincia di Potenza, lontana da Montella e da quella famiglia che l'aveva maledetta. Gli anni passano, e tutto fila liscio, è forse il periodo di maggiore serenità per lei, ma ovviamente i guai sono sempre dietro l'angolo, e infatti...
 
Il 23 luglio del 1930, il terremoto del Vulture distrusse la loro casa, e per poco non si prese anche le loro vite.
I due lasciano Lauria, e vanno a vivere a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.
 
Ma una volta a Correggio, le cose iniziano a girare male. Molto male. Raffaele perde il lavoro, non ne trova un altro. In breve tempo mostra di non avere intenzione di lavorare, ed il loro rapporto va a rotoli, completamente. Leonarda e Raffaele si separano. Per sempre. Anzi, le tracce di Raffaele spariscono, di lui non si sa più nulla.
Leonarda invece vive in un appartamento al numero 11a di via Cavour a Correggio, e non si perde d'animo: avvia un piccolo commercio di abiti usati, si presta a fare la sensale di matrimoni e, parallelamente, a offrire servizi di cartomanzia e astrologia alle amiche più care.
Già, perchè Leonarda nel frattempo, ha anche avuto dei figli da Raffaele. Anzi, questo è un punto fondamentale per la nostra storia.
 
Dall'inizio del matrimonio, Leonarda ha 17 gravidanze che si risolvono in 3 parti prematuri, 10 figli morti in tenera età e 4 sopravvissuti: questi diventano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo, specie ricordando la profezia di una zingara che le aveva predetto il futuro: Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi. Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio.
Per la serie, ti faccio le profezie... ma te le faccio per bene.
 
Nel 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale. E Leonarda vede un pericolo, quello dell'avveramento della profezia. Non per i suoi giovani figli, Bernardo e Biagio, che frequentano il ginnasio, non per l'unica figlia, Norma, all'asilo delle suore, ma il problema è Giuseppe, studente di medicina all'Università di Milano, che è ormai dell'età giusta per essere chiamato al fronte.
Leonarda cade preda dello sconforto, si ammala - probabilmente - di depressione, e la cosa si aggrava in breve tempo, fino alla follia.
Fatalmente, la sua follia la porta verso l'avverarsi della profezia della zingara, infatti Lea prende una drastica decisione: fare sacrifici umani in cambio della vita del figlio, e non solo: annota tutto fedelmente sul suo diario, infatti si legge nelle sue memorie:
 
"Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l'altra dalla terra nera... per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli."
 
Nel suo paese, Correggio, intanto Leonarda è benvoluta e stimata, considerata una madre esemplare. Frequenta molta gente, cui offre i deliziosi dolci che ama cucinare e in particolare tre amiche, tutte donne sole e non più giovani, accomunate dal non gradire molto la vita che si faceva a Correggio, tutte con la voglia di andare via. Approfittando di questo loro desiderio, Leonarda, ormai diventata piuttosto famosa come fattucchiera locale, decide di......
 
La più anziana delle sue vittime è Faustina Setti, una donna di 70 anni semianalfabeta ma inguaribilmente romantica, che viene attirata da Leonarda con l'assicurazione di averle trovato un marito a Pola, in Istria.
Leonarda convince la donna a non parlare a nessuno della novità per evitare invidie e maldicenze; il giorno della partenza Faustina si reca a casa dell'amica per farsi dare le ultime istruzioni e per farsi dettare da Leonarda una lettera da spedire alle amiche appena giunta a Pola, nonché per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni...
Ma il viaggio di Faustina è destinato a non cominciare mai: Leonarda infatti uccide la sua anziana amica a colpi di ascia, trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino.
Come lei stessa scriverà in un diario redatto in carcere:
"Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io."
Niente male, la Signora Leonarda, eh?
Siamo nel 1940, quindi parliamo di una signora distinta di 47 anni, che fa gli oroscopi... ma poi...
 
Francesca Soavi faceva l'insegnante d'asilo, ma aveva perso il lavoro.
Leonarda le aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, così il 5 settembre 1940 anche Francesca cade nella trappola: per non destare sospetti, Leonarda la convince a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell'assenza e a spedirle da Correggio per evitare di far conoscere la sua destinazione, almeno fino a quando non sarà sicura di aver ottenuto il posto.
Il copione si ripete: dopo averla uccisa, Leonarda ruba i pochi soldi della vittima e, con la delega che Francesca le aveva firmato prima di morire, si fa carico di vendere tutte le sue cose e si tiene la somma guadagnata.
Il figlio Giuseppe va a Piacenza a spedire le lettere della vittima.
Leonarda però non sa, e nonostante faccia la cartomante non può ancora sapere, che Francesca non ha mantenuto la promessa di tenere la bocca chiusa sul suo imminente trasferimento: una vicina di casa, infatti, è a conoscenza della destinazione della sua vecchia amica, ma non si fa avanti e la vicenda viene dimenticata.
Peccato, perchè...
 
La terza vittima è un'ex cantante lirica di discreto successo, la cinquantanovenne Virginia Cacioppo. Leonarda attira la sua curiosità offrendole un impiego a Firenze come segretaria di un misterioso impresario teatrale, e contemporaneamente la stuzzica ventilando l'ipotesi di una possibile scrittura, in futuro, per una nuova parte. Si rinnova la preghiera di non dire niente a nessuno, ma ancora una volta la promessa viene infranta: Virginia scrive della sua imminente avventura ad una sua cognata di Napoli, Albertina Fanti, e le comunica tutti i dettagli.
Così, il 30 novembre 1940 anche Virginia finisce nella pentola di Leonarda, che scrive nel suo diario:
"Finì nel pentolone, come le altre due; la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce."
 
Ma Virginia aveva scritto, prima di morire, alla sua cognata di Napoli, e così...
Non ricevendo più notizie della cognata, Albertina Fanti si insospettisce e, giunta a Correggio, comincia a sollevare un casino, rivolgendosi alla questura, e unendosi alle amiche delle altre due donne scomparse: esse denunciano le sparizioni al questore di Reggio Emilia, il commissario Serrao, il quale fa un'indagine bancaria, e scopre le grosse somme di denaro che sono finite di recente sul conto di Leonarda Cianciulli.
Segue, ovviamente, una perquisizione da parte della polizia nella casa di Leonarda. Altrettanto ovviamente, i cadaveri non si trovano, ma...
...vengono trovati i gioielli dell'ultima vittima.
Messa davanti al fatto, Leonarda non tenta nessuna difesa: rilascia subito una confessione integrale. Subito dopo succede il casino. La guerra, l'armistizio, la Resistenza, gli americani e tutto il resto della Storia recente d'Italia che ben conosciamo.
Infatti, solo nel 1946 a Reggio Emilia si apre il processo.
 
Durante il dibattimento emerge un interessante contrasto: mentre l'accusa sostiene infatti che la Cianciulli ha agito per pura avidità nei confronti del denaro delle sue tre vittime, Leonarda si intestardisce a motivare i suoi omicidi come un tributo di sangue alla memoria della madre morta, che le era comparsa in sogno ed aveva promesso di prendersi le vite dei suoi figli se lei non avesse versato sangue fresco in cambio di quello delle sue creature...
La corte ventila anche l'ipotesi di un coinvolgimento del figlio maggiore, Giuseppe Pansardi, parendo impossibile agli avvocati che una donna piccola e minuta come lei avesse potuto da sola saponificare i corpi delle sue vittime in così poco tempo: a questa insinuazione Leonarda s'infuria, e in mezzo all'aula grida che il figlio non sa nulla di tutta la vicenda e che la colpa è tutta sua ed è pronta a darne dimostrazione. La leggenda narra che, qualche giorno dopo la sua affermazione, essa sarebbe stata portata in un obitorio di nascosto per provare le sue parole e, con l'aiuto di seghe e coltelli, sarebbe riuscita a smembrare un cadavere in solo dodici minuti.
 
La svolta, al processo, avviene però solo con la perizia del professor Filippo Saporito, docente all'università di Roma e direttore del manicomio criminale di Aversa: Il professore riesce a convincere la giuria della seminfermità mentale dell'imputata. In tal modo, Leonarda Cianciulli viene giudicata colpevole dei tre omicidi, delle rapine ad essi seguite e della distruzione dei cadaveri, e condannata a trent'anni di reclusione e al ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale.
Ma Leonarda non sconterà tutti e 30 anni di pena. Rinchiusa nel manicomio di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970 muore, all'età di 78 anni, per apoplessia cerebrale. Una suora del carcere la ricorda in questo modo:
"Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi che nessuna detenuta però, si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica."
 
Come al solito, dopo la morte arriva la leggenda.
Il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede usati per compiere i tre omicidi sono conservati dal 1949 al Museo Criminologico a Roma.
La tradizione locale di Correggio racconta che uno dei motivi che insospettirono la cittadinanza riguardo alla saponificatrice era il camino della sua casa che, inspiegabilmente, emetteva fumo per molte ore anche d'estate.
Nel 1977, Mauro Bolognini ha fatto il film Gran Bollito, ispirato a Leonarda.
Sono dedicate a lei anche lo spettacolo teatrale Amore e Magia nella Cucina di Mamma di Lina Wertmuller, il racconto La Cianciulli e l'Ermellina, nella raccolta Fuori e dentro il Borgo di Luciano Ligabue, la canzone Cianciulli! della band heavy metal AFA, la canzone Soap opera del gruppo Offlaga Disco Pax.
 
Un lavoro biografico ed analitico di tutto rispetto è a partire da pag. 487 del libro Assassine. Quattro secoli di delitti al femminile., scritto da Cinzia Tani, Ed. Mondadori, 1998
 
Per approfondire in rete:
Occhirosso.it
La Tela Nera - Dossier Killers
SerialKillers.it

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 08/09/2008 09:07 | link | fate pure commenti (10) |
donne, storie e storielle, ricerche, criminali

venerdì, 29 agosto 2008
.: Fine agosto. Una storia di 120 anni fa :.

Mary Ann Nichols camminava un po' malferma lungo la stradina di Buck's Row.
Aveva bevuto, erano quasi le tre di notte, di una notte fredda e piovosa, nella parte più umida della periferia di Londra. Ma ricordava bene, Mary Ann, che giorno era: da qualche ora, passata la mezzanotte, era il 31 agosto 1888.
 
L'alcolismo era stata la sua dannazione, la sua rovina. L'essere alcolizzata aveva rovinato tutta la sua vita, il suo matrimonio, i rapporti con il suo ex marito ed i suoi cinque figli, ed ora, a 43 anni, come in un romanzo (all'epoca il cinema non c'era ancora, quindi non poteva farlo "come in un film"), ripassò la sua vita.
Lei, Mary Ann Nichols, ma che tutti chiamavano amichevolmente Polly, era venuta al mondo lì, a Londra, il 22 agosto 1845. Aveva avuto una infanzia normale, senza prevedere lo sfacelo e la degenerazione che la sua vita avrebbe poi imboccato dopo. All'epoca non si chiamava neanche Mary Ann Nichols, all'epoca era Mary Ann Walker, era questo il suo cognome natale. Sarebbe diventata Mary Ann Nichols all'età di 22 anni, quando aveva sposato William Nichols.
Polly era alta all'incirca un metro e sessanta, aveva capelli castani tendenti al grigio, occhi scuri, così come il colorito. Le mancavano dei denti, ma il suo viso era descritto come piccolo e delicato. Nonostante fosse alcolizzata, la sua amica ed ex-coinquilina Emily Holland la ricordò come "molto pulita e riservata".
Polly ebbe 5 figli da William, ma verso il 1880 qualcosa iniziò ad andare male. Colpa dell'alcol, diceva lei stessa, senza tuttavia smettere di bere smodatamente. Di avvertimenti ne aveva avuti. Tipo quando suo figlio Edward John, il più grande dei 5, a 14 anni era andato via di casa, era andato ad abitare dai nonni, perchè già non ce la faceva più.
E gli attriti con il marito aumentavano. Lui tornava a casa dal lavoro, la sera, e la trovava ubriaca e litigiosa. E con il passare del tempo, aumentavano i litigi. Finchè lei non iniziò a smettere di farsi trovare a casa la sera, e occorreva andare a ripescarla in qualche pub, dove sedeva o vagava ubriaca.
No, a causa dell'alcol il suo non era stato un matrimonio felice. Eppure... era durato 24 anni... Ora Edward John aveva 22 anni, poi il secondo figlio, Percy George ne aveva 20, poi c'erano Alice Esther di 18 anni, Eliza Sarah che di anni ne aveva solo 11, e poi l'ultimo figlio, quello che si era goduta di meno: Henry Alfred, che ora aveva nove anni.
24 anni di matrimonio, mandati in frantumi per cosa? Per la birra, per il wiskhy, ma anche per quella cameriera....
 
Immaginiamo di veder dissolversi la scena e, in una casa poco distante, materializzarsi l'ex marito, William Nichols, seduto in una stanza poco illuminata, una stanza di una casa da operaio, non certo da nobile o da londinese altolocato.
E William ci racconta: "Io ho amato davvero Polly, e la storia della cameriera non è come l'ha raccontata il padre di Polly. Innanzitutto in questi 24 anni ci siamo separati 5 o 6 volte, e sempre per l'alcol. Era impossibile tirarla fuori da questo maledetto vizio: ci ricadeva sempre. Sia chiaro, qui in questo Regno Unito di fine '800, tutti siamo dei buoni bevitori, ma un conto è farsi due birre, e magari stare sbronzi nei fine settimana, un altro è stare sbronzi tutti i giorni... con 5 figli in casa. Poi, la storia della cameriera...
Polly mi ha abbandonato definitivamente nel 1881, quando io per caso avevo scoperto che aveva iniziato a prostituirsi per pagarsi il whisky e le birre. Certo, non l'avrei perdonata per questo, ma prima che la cacciassi via io, se ne andò lei. Edward Walker, suo padre, mi ha accusato di aver avuto una relazione con la cameriera, quella che avevo assunto per accudire Polly durante la sua ultima gravidanza. Io ho avuto questa relazione, ma solo dopo l'abbandono di Polly, e accusavo lei di aver lasciato me e i bambini. Capisco che il padre di lei preferisca dire che si tratta di una mia infedeltà... fatto sta che anche lui, intriso della morale inglese del 1888, dopo la separazione non ha riaccolto in casa sua figlia, prostituta e alcolizzata. Così, ora non so Mary Ann dove sia, e dove passi le notti."
 
La Gran Bretagna del 1888 non solo era di un moralismo soffocante, ma soprattutto non era uno Stato di diritto, o contraddistinta da un welfare in senso moderno del termine.
Così, Polly si era ritrovata in strada, senza assistenza, con una seria dipendenza fisica e psicologica dall'assunzione di alcol, e con la prostituzione come unica via possibile.
 
Polly cominciò a girare da una casa di lavoro all'altra, facendosi spesso ricoverare nelle rispettive infermerie, sempre per ubriachezza, spesso anche molesta. E William non le inviava certo soldi. L'ultima volta che i due si videro fu nel 1885. Da quel giorno, Polly non fu altro che una donna quarantenne alcolizzata, che vagava per le strade in cerca di soldi.
Nel 1887, la polizia la trovò buttata per strada a dormire: riconosciuta in stato di indigenza, fu mandata in un'altra casa di lavoro.
Un anno dopo Polly fu assunta dalla famiglia Cowdry in veste di cameriera. Samuel e Sarah Cowdry, sulla sessantina, erano molto religiosi e rigorosamente astemi... Due mesi dopo avrebbe rubato dei vestiti, perchè lo stipendio l'aveva speso in alcool, e sarebbe scappata via.
 
Ma ora torniamo all'inizio della storia, a quel 31 agosto 1888.
Mary Ann Nichols preferiva ancora farsi chiamare con il cognome da sposata, ed ora camminava sempre più malferma per Buck's Row, nel quartiere di Whitechapel, lo stesso in cui si prostituiva.
La serata era andata storta, in tutto e per tutto. Ed era ubriaca marcia, tanto per cambiare.
Verso l'una di notte, l'avevano cacciata dalla cucina di una pensione delle vicinanze perché non aveva i soldi per pagare un letto per la notte. Polly aveva chiesto al guardiano di tenerle un letto, dal momento che stava per andarsi a procurare dei soldi.
Quasi due ore dopo, la sua amica Emily Holland, anche lei prostituta nel sobborgo di Whitechapel, la incontrò.
Emily: "Polly... che hai?"
Polly: "Il mondo gira un po'..."
Emily: "Sei molto ubriaca..."
Polly: "Ma no dai mica tanto..."
Emily: "Sì, sei molto ubriaca, cammini appoggiata al muro, e quando ti stacchi barcolli..."
Polly: "Allora va normale..."
Emily: "Ma allora vai a dormire..."
Polly: "Non ancora, devo trovare i soldi..."
Emily: "Perchè..? Cosa hai fatto tutta sera?"
Polly: "Sono stata con tre clienti, mi hanno pagata tutti e tre..."
Emily: "Allora i soldi li hai...!"
Polly: "No. Li ho spesi..."
Emily: "Come li hai spesi?"
Polly: "Wishky. Tutto Wishky!"
Emily: "Ed ora?"
Polly: "Faccio un altro tentativo... poi vado a dormire".
Emily: "Se il tentativo ti va male, o non ce la fai, vieni a dormire nella mia camera. Ok?"
Polly: "Ok, ma prima provo. Ciao a dopo."
 
Polly si allontana nel buio di Buck's Row. Finchè non vede dinanzi a se un uomo che la osserva. "Ecco il possibile cliente", si disse e, cercando di nascondere il fatto che barcollasse, si appoggiò con la schiena al muro, sfoggiando il meglio del suo sorriso con qualche dente mancante.
L'uomo aveva una bombetta sulla testa, ed una valigetta nella mano. Si accostò a lei, e poi...
 



Charles Cross ricordava bene di aver appena guardato l'orologio che portava nel taschino: erano le 3.40 del mattino, quando il suo amico Robert Paul, che passeggiava accanto a lui, gli fece notare il corpo della donna accanto al muro. Erano incerti sulla sua morte effettiva, in quanto il corpo era ancora caldo. I due non persero tempo, e corsero in giro a cercare un poliziotto.
Trovarono l'agente Neil che, accortosi dello scempio fatto sul corpo della donna, chiamò immediatamente il medico legale, il dottor Llewellyn. Il dottore confermò che la morte della donna era avvenuta solo pochi minuti prima, e ritenne di non avere dubbi sul fatto che fosse morta proprio lì. Il suo cadavere venne identificato prima da Emily Holland, che tenne a precisare di aver visto Polly "molto ubriaca e barcollante a ridosso del muro", e successivamente dall'ex marito.
 
Dottor Llewellyn: "Agente Neil, prenda nota."
Neil: "Dica dottore, sono pronto a scrivere."
Llewellyn: "Partiamo dai preliminari, scriva..."
Neil: "Si."
Llewellyn: "Al momento della morte, la donna indossa: cuffietta di paglia nera guarnita di velluto nero, soprabito rosso-mattone, abito marrone, stoffa per il torace di flanella bianca, calze di lana nera a coste, sottoveste di lana grigia, sottoveste di flanella, tasche di flanella, stivali da uomo con la punta di ferro. Scritto?"
Neil: "Sì, dottore."
Llewellyn: "Allora proseguiamo. La donna ha con se: pettine, fazzoletto da tasca bianco, frammento di specchio".
Neil: "Scritto."
Llewellyn: "Passiamo ai rilievi. Scriva. Il corpo è stato ritrovato sdraiato supino sul pavimento, in prossimità del muro. Le gonne sono sollevate quasi all'altezza dello stomaco. Polly ha il volto rivolto ad est; la sua mano sinistra tocca il cancello; la sua cuffia giace vicino alla sua mano destra; la sua gola è tagliata profondamente; i suoi occhi sono spalancati e vitrei; i tagli della gola sanguinano; le braccia sono tiepide dai gomiti in su; le mani sono aperte."
Neil: "Scritto."
Llewellyn: "Può bastare. Il resto lo facciamo direttamente in obitorio".
 
L'autopsia, riportata anche dai quotidiani del giorno dopo, racconta...
 
Mancavano cinque denti, e vi era una leggera lacerazione alla lingua. C'era una contusione che andava dalla parte inferiore della mascella al lato destro del viso. Quello avrebbe potuto essere causato da un pugno o dalla pressione di un pollice. C'era un livido circolare sul lato sinistro del viso che avrebbe potuto essere inflitto, anch'esso, dalla pressione delle dita. Sul lato sinistro del collo, a circa 2,5 cm al di sotto della mascella, vi era un'incisione di circa 10 cm di lunghezza, che cominciava dal punto immediatamente al di sotto dell'orecchio. Dallo stesso lato, ma due centimetri sotto [...], si riscontrava un'incisione circolare, che finiva in un punto situato all'incirca 8 cm al di sotto della mascella destra. Quella incisione recide completamente tutti i tessuti fino alle vertebre [nota: è uno squartamento che indica un tentativo di decapitazione]. I tagli devono essere stati causati da un coltello a lama lunga, moderatamente affilato, e impiegato con grande violenza. Non vi era traccia di sangue sul seno, né sul corpo o i vestiti. Non vi erano ingiurie nel corpo fino a quasi la parte inferiore dell'addome. A sei cm dal fianco sinistro vi era un taglio che lo attraversava in maniera frastagliata. La ferita era molto profonda, e i tessuti erano stati tagliati. Vi erano molte incisioni che attraversavano l'addome. C'erano altri tre o quattro tagli simili che andavano verso il basso, sul lato destro, tutti causati da un coltello che era stato usato violentemente e verso il basso. Le ferite andavano da sinistra a destra e si sospetta che possano essere state compiute da una persona mancina. Tutte le ferite sono state causate dallo stesso strumento.
 
Successivamente, verrà effettuato un secondo esame autoptico, perchè ci sono delle cose che non quadrano... Da questo secondo esame emergerà che: la vittima presentava la gola tagliata fin quasi alla decapitazione (il taglio intaccava le vertebre del collo) e tagli sul ventre dai quali fuoriusciva l'intestino. Gli organi genitali presentavano gravissime ferite da taglio, probabilmente inferte di punta. L'autopsia, studiando il taglio alla gola, confermò che l'assassino era mancino, ma...
Il fatto che l'assassino fosse mancino, verrà poi smentito da tutti i criminologi che hanno studiato il caso.
I giornali dell'epoca, che riportavano ogni giorno articoli relativi a donne accoltellate, bruciate vive, sfregiate e mutilate, diedero enorme rilievo al caso definendolo "strano".
 
Strano sì. A Londra, ma nessuno lo sapeva ancora, era iniziato quello che sarebbe passato alla storia come l'"Autunno di terrore".
Ed anche Mary Ann Polly Nichols era morta senza sapere di essere stata solo l'inizio, solo la prima vittima di quello che sarebbe diventato in breve il più famoso e leggendario serial killer della storia.
Nessuno poteva saperlo ancora, non si sapeva neanche che si trattava di un serial killer, e neanche del fatto che ancora oggi, 120 anni dopo, non si sia scoperto chi fosse (cavoli! L'ha fatta franca!).
La svolta si ebbe il 23 settembre, quando Scotland Yard mise in stato di fermo un uomo, sul quale gravavano alcuni vaghi indizi, e soprattutto privo di alibi per la notte dell'omicidio di Mary Ann Polly Nichols! La notizia del fermo fu divulgata, e finì sui giornali. Ma c'è un piccolo problema: per un serial killer non c'è peggiore provocazione del leggere sui giornali che la polizia ha preso l'assassino! Di conseguenza, il 25 dello stesso mese, l'assassino, ma quello vero, non quello in stato di fermo, scrisse una dettagliata lettera alla Central News Agency di Londra, il cui incipit è diventato famosissimo:
 
Dear Boss,
I keep on hearing the police have caught me but they wont fix me just yet. I have laughed when they look so clever and talk about being on the right track.

 
L'originale della prima pagina della lettera sta qua.
L'uomo concluse la lettera senza firmarsi (ovviamente) con il suo vero nome, ma con il soprannome che aveva scelto per se stesso: Jack lo Squartatore.
 
La sfida era iniziata. L'assassino avrebbe mandato altre lettere di sfida alla polizia, condite da frasi del tipo: "prendetemi, se ci riuscite".
Per quanto riguarda tali lettere, suggerisco quel che dice Wikipedia.

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 29/08/2008 09:45 | link | fate pure commenti (5) |
storie e storielle, criminali

: boh