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Le vie infinite dei rifiuti

Ma chi sarà costui

Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato prima nella Capitale d'Italia, poi tra le Prealpi Lombarde.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose: fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."

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giovedì, 28 maggio 2009
.: Ciao Maria Amalia :.

A 97 anni è morta nella sua casetta di Muxia, in Galizia, la Signora Maria Amalia Lopez, quella che in Spagna era nota come la abuela bloguera, la nonna di tutti i blogger. Infatti, la signora aveva iniziato a scrivere un blog all'età di 95 anni, su consiglio di un nipote che la voleva aiutare a superare un momento di morale basso, dopo la morte di alcune sue amiche. E la signora Maria Amalia aveva raccolto la sfida! L'aveva raccolta, e a mio parere stravinta, iniziando a scrivere il blog A mis 95 anos (i miei 95 anni). Il suo blog è stato un successo immediato, e la nonna, con il passare delle settimane è diventata - per sua stessa ammissione - sia una blog-dipendente (ma a quell'età ce lo si può permettere...) sia un'entusiasta, infatti in un suo post raccontava: "Il blog mi è stato regalato per i miei 95 anni da mio nipote. Ci siamo subito messi al lavoro, e dopo pochi minuti c'era gente che mi rispondeva. Ero stupefatta. Non l'avrei mai creduto".
Sul blog parlava di tutto. Raccontava episodi del suo secolo di vita, la grande guerra 1915-18, l'infanzia a Muxia, la vita sotto il regime di Franco, ma parlava anche di politica estera, delle cose della Spagna e del mondo.
"Quando sono su internet mi dimentico delle mie malattie", ha raccontato in un altro post, "mi fa bene, mi fa comunicare con la gente, sveglia il cervello, dà grande forza."
Alle 6 di mattina del 20 maggio scorso, Nonna Maria Amalia ci ha lasciati, lasciando però la password del blog al nipote, il quale ha scritto nell'ultimo post: "Questo blog finisce qui. Dove sta ora la nonna, leggerà tutti i commenti, non se ne perderà neanche uno. Riderà di alcuni, imparerà cose nuove con altri, si arrabbierà con le malelingue, ma continuerà ad essere felice di leggere tutti."
Ci mancherà, Nonna Maria Amalia, e la salutiamo con affetto.
 
Però, per quanto riguarda lo splendido discorso dei blog tenuti da anziani, che personalmente leggo spesso e con molto interesse, vorrei far notare che noi qui in Italia abbiamo la meravigliosa Nonna Nedda, che con i suoi 88 anni continua a regalarci quotidianamente tanta saggezza, dolcezza, attenzione, e la preziosa meraviglia della memoria di una vita vissuta. Infatti consiglio a tutti di leggerla :)
Ed a lei (ma a tutti i blogger over 80 che ci sono, e vi garantisco che ce ne sono), auguro una lunga vita: ci servite, ci serve la vostra chiave di lettura delle cose che accadono sotto i nostri occhi.

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 28/05/2009 08:54 | link | fate pure commenti (2) |
riflessioni, donne, culture, storie e storielle

lunedì, 08 settembre 2008
.: Lea Cianciulli :.

Lea Cianciulli si chiamava in realtà Leonarda Cianciulli, Lea era solo un diminutivo.
Nacque in un piccolo paese (all'epoca piccolo) dell'Irpinia: a Montella, il 14 novembre 1893, oltre un secolo fa.
Ma la piccola Leonarda non ebbe affatto un adolescenza felice... anzi...
Come racconta lei stessa:
"Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l'altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l'intenzione di morire e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla."
 
Insomma, quando è la mamma che ti viene a dire: "Mi dispiace di rivederti viva"... la soluzione quale è? All'epoca, ai primi del '900, era una sola: sposarsi al più presto possibile, in modo da abbandonare la casa familiare. Questione di sopravvivenza.
Così, nella tarda adolescenza, il carattere di Leonarda divenne molto estroverso. Le amiche la consideravano una persona intelligente, ma... "un poco eccentrica". Lei dal canto suo si vantava con le amiche delle proprie precoci esperienze sessuali.
 
Nel 1914, all'età di 21 anni, sposa Raffaele Pansardi, impiegato del catasto, in aperto contrasto con i familiari che non gradivano quel matrimonio! Ma Leonarda voleva e doveva scappare da quella casa ad ogni costo...
Pensate che la madre maledisse la figlia alla vigilia delle nozze e troncò ogni rapporto con lei, un fatto questo che segnò profondamente la personalità di Leonarda.
 
La giovane coppia va a vivere a Lauria, in provincia di Potenza, lontana da Montella e da quella famiglia che l'aveva maledetta. Gli anni passano, e tutto fila liscio, è forse il periodo di maggiore serenità per lei, ma ovviamente i guai sono sempre dietro l'angolo, e infatti...
 
Il 23 luglio del 1930, il terremoto del Vulture distrusse la loro casa, e per poco non si prese anche le loro vite.
I due lasciano Lauria, e vanno a vivere a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.
 
Ma una volta a Correggio, le cose iniziano a girare male. Molto male. Raffaele perde il lavoro, non ne trova un altro. In breve tempo mostra di non avere intenzione di lavorare, ed il loro rapporto va a rotoli, completamente. Leonarda e Raffaele si separano. Per sempre. Anzi, le tracce di Raffaele spariscono, di lui non si sa più nulla.
Leonarda invece vive in un appartamento al numero 11a di via Cavour a Correggio, e non si perde d'animo: avvia un piccolo commercio di abiti usati, si presta a fare la sensale di matrimoni e, parallelamente, a offrire servizi di cartomanzia e astrologia alle amiche più care.
Già, perchè Leonarda nel frattempo, ha anche avuto dei figli da Raffaele. Anzi, questo è un punto fondamentale per la nostra storia.
 
Dall'inizio del matrimonio, Leonarda ha 17 gravidanze che si risolvono in 3 parti prematuri, 10 figli morti in tenera età e 4 sopravvissuti: questi diventano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo, specie ricordando la profezia di una zingara che le aveva predetto il futuro: Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi. Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio.
Per la serie, ti faccio le profezie... ma te le faccio per bene.
 
Nel 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale. E Leonarda vede un pericolo, quello dell'avveramento della profezia. Non per i suoi giovani figli, Bernardo e Biagio, che frequentano il ginnasio, non per l'unica figlia, Norma, all'asilo delle suore, ma il problema è Giuseppe, studente di medicina all'Università di Milano, che è ormai dell'età giusta per essere chiamato al fronte.
Leonarda cade preda dello sconforto, si ammala - probabilmente - di depressione, e la cosa si aggrava in breve tempo, fino alla follia.
Fatalmente, la sua follia la porta verso l'avverarsi della profezia della zingara, infatti Lea prende una drastica decisione: fare sacrifici umani in cambio della vita del figlio, e non solo: annota tutto fedelmente sul suo diario, infatti si legge nelle sue memorie:
 
"Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l'altra dalla terra nera... per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli."
 
Nel suo paese, Correggio, intanto Leonarda è benvoluta e stimata, considerata una madre esemplare. Frequenta molta gente, cui offre i deliziosi dolci che ama cucinare e in particolare tre amiche, tutte donne sole e non più giovani, accomunate dal non gradire molto la vita che si faceva a Correggio, tutte con la voglia di andare via. Approfittando di questo loro desiderio, Leonarda, ormai diventata piuttosto famosa come fattucchiera locale, decide di......
 
La più anziana delle sue vittime è Faustina Setti, una donna di 70 anni semianalfabeta ma inguaribilmente romantica, che viene attirata da Leonarda con l'assicurazione di averle trovato un marito a Pola, in Istria.
Leonarda convince la donna a non parlare a nessuno della novità per evitare invidie e maldicenze; il giorno della partenza Faustina si reca a casa dell'amica per farsi dare le ultime istruzioni e per farsi dettare da Leonarda una lettera da spedire alle amiche appena giunta a Pola, nonché per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni...
Ma il viaggio di Faustina è destinato a non cominciare mai: Leonarda infatti uccide la sua anziana amica a colpi di ascia, trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino.
Come lei stessa scriverà in un diario redatto in carcere:
"Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io."
Niente male, la Signora Leonarda, eh?
Siamo nel 1940, quindi parliamo di una signora distinta di 47 anni, che fa gli oroscopi... ma poi...
 
Francesca Soavi faceva l'insegnante d'asilo, ma aveva perso il lavoro.
Leonarda le aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, così il 5 settembre 1940 anche Francesca cade nella trappola: per non destare sospetti, Leonarda la convince a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell'assenza e a spedirle da Correggio per evitare di far conoscere la sua destinazione, almeno fino a quando non sarà sicura di aver ottenuto il posto.
Il copione si ripete: dopo averla uccisa, Leonarda ruba i pochi soldi della vittima e, con la delega che Francesca le aveva firmato prima di morire, si fa carico di vendere tutte le sue cose e si tiene la somma guadagnata.
Il figlio Giuseppe va a Piacenza a spedire le lettere della vittima.
Leonarda però non sa, e nonostante faccia la cartomante non può ancora sapere, che Francesca non ha mantenuto la promessa di tenere la bocca chiusa sul suo imminente trasferimento: una vicina di casa, infatti, è a conoscenza della destinazione della sua vecchia amica, ma non si fa avanti e la vicenda viene dimenticata.
Peccato, perchè...
 
La terza vittima è un'ex cantante lirica di discreto successo, la cinquantanovenne Virginia Cacioppo. Leonarda attira la sua curiosità offrendole un impiego a Firenze come segretaria di un misterioso impresario teatrale, e contemporaneamente la stuzzica ventilando l'ipotesi di una possibile scrittura, in futuro, per una nuova parte. Si rinnova la preghiera di non dire niente a nessuno, ma ancora una volta la promessa viene infranta: Virginia scrive della sua imminente avventura ad una sua cognata di Napoli, Albertina Fanti, e le comunica tutti i dettagli.
Così, il 30 novembre 1940 anche Virginia finisce nella pentola di Leonarda, che scrive nel suo diario:
"Finì nel pentolone, come le altre due; la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce."
 
Ma Virginia aveva scritto, prima di morire, alla sua cognata di Napoli, e così...
Non ricevendo più notizie della cognata, Albertina Fanti si insospettisce e, giunta a Correggio, comincia a sollevare un casino, rivolgendosi alla questura, e unendosi alle amiche delle altre due donne scomparse: esse denunciano le sparizioni al questore di Reggio Emilia, il commissario Serrao, il quale fa un'indagine bancaria, e scopre le grosse somme di denaro che sono finite di recente sul conto di Leonarda Cianciulli.
Segue, ovviamente, una perquisizione da parte della polizia nella casa di Leonarda. Altrettanto ovviamente, i cadaveri non si trovano, ma...
...vengono trovati i gioielli dell'ultima vittima.
Messa davanti al fatto, Leonarda non tenta nessuna difesa: rilascia subito una confessione integrale. Subito dopo succede il casino. La guerra, l'armistizio, la Resistenza, gli americani e tutto il resto della Storia recente d'Italia che ben conosciamo.
Infatti, solo nel 1946 a Reggio Emilia si apre il processo.
 
Durante il dibattimento emerge un interessante contrasto: mentre l'accusa sostiene infatti che la Cianciulli ha agito per pura avidità nei confronti del denaro delle sue tre vittime, Leonarda si intestardisce a motivare i suoi omicidi come un tributo di sangue alla memoria della madre morta, che le era comparsa in sogno ed aveva promesso di prendersi le vite dei suoi figli se lei non avesse versato sangue fresco in cambio di quello delle sue creature...
La corte ventila anche l'ipotesi di un coinvolgimento del figlio maggiore, Giuseppe Pansardi, parendo impossibile agli avvocati che una donna piccola e minuta come lei avesse potuto da sola saponificare i corpi delle sue vittime in così poco tempo: a questa insinuazione Leonarda s'infuria, e in mezzo all'aula grida che il figlio non sa nulla di tutta la vicenda e che la colpa è tutta sua ed è pronta a darne dimostrazione. La leggenda narra che, qualche giorno dopo la sua affermazione, essa sarebbe stata portata in un obitorio di nascosto per provare le sue parole e, con l'aiuto di seghe e coltelli, sarebbe riuscita a smembrare un cadavere in solo dodici minuti.
 
La svolta, al processo, avviene però solo con la perizia del professor Filippo Saporito, docente all'università di Roma e direttore del manicomio criminale di Aversa: Il professore riesce a convincere la giuria della seminfermità mentale dell'imputata. In tal modo, Leonarda Cianciulli viene giudicata colpevole dei tre omicidi, delle rapine ad essi seguite e della distruzione dei cadaveri, e condannata a trent'anni di reclusione e al ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale.
Ma Leonarda non sconterà tutti e 30 anni di pena. Rinchiusa nel manicomio di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970 muore, all'età di 78 anni, per apoplessia cerebrale. Una suora del carcere la ricorda in questo modo:
"Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi che nessuna detenuta però, si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica."
 
Come al solito, dopo la morte arriva la leggenda.
Il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede usati per compiere i tre omicidi sono conservati dal 1949 al Museo Criminologico a Roma.
La tradizione locale di Correggio racconta che uno dei motivi che insospettirono la cittadinanza riguardo alla saponificatrice era il camino della sua casa che, inspiegabilmente, emetteva fumo per molte ore anche d'estate.
Nel 1977, Mauro Bolognini ha fatto il film Gran Bollito, ispirato a Leonarda.
Sono dedicate a lei anche lo spettacolo teatrale Amore e Magia nella Cucina di Mamma di Lina Wertmuller, il racconto La Cianciulli e l'Ermellina, nella raccolta Fuori e dentro il Borgo di Luciano Ligabue, la canzone Cianciulli! della band heavy metal AFA, la canzone Soap opera del gruppo Offlaga Disco Pax.
 
Un lavoro biografico ed analitico di tutto rispetto è a partire da pag. 487 del libro Assassine. Quattro secoli di delitti al femminile., scritto da Cinzia Tani, Ed. Mondadori, 1998
 
Per approfondire in rete:
Occhirosso.it
La Tela Nera - Dossier Killers
SerialKillers.it

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 08/09/2008 09:07 | link | fate pure commenti (10) |
donne, storie e storielle, ricerche, criminali

mercoledì, 30 luglio 2008
.: 30 luglio, di tanti anni fa :.

Oggi è 30 luglio, ed oggi raccontiamo la storia di Giovanna Bonanno, che il 30 luglio del 1789 penzolò dalla forca di Piazza Vigliena a Palermo. Dopo un rapido processo finito con un verdetto di colpevolezza. Colpevole di cosa? Di essere Strega, Megera, e Fattucchiera. L'accusa principale era di veneficio.
 
Non male, come carriera.
In realtà di stregoneria non c'era proprio nulla, nell'attività di Giovanna, detta anche dopo la morte la vecchia dell'aceto.
Oggi non la si definirebbe neanche strega. Chissà, magari la etichetteremmo come una spregiudicata consulente matrimoniale, o magari una consulente divorzistica. Già, perchè Giovanna faceva proprio questo: aiutava le persone, di solito le donne infelici del proprio matrimonio, a separarsi dal congiunto.
Direte voi, ma come è possibile, visto che all'epoca il divorzio, durante il viceregno del Vicerè Caracciolo, non esisteva?
Il divorzio come l'intendiamo noi, non esisteva, è vero, ma Giovanna, e le sue clienti, intendevano una cosa un po' diversa....
 
La vita di Giovanna, misera e povera donna palermitana, che si guadagnava da vivere con l'accattonaggio, cambio nel 1786, quando venne a sapere di una bambina che - per errore - aveva assaggiato aceto per i pidocchi e si era sentita male, peraltro senza che nessuno sospettasse di niente, e da quell'episodio scaturì l'intuizione che per pochi anni cambiò la sua misera vita.
Di sicuro, aveva il desiderio di migliorare la propria esistenza, da sempre caratterizzata dalla povertà. In fondo, non era difficile procurarsi il liquido per i pidocchi, né complicato addizionarlo con vino bianco e arsenico, per nasconderne il sapore...
Eppure, dai documenti processuali risulta che Giovanna Bonanno fosse davvero convinta e persuasa di offrire un servizio socialmente utile per ridare la serenità a quanti volessero disfarsi del proprio coniuge.
 
La prima cliente di Giovanna fu una sua vicina che desiderava separarsi dal marito per dedicarsi totalmente al suo amante. La cliente aveva però poco da spendere ed acquistò una dose poi rivelatasi sufficiente solo per procurare forti dolori di pancia al marito. Dovete acquistarne altre due dosi per vedere il marito, inutilmente ricoverato in ospedale, morto.
Nessun medico riuscì ad accertare la causa della morte, e questo diede a Giovanna la certezza di non essere scoperta. Fu così che cominciò a chiamare la sua mistura arcano liquore aceto.
Da quel momento, a Palermo, soprattutto nel quartiere Zisa, cominciano a verificarsi morti molto misteriose. Dapprima il fornaio, la cui moglie era diventata insofferente e pagò anche un premio extra, poi un nobile, colpevole di aver dilapidato il patrimonio familiare, poi ancora la moglie di un altro fornaio, che sospettava di essere tradito, poi ancora un tale che costituiva elemento di disturbo tra la propria moglie e il giardiniere...
 
La sua carriera, la carriera di questa povera nonnina prossima agli 80 anni, fu stroncata da un errore: come procacciatrice di clienti aveva una sua amica, Maria Pitarra, alla quale un giorno consegnò una dose di "aceto" senza informarsi su chi fosse il destinatario. Venne a sapere che la vittima era il figlio di un'altra sua carissima amica, ma era troppo tardi per rimediare: pensò allora di poter ricevere qualche ricompensa se avesse avuto modo di avvertire per tempo la madre (tale Giovanna Lombardo, come risulta dagli atti processuali.
Nel frattempo, la Lombardo aveva scoperto che proprio sua nuora aveva commissionato la pozione per avvelenare il marito e immediatamente tramò la vendetta. Finse di voler comprare una dose di "aceto", ed al momento della consegna si presentò con quattro testimoni, cogliendo in flagrante la Bonanno.
 
Nell'ottobre del 1788, davanti alla Regia Corte Capitaniale di Palermo, iniziò il processo a Giovanna Bonanno per stregoneria, dove furono chiamati a testimoniare i coniugi superstiti di sei venefici (quelli scoperti e denunciati) ed anche il droghiere che vendeva sistematicamente l'aceto per i pidocchi alla Bonanno.
La condanna riportata in primo grado fu confermata dal Tribunale della Gran Corte. Il 30 luglio 1789 l'avvelenatrice pendeva dalla forca.
 
Morta la strega, inizia il folklore popolare. Il 5 settembre seguente già si poteva assistere ad una rappresentazione teatrale sulla Vecchia dell'aceto, e 100 anni dopo, Salvatore Salomone Marino le dedicò una poesia (in Leggende popolari siciliane in poesia. ed. Palermo, 1880.)
Luigi Natoli le ha dedicato uno dei suoi romanzi, ne ha parlato di recente il quotidiano La Sicilia.
Di recente, Giovanna Fiume ne ha scritto una biografia romanzata.
 
Per approfondire:
Sezione "Serial Killer" di guide.dada.net
Paul Templar

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 30/07/2008 09:08 | link | fate pure commenti (5) |
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giovedì, 26 giugno 2008
.: Ciao Ada :.


 

Ciao Ada (1917 - 2008)
(accidenti! bell'età per andarsene via da questo mondo, non trovi? Chissà quanta gente ci metterebbe la firma)
Eh sì, ciao Ada, andata via a 91 anni. Ada la rossa, la rossa fiammante. Quella alta, marga, rossa, bona, e che tutti volevano.
Come fare a salutarti?
Potrei ad esempio ricordare di quando, a 20 anni, eri in giro in una grande città, eravamo nel '37, e ti scambiarono per Rita Hayworth e ti chiesero l'autografo, mentre ti sbranavano con gli occhi. Scoppiasti a ridere, e quell'uomo ti disse: "Ma Lei... è più bella della Hayworth...", e tu ridesti ancora.
Eh già, abitavi in quella villa da ricchi, anche se la tua famiglia la ricchezza se l'era giocata da un pezzo (e infatti stava vendendo anche la villa), e tutti ti sbavavano dietro, ma tu, essendo di origini veneziane, te la tiravi e non la davi a nessuno. Poi però, un giorno, nel '38, da vera nobildonna decaduta, dopo aver giocato a poker tutta la serata, con la sigaretta che ti pendeva dalle labbra ed il capello con la veletta (di cui ancora custodisco una foto), raccogliesti quel che avevi vinto, e andasti a bere qualcosa con quel tipo strano.
Sì, dico proprio lui, quello magro, con i baffetti alla Clark Gable (dicono che nel '38 tutti gli uomini portassero i baffetti alla Clark Gable, ma io non lo so perchè non c'ero).
Si Ada, parlo di lui, quello di origine francese, quello che trovasti affascinante perchè era magro, con lo zucchero nei baffi alla Clark Gable che assaporavi mentre lo baciavi, quello che aveva lo stesso cognome che... oggi ho io. Ma poi mentre tu facevi la nobildonna con la veletta che giocava a poker con la sigaretta pendente dalle labbra in perfetto stile '38 e in perfetto stile Casablanca... lui ti disse che faceva il camionista. :)
Ma tu te ne fottesti altamente della morale borghese. E da vera nobildonna innamorata, lo spostasti, il camionista.
Sai Ada, io lo so che sei stata forte. Forte perchè lo so che deve essere dura, fare un figlio (con il camionista che nel frattempo è diventato marito ma porta sempre i baffetti alla Clark Gable) nel '40, in piena guerra, e vederlo morire nel '41, perchè non ci sono alimenti e c'è la guerra. E tu a 24 anni hai retto questo, mentre oggi ci sono le mamme che "se il piccolino tocca la polvere oddioèunatragedia" Oppure "oddioilmionuovocompagnochenonèmiomaritochissàilbambinocomelaprende". Ma so che ti sei rifatta, visto che di figli ne hai fatti altri quattro, nel '42, nel '46, nel '49 e nel '53.
 
Sai, Ada, sei passata alla storia. No, non sui libri, ma sui verbali della polizia di Mussolini e della OVRA. Già, perchè quel giorno del '43, mentre Vittorini scriveva di una notte del '43, tu andasti alla stazione ferroviaria a prendere tuo fratello, che era in guerra e veniva a casa in licenza. Ma ci andasti con il vestito nero lungo fino alle caviglie, si quello con lo spacco fino a mezza coscia, le scarpe con il tacco da 13, le calze di seta, il reggicalze di pizzo valenciennes, il cappellino con la veletta, e la solita sigaretta tra le labbra. Beh, normale che quei coglioni della polizia fascista si siano cagati sotto al punto di prenderti per una spia ed arrestarti.
Ti ci vollero tutti i tuoi parenti, per risalire a qualcuno che conoscesse un gerarca fascista, che ci mettesse una buona parola e ti tirasse fuori. E quando uscisti, non avesti problemi a deriderli con un: "Questi non hanno capito niente, viva il Re!"
E quando richiamarono tuo marito (che aveva sempre i baffetti alla Clark Gable) per la guerra in Africa? Si racconta che tu abbia passato una notte intera ad infilargli varie polveri velenose negli occhi, fino a fargli male, perchè "mio marito è mio marito, e nessun esercito me lo porterà via", e fosti talmente brava che il giorno dopo all'ospedale militare i medici dissero a lui: "Ma lei è nei guai, con questi occhi, mai vista una congiuntivite così. No no, lei non può partire per l'Africa".
 
Ricordo anche di quel giorno, nell'estate del '43, quando durante guerra e bombardamenti, uscisti di casa tutta in tiro e con i capelli rossi lunghi fino al sedere, tenuti sciolti. Ed i soldati tedeschi sbavavano dietro a quella bella ragazza di 26 anni. Le SS ti facevano proposte oscene, ma tu tirasti dritto, ed andasti a scassinare la porta di un loro magazzino. Sì, la porta di un magazzino, di un deposito delle SS! Ed una volta aperta, rubasti sette metri di suola per scarpe, più una sciabola da ufficiale. Chi ti vide, racconta ancora oggi che eri proprio bona e che per tutto il tempo tenesti la sigaretta tra le labbra, ma racconta anche che quando la serratura saltò, gridasti: "Scala reale!"
La suola di scarpa, la barattasti al mercato nero in cambio di pane, farina, ed alimenti per te, tuo marito, e quel bambino di un anno di cui parlerò dopo, la sciabola da ufficiale invece la regalasti a tuo marito. E tornasti a casa che te la tiravi.
E dimmi una cosa, cara Ada. Ricordi quel giorno, nel'46, quando eri al tavolo di poker con tre americani che ti sbavavano dietro perchè avevi 29 anni, la quarta taglia di reggiseno ed i capelli rossi sciolti lunghi fino al sedere? Beh, si racconta che tu agli americani gli abbia fregato, a poker, qualcosa come un intero stipendio dell'epoca. Non male.
 
Dopo la guerra, i ricordi si sbiadiscono in una vita normale. Ma non eccessivamente.
Si racconta, oramai come leggenda, che eri a Napoli, e che dominavi tutti i tavoli di poker. Oramai il capello con la veletta era fuori moda, ma la sigaretta che pendeva dalle labbra c'era sempre.
Tuo marito intanto non faceva più il camionista, ma era impiegato nella più famosa fabbrica di gelati d'Italia, ed il boom economico ti colse all'improvviso, e ti ritrovasti con frigorifero, lavatrice, mezza ricca, ma sempre a giocare a poker con la sigaretta tra le labbra. Intanto i figli crescevano, e tu decidevi a vista quale ragazza andava bene per loro e quale no, e decidesti che quella lì, la figlia del ferroviere, era una brava ragazza ed andava bene per il tuo figlio nato nel '42, quello per il quale scassinasti la porta del deposito dei tedeschi. E fino a ieri non hai esitato a dire: "Se non mi fossi piaciuta, ti avrei sbattuta fuori".
 
E così, il tuo figlio del '42, divenuto primogenito perchè quello di prima era morto, andò sposo alla figlia del ferroviere. Era il '68, e si racconta che eri diventata un po' frikkettona e ti presentasti al matrimonio di tuo figlio con un vestito a fiori degno del concerto di Woodstock, ma anche che eri incredibilmente sexy e che il prete non staccava gli occhi dalle tue gambe.
Però, c'è anche da dire un'altra cosa. Qualcuno racconta che un giorno del '69 andasti ad un battesimo con la gonna corta e le autoreggenti, ed i capelli rossi sciolti, e che eri talmente sexy che al tuo confronto, oramai 50enne, alle 20enni nessuno se le filava e tutti ti sbavavano dietro. Però, sempre quel qualcuno racconta che per tutto il tempo del battesimo te ne sei stata abbracciata a quell'uomo, che portava ancora i baffetti alla Clark Gable. Io c'ero a quel battesimo, posso testimoniare, ma qualcuno dice che la mia testimonianza non vale, perchè qualche malalingua, di sicuro qualche toga rossa che non ha rispetto per il premier, sostiene che io ero il battezzando.
 
Poi i ricordi si fanno definiti e recenti, ma sia che tu avessi 50 o 60 anni, i ricordi ti vedono sempre a vincere ad un tavolo di poker, con la sigaretta appesa tra le labbra, e con giù in strada tuo marito che ti viene a prendere ad una certa ora, dopo essersi aggiustato i baffetti alla Clark Gable.
 
E così andò fino al giugno del 1992, quando non sembravi affatto provata dagli anni, e tornasti a casa da sola, dopo una serata passata al tavolo di poker.
Entrasti in camera da letto, e trovasti tuo marito morto, e quei baffetti alla Clark Gable stesi su un letto, per l'ultima volta. Avevi ancora la sigaretta accesa che ti pendeva dalle labbra, e lo sgridasti. Gridasti forte: "Amore mio!!", con una tale convinzione che tutti piansero, perfino il camorrista delle pompe funebri, che per definizione non piange mai. E per tutta la notte, lo vegliasti, e non facesti altro che ripetere "Amore mio, perchè mi lasci?", continuando ad accendere sigarette una dietro l'altra.
 
Dopo, non sei stata più la stessa.
Dopo quella notte del '92, sei cambiata.
Dopo, hai messo via il cappello con la veletta, hai messo via il poker, e ti sei lasciata invecchiare. L'hai fatto apposta. Lo so.
Te ne sei andata via ieri sera, poco prima delle 19.00, alla veneranda età di 91 anni. Con la certezza di aver visto cose che gli umani non potranno mai immaginare, e soprattutto dopo aver fumato per intero l'ultima sigaretta.
Buon riposo, Ada. Dopo 91 anni, direi che te lo sei guadagnato.
 
P.S.: Per chi non l'avesse capito, era mia nonna paterna, le ho voluto bene per una vita intera, e preferisco ricordarla così.

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 26/06/2008 00:48 | link | fate pure commenti (26) |
donne, ricordi, vita

mercoledì, 18 giugno 2008
.: Oggi la dedichiamo a Amelia Earhart :.

Sapete com'è... in un'epoca di riflusso culturale, in cui aumentano quelli che vorrebbero le donne chiuse a casa e zitte a fare la calzetta, forse è meglio ricordare una donna che è entrata nella storia, anche se puntualmente la si ignora. Questa donna è Amelia Earhart, il cui volto lo vedete qui sotto, ed oggi è per lei un anniversario particolare.
Scusate il ritardo nel post, ma un black out improvviso mi ha fatto ritardare.
 


 

Amelia Earhart nasce il 24 luglio 1897 ad Atchinson, nel Kansas, da una casalinga e da un avvocato di Kansas City. La piccola Amelia naturalmente non sa ancora che avrà una vita breve, e che morirà (presumibilmente) pochi giorni prima del suo 40esimo compleanno. Non sa neanche che circa i suoi resti ci sarà un giallo che ancora oggi non è stato risolto.
Nel 1905 i genitori di Amelia si trasferiscono a Des Moines, nello Iowa, lasciando le figlie con i nonni. Solo nel 1908 queste raggiungeranno i loro genitori.
Nel 1914, la diciassettenne Amelia decide di frequentare un corso per diventare infermiera, e lo diventerà. Il lavoro come infermiere è per lei un'esperienza brutale e dolorosa, poichè si ritrova a prestare prestare servizio in un ospedale militare durante tutta la durata della Prima guerra mondiale.
Ma non quello di fare l'infermiera, il suo destino.
 
Quel che sarà il suo destino... le si presenta davanti nel 1920, all'età di 23 anni, quando va insieme al padre ad un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield a Long Beach in California e, pagando un dollaro come biglietto, per la prima volta sale a bordo di un biplano, per un giro turistico di dieci minuti sopra Los Angeles. Già, mica gli aerei del 1920 erano come quelli di oggi.. erano ancora i biplani. Come questo di seguito, sul quale Amelia si fece fotografare.
 


 

Insomma, Amelia fa 'sto giro in aereo, ed ha l'illuminazione! Sapete, quando all'improvviso davanti vi si schiude un nuovo orizzonte? E la ragazza scende da lì sopra saltellando e gridando: "Ma quale infermiera! Io voglio imparare a volare! Io voglio volare!"
Detto fatto: comincia a frequentare le lezioni di volo, e all'istruttore appare immediato che Amelia ha un talento naturale per il volo semplicemente inspiegabile. Ottiene a tempo di record il brevetto di pilota e ad un anno di distanza, con l'aiuto (economico) della madre, acquista il suo primo biplano, con il quale stabilirà il primo dei suoi record femminili, salendo ad un'altitudine di 14.000 piedi Sono molti i record di volo che Amelia conquisterà.
 
L'occasione arriva qualche anno dopo.
Nell'aprile del 1928 il capitano Hilton H. Railey, le propone di essere la prima donna ad attraversare l'Atlantico e il 18 giugno (ecco l'anniversario! E' oggi!), dopo diversi rinvii per le brutte condizioni del tempo, a bordo di un Fokker F7, chiamato Friendship (amicizia), decollano con Amelia Earhart, il pilota Stultz e il co-pilota e meccanico Gordon.
Sebbene sia relegata a ben poche funzioni, quando il team arriva in Galles, 21 ore dopo, gli onori sono quasi tutti per lei.
Anche il Presidente degli Stati Uniti le invia un telegramma con le sue personali congratulazioni.
 
Ma è solo l'inizio della leggenda di Amelia Earhart.
All'inizio del 1932 nessun altro pilota, a parte il mitico Lindbergh, ha compiuto la trasvolata in solitaria dell'Atlantico, e nessun altro ci prova: ci sono delle difficoltà tecniche proprie di quell'epoca, di cui darò qualche cenno più avanti.
A trasvolare in solitaria l'Atlantico, ci prova e ci riesce Amelia, impiegando quattordici ore e cinquantasei minuti per volare da Terranova a Burry Port nel Galles, anziché a Londonderry nell'Irlanda del Nord come inizialmente pianificato (a causa delle difficoltà tecniche di sui sopra).
 
Non le basta ancora. Il 24 agosto 1932 è la prima donna a volare attraverso gli Stati Uniti senza scalo partendo da Los Angeles (California) a Newark (New Jersey).
 
Ma ci sono traguardi che nessun altro, uomo o donna, ha mai raggiunto fino ad ora.
Ce ne sono ancora due, di traguardi che l'essere umano in volo non ha raggiunto, e Amelia è sempre determinata ad arrivare dove altri hanno fallito.
Il primo traguardo, è suo dopo pochi mesi: diventa la prima persona ad attraversare il Pacifico da Oakland in California ad Honolulu nelle Hawaii.
Oramai, è diventata un personaggio celebre:
 


 

Nel 1937, quando ha quasi 40 anni, sente di essere pronta per la sfida finale, l'ultimo traguardo (poi si sarebbe ritirata a vita privata, come lei stessa dichiara): vuole essere la prima donna a fare il giro del mondo in aereo.
 
Dopo un tentativo fallito, il 1° giugno dello stesso anno, insieme con il navigatore Frederick J. Noonan, parte da Miami e comincia la trasvolata di ben 29.000 miglia, a tappe (il carburante non è mica infinito...). Il primo scalo è a San Juan in Porto Rico e poi, seguendo la costa nord-orientale del Sud America, trasvola l'Atlantico, attraversa l'Africa e quindi arriva in India, ha pianificato già il rientro via Pacifico.
I giornali e le radio di tutto il mondo (anche quelle italiane) seguono l'evento ed il viaggio di Amelia. La sua viene vista come un'impresa leggendaria, in un'epoca in cui l'aeronautica è ancora un po' pionieristica rispetto ad oggi.
Il 29 giugno quando arrivano a Lae in Nuova Guinea, hanno fatto 22.000 miglia e ne mancano solo 7.000 ormai per arrivare alla conclusione del viaggio.
Tutto quello che è superfluo nell'aereo viene rimosso per far posto a più carburante che possa consentire approssimativamente 280 miglia extra, per trasvolare il Pacifico.
Le mappe che Noonan ha a disposizione non si sono rivelate molto accurate (mica c'era il satellite artificiale, all'epoca!), ma ormai sono in prossimità dell'isola di Howland, poco a nord dell'Equatore e a ovest di Kiribati, circa 3.100 km a sud-ovest di Honolulu. Appartiene agli Stati Uniti d'America ed è lì che è dislocata la guardia costiera con la quale sono in contatto radio.
Ma la poca accuratezza delle mappe di Noonan...
 
All'alba del 2 luglio, arriva l'epilogo.
Il sole è appena sorto, quando la guardia costiera sente la voce di Amelia Earhart che chiama insistentemente alla radio: "Dobbiamo essere sopra di voi ma non riusciamo a vedervi. Il carburante sta finendo..."
Ecco le difficoltà tecniche. Un aereo munito di bussola sa in che direzione va, ma non sa la rotta: viene comunque spostato da eventuali venti trasversali! Oggi risolviamo il problema con i radar, con il GPS, con il volo strumentale, e si corregge di continuo la rotta. Ma all'epoca i satelliti non c'erano, il volo strumentale neanche, ed i radar erano ancora sistemi sperimentali, inventati dai francesi nel 1934, e dedicati solo all'uso militare. Siccome la tecnologia non c'era, si correggeva la rotta "a vista", confrontando con le mappe la propria posizione.
I venti del pacifico avevano spostato l'aereo trasversalmente di chissà quante miglia...
La guardia costiera di Howland non vede e non sente l'aereo in lungo e in largo, e non sa come intervenire.
 
Mezz'ora, solo mezz'ora, poi un nuovo messaggio radio, ancora la voce di Amelia: "Siamo a pelo d'acqua. Portate cinture di salvataggio!".
Due minuti dopo, l'ultimo messaggio: "S.O.S! Provo un ammaraggio d'emergenza, il motore è spento!"
Poi più niente.
Svanisce nel nulla quella voce alla radio. Svanisce nel nulla Amelia Earhart.
 
A nulla valgono i tentativi compiuti dalla guardia costiera per farsi notare, ad esempio sparando in aria dei razzi di segnalazione. Probabilmente l'aeroplano si perde e precipita ad una distanza stimata fra 35 e 100 miglia dall'isola di Howland.
 
La notizia fa il giro del mondo in poche ore. Il Presidente americano Roosevelt autorizza le ricerche con l'impiego di nove navi e 66 aerei per un costo stimato di circa quattro milioni di dollari. Le navi e gli aerei impegnati nella ricerca, il cui comandante era amico personale di Amelia, non giungono sul luogo se non dopo cinque giorni.
Le ricerche vengono interrotte il 18 luglio dopo aver cercato su una superficie di 250.000 miglia quadrate di oceano.
 
Muore Amelia Earhart. Che sia morta è certo (personalmente non credo a certe ipotesi complottistiche). E senza retorica inutile, preferiamo ricordarla così, davanti al suo Lockeed:
 


 

Quel che non si sa, è se sia morta subito o meno.
Si sa, perchè lo rivela la famiglia, che portava scarpe numero 39.
Si sa che nell'isola di Nikumaroro (Kiribati) è stata ritrovata la suola di una scarpa numero 39 o 40 dello stesso modello di quelle indossate da Amelia durante il suo ultimo volo.
Si dice (ma non ne ho la certezza, non ho ancora studiato tutto) che durante le ricerche l'isola sarebbe stata perlustrata in modo superficiale e dall'aria, senza che nessuno scendesse a terra.
Sull'isola di Nikumaroro ci torniamo tra poco. Per ora diciamo che...
finita la storia, iniziò la leggenda. E le teorie assurde. Alle quali personalmente non credo, ma per dovere di completezza devo darne qualche cenno.
 
C'è chi sostiene il coinvolgimento di Amelia in una missione di spionaggio. Secondo questa teoria, in una sosta erano stati potenziati i motori in modo tale che l'aereo potesse compiere una rotta più ampia, per arrivare a Howland nello stesso tempo che avrebbe impiegato viaggiando in linea retta. Questa teoria sostiene anche che furono montate delle potenti macchine fotografiche. La deviazione di rotta serviva a fotografare delle installazioni militari giapponesi nel Pacifico.
 
C'è chi sostiene, anche in modo acceso, che Amelia sarebbe stata fatta prigioniera dai giapponesi con l'accusa di essere una spia ed in seguito giustiziata. Una donna afferma di averle parlato via radio mentre era tenuta prigioniera. Un'altra donna fornisce un'ulteriore testimonianza su alcuni dialoghi scambiati con una presunta Amelia, aggiungendo di aver assistito al momento dell'esecuzione; afferma di aver taciuto per più di 30 anni temendo che, parlando della Earhart, avrebbe potuto essere arrestata.
 
Alla fine, che Amelia Earhart sia entrata nella leggenda delle conquiste umane, è provato dal fatto che anche un episodio della serie televisiva "Star Trek: Voyager" parla di lei e la cita :)
Già, una leggenda.
Torniamo ora a Nikumaroro.
 
Tre anni dopo la scomparsa, un ricercatore britannico durante una missione sull'isola, ritrova delle... ossa umane accanto ad un accampamento di fortuna. Non distante da dove era stata ritrovata la scarpa.
Nel 1997 alcuni esami confermarono che le ossa appartenevano ad una donna. E solo dieci anni dopo, nel 2007, a 70 anni dalla scomparsa, le analisi sul DNA hanno mostrato una compatibiltà tra quelle ossa e Amelia Earhart. Non la certezza.
 
Come è andata davvero, non si sa. Ma di certo, se quelle ossa le appartengono, significa che nel '37, quando la cercarono, la cercarono male :)
Ma di tutta questa fuffa, oramai, ci interessa ben poco.
Nel cimitero di Kansas City c'è una lapide in sua memoria, con sopra scritto:
Amelia Earhart - Lady Lindy
Atchinson, 24 luglio 1897 – Oceano Pacifico, 2 luglio 1937
 
Per chi volesse approfondire, suggerisco:
Una buona biografia di Amelia Earhart
Sito ufficiale
 


 

 

 

 

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 18/06/2008 10:00 | link | fate pure commenti (5) |
donne, storie e storielle, ricerche

lunedì, 09 giugno 2008
.: Vesuvio, 1988 :.

Premessa. No no, non sto ricordando chissà quale anniversario. Sto solo parlando di fatti privati miei. Pertanto chi non è interessato (spero molti, sì sì anche tu che stai leggendo ora, sì dico a te!), eviti di proseguire.

Se avessi dovuto seguire il mio istinto fino in fondo, avrei dovuto forzatamente non muovermi. Restare fermo. Magari nascosto dietro un albero come se avessi voluto stare al riparo dal tiro di un cecchino. Inchiodato. Ma non sempre si può, non sempre si vuole.
Davanti a me, la radura in mezzo alla pineta restava piena di gente in movimento. C'era il banchetto di distribuzione del vino, sempre con la folla davanti. La gente arrivava già con il proprio bicchiere in mano, prima vuoto, poi pieno.
E la folla ballava. Beveva e ballava. Cantava, beveva e soprattutto ballava. Peggio che in un rito pagano o di baccanti. In realtà quella festa era la prosecuzione storica di un antico rito pagano, divenuto nei secoli tradizione popolare.
Al centro della radura, la paranza suonava. Solo ritmo. Solo percussioni. Non c'erano altri strumenti se non percussioni a mano. La battente dava il ritmo, e le tammorre suonavano, con un'acustica da lasciar sbigottiti chi non le conosce. E quel ritmo catturava. Attraeva. Allora come oggi, perchè anche in questo nun è cagnat o riest e niente.
Guardavo. Estasiato. Ipnotizzato dal ritmo e dai movimenti. Forse anche dal vino.
Fu in quel momento che vidi la ragazza. Era davanti a me, e mi aveva detto qualcosa. Mi aveva appena detto qualcosa. Ma ero talmente concentrato sull'insieme della radura, su quel che succedeva, da non essermi accorto di lei. Sì sì lo so: ho fatto una figuraccia, ma ero ipnotizzato dal vino, dalla tammorriata, dai tammorrianti e dalla folla. Ora mi trovavo con lo sguardo piantato in quegli occhi color nocciola, altrettanto ipnotici proprio come quella musica, circondati da capelli castani tagliati a caschetto, e la cosa più grave era che non ricordavo cosa mi avesse appena detto, anzi siccome seguivo il ritmo della musica, non avevo proprio sentito. Con buona pace per la mia buona educazione...
"Hai capit o no, che sto ricenn a te?", mi disse sorridendo la bocca che era sotto quegli occhi nocciola, voce ipnotica quanto quello sguardo, e quanto quella musica.
"Ma t'creriss ca stong 'mbriac?", le risposi con un sorriso. La battuta sull'ubriachezza era un po' per stemperare la gaffe, ma anche perchè come è noto tutti quelli che si sentono ubriachi per prima cosa dicono che non sono ubriachi. A dire il vero non ero proprio ubriaco, ma appena un po' brillo, giusto 'na 'ntecchia.
"Ma t'aggia ripetere chell c't'aggio itt?", continuò la bella voce che usciva dalla bocca che stava sotto quegli occhi color nocciola.
"Eh... mi sa...", fui costretto ad ammettere, "sai, stavo sentendo la musica, e poi con questo casino...."
"Chist nunn è casino. Chest' è na tammurriat!"
"Sì, ops, hai ragione."
Se poi qualcuno di voi polli crede che lei mi abbia ripetuto quel che mi aveva detto, beh allora si sbaglia. Non me lo disse. Anzi, ancora oggi, a distanza di 20 anni, io non so cosa mi abbia detto quella ragazza dagli occhi color nocciola e dai capelli a caschetto, quella sera di 20 anni fa. Non me lo disse.
Invece di ripetermi cosa mi aveva detto, mi fece un inchino molto elegante, mi gettò un braccio al collo, e mi trascinò nella mischia, a ballare la tammorriata.

La paranza di Somma Vesuviana (esistente ancora oggi), attaccò più forte e più veloce, ed al bicchiere di vino successivo ero più baccante io di tutti gli altri presenti, e le tammorre incalzavano ancora.
La luna del giugno 1988 era piena, filtrava ed illuminava quasi a giorno il bosco ed il ballo pagano. E la luna, quando è piena, alla mezzanotte in punto interseca il meridiano locale. Che poi la mezzanotte, a causa dell'ora legale in realtà è all'una della notte. Quel passaggio della luna sul meridiano, al suo punto più alto, quello che minimizza le ombre e illumina tutto, ci sorprese a ballare ancora, giusto al centro della radura. Lei batteva le nacchere a ritmo, e ballava benissimo, certamente meglio di me che sono piuttosto negato e fortemente imbranato. Forse, all'una in punto, fu quel raggio di luna sul suo volto, quel raggio di luna che per una frazione di secondo fece brillare come lampioni i suoi occhi color nocciola, che fece da calamita, e in un attimo ci fece mettere a contatto le nostre labbra, che però decisero autonomamente (e democraticamente) di non staccarsi subito, ma di prolungare il bacio al ritmo della musica e delle nacchere.
La tammorra continuò a suonare, portandosi dietro tutta la paranza, fino alle 4.00 del mattino. Va beh, all'epoca ero giovane, mica decrepito come ora, e quindi avevo ancora le forze per queste notti di baldoria fatte di tammorra e vino.
La paranza mise via gli strumenti, e dopo un ultimo giro di bicchieri di vino, andò via dal bosco, ed anche la folla andò via. Andammo via anche noi dalla radura, ma per addentrarci di più, dove era più fitta la vegetazione. Lì, successe che...

(Censura.
Non perchè io non voglia parlare di queste cose, ma perchè, se permettete, sarebbero pure fatti privati nostri, no? :P )

L'alba ci sorprese abbracciati nell'erba, intenti a baciarci dolcemente. E andammo via quando oramai era già giorno.

Lei si chiamava (non si dice per rispetto della privacy), ed ora voi sapete come fui sedotto da quella che fu la mia prima fidanzata seria, nel senso che non fu una storiella da adolescenti, ma qualcosa di più, e che durò un bel po', non la classica settimana, insomma.
Beh certo... quella notte lei è riuscita a farmi stare senza fumare e senza bere caffè, tanto ero preso, per ben nove ore...! Non c'era mai riuscita nessuna, e dopo di lei solo un'altra ci sarebbe riuscita.
E ve l'ho raccontata lo stesso, questa storia, anche se si tratta di fatti privati miei :P

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 09/06/2008 09:18 | link | fate pure commenti (12) |
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venerdì, 16 maggio 2008
.: Fontane. La Leggenda dell'Amore :.

Così la raccontava Matilde Serao nel 1881.
 
Vi si narra di un ricco signore chiamato Sebeto, che abitava in una campagna presso Napoli, in un palazzo tutto di marmo.
Egli per amore aveva menato in moglie una donna chiamata Megara che lo ricambiava con egual tenerezza.
Egli teneva cara questa sua moglie sopra tutte le cose e profondeva per lei tutte le sue ricchezze: accadde che in un giorno ella volle andare a diporto sopra una feluca pel golfo di Napoli.
Verso la riva Platamonia (per i non napoletani: "Là dove il mare del Chiatamone è più tempestoso, spumando contro le nere rocce, che sono le inattaccabili fondamenta del Castello dell'Ovo"), dove il mare è sempre tempestoso, mentre i marinari volevano far forza contro il vento, la feluca si capovolse e Megara si annegò diventando uno scoglio.
Alla orribile nuova Sebeto sentì spezzarsi il cuore e per molto tempo si sciolse in amarissime lagrime in modo che tutta la sua vita si disfece in acqua, correndo a gettarsi nel mare dove Megara era morta.
 
E tutte le fontane di Napoli sono lagrime: quella di Monteoliveto è formata dalle lagrime di una pia monachella che pianse senza fine sulla Passione di Gesù; quella dei Serpi sono le lagrime di Belloccia, una serva fedele innamorata del suo signore; quella degli Specchi è fatta delle lagrime di Corbussone, cuoco di palazzo e folle di amore per la regina cui cucinava gli intingoli; quella del Leone è il pianto di un principe napoletano, cui unico e buon amico era rimasto un leone che gli morì miseramente; e quella di fontana Medina sono le lagrime di Nettuno, innamorato di una bella statua cui non arrivò a dar vita.
 


 

 

 

 

(spot pubblicitario) Insomma, non c'è solo monnezza, anche se "O' rre sta a jnd, e o' popolo for! Nun e' cagnat' o riest e nient!"
Se poi qualcuno vuole ad ogni costo leggere di monnezza anche oggi, allora trova qualcosa in edicola, sul n.18 del settimanale "Carta".
(fine spot pubblicitario)

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 16/05/2008 09:14 | link | fate pure commenti (15) |
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lunedì, 12 maggio 2008
.: Napoli '93 :.

Premessa: Questi sono appunti personalissimi, ricordi sparsi, risalenti ai primi anni '90. Nonostante io abbia una memoria di ferro, restano appunti personali, pertanto privi di ogni valenza storica.
Fatti e personaggi sono tutti rigorosamente reali.
Very long post
 
A quei tempi, Napoli era una città oscura. Ed io ero molto più giovane di ora, ma proprio molto. Era un altro tempo, un tempo in cui la monnezza non c'era ancora, le strade erano attraversate dai cortei dei disoccupati organizzati (cosa che avviene ancora oggi ma con minore frequenza e senza autobus appicciati, all'epoca invece c'era la mitologica banda di Michele Franco), ed il famoso "rinascimento napoletano" stava appena iniziando, era appena agli albori.
I disoccupati organizzati usavano ancora lo slogan antico: "O' rre sta a jnd, e o' popolo for! Nun e' cagnat' o riest e nient!", senza immaginare che stava per arrivare un altro re, anzi un altro vicere.
Tangentopoli aveva spazzato via da pochi mesi i vari Polese, Laboccetta e compagni (tranne Gava, Scotti e Pomicino, che quelli anche oggi non li tocca nessuno, per cui nun e' cagnat' o riest e nient), il questore Vito Mattera si era fatto cacciare perchè si era fatto intercettare dai suoi stessi sottoposti durante una telefonata con il sindaco in cui avvisava il primo cittadino che c'era un avviso di garanzia in arrivo, e che avrebbe fatto bene a rendersi irreperibile e portare via da casa quel che non si doveva trovare, perchè ci sarebbe stata una perquisizione.
Via loro, non c'era ancora lo sfacelo della classe politica attuale, che oramai è al capolinea. Perfino Berlusconi non aveva ancora fatto la sua celebre discesa in campo.
Non solo non c'era la monnezza, ma anche certe tragedie non erano ancora avvenute.
Nonostante questo, Napoli di quegli anni me la ricordo buia, e oscura. Dopo cerchiamo di capire il perchè...
Torniamo a noi.
Anche se Maradona era andato via da un po', i Giuliano di Forcella erano ancora il clan più forte del centro città, e controllavano sia l'eroina, sia il lotto clandestino, sia il racket, sia l'erogazione dell'elettricità pubblica. Si sparava, ma molto di meno rispetto al periodo dal 2002 in poi.
Io frequentavo la città soprattutto di notte. Forse è per questo che me la ricordo buia e oscura. Non che fosse illuminata male, infatti Napoli da sempre gioca molto la sua immagine sull'illuminazione, ma ero io che frequentavo in massima parte il centro storico, tipo ad esempio Spaccanapoli/Tribunali/Anticaglia/Banchi Nuovi/Sedile di Porto/Vergini, e mi infilavo nei vicoli stretti e bui. E più erano stretti e bui, più mi ci infilavo.
Insomma, se di mattina ero un qualunque studente, anche piuttosto diligente, la notte ero in giro, nei angoli bui.
Non sto dicendo quindi che la città era buia e oscura perchè ho dei brutti ricordi di quel periodo. Anzi, ho ricordi molto belli. Ricordi fatti di impegno civile, di politica, di amori, di tornei di scacchi, di balli 'a tammurriata e vino, di albe a Piazza Municipio, di passioni e rimorchi aret 'a palma, e tutte quelle cose che fa un normale studente universitario di 23 anni.
Ovviamente sulla città dell'epoca, ci sarebbe ancora tanto da scrivere, e mi piacerebbe anche, ma ci porterebbe lontano dallo scopo che mi sono prefissato, quindi magari sarà per un'altra volta...
Ora veniamo a noi.
 
Solo alla fine del 1993, sarebbero nate le isole pedonali nel centro storico, quindi sto parlando di un'epoca in cui ad esempio il sabato sera non c'era posto per parcheggiare lungo via San Biagio dei Librai o Piazza del Gesù.
All'epoca non c'era ancora neanche il mezzo mobile. Avevo una gloriosa Fiat 500 color crema più vecchia di me, immatricolata nel 1963, mica fuffa! Arrivavo con l'auto al centro di piazza San Domenico Maggiore, risalendo rumorosamente via Mezzocannone, nell'area dove ora le auto non possono andare perchè ci sono le fioriere a delimitare l'isola pedonale. E parchèggiavo giusto sotto l'obelisco. Ed era tutto pieno di auto parcheggiate, e i vigili se ne fottevano, se ne stavano a prendere il caffè e la sfogliatella da Scaturchio mentre noi pagavamo mille lire di permesso parcheggio ai tossici, per poter tenere l'auto in divieto di sosta.
 
Poi c'era lei. Ma lei era proprio lei, cioè la mia "lei". Insomma, ci siamo capiti, no? Già perchè di solito in questi casi, quando si scrivono ricordi del secolo scorso, c'è sempre una lei. O mi sbaglio?
Dunque, dicevo, lei era strana perchè se non fosse stata strana non mi sarebbe piaciuta. Ed era anche napoletana D.O.C., mica fuffa!
Dunque la sua stranezza era... ehm... un po' teatrale, ma non nel senso che era teatrale lei...
 
(Attenzione: la parte che segue, vista la natura dell'argomento, è consigliata solo ad un pubblico adulto)
 
Allora, la teatralità dovevo farla io. Altrimenti a lei non veniva voglia. Scusate se lo dico in modo così diretto.
Prima di tutto, dovevo arrivare da lei, nel profondo dei vicoli del ventre di Napoli, rigorosamente quando era già buio, e dovevo stare tutto vestito di nero. E fin qui, nessun problema, visto che all'epoca già vestivo di nero per fatti miei.
Poi, mi ero procurato un chiodo (non quello per inchiodare, dico l'abito!), che però non dovevo indossare, ma solo mettere sulle spalle, e poi dovevo camminare rasente il muro del vicolo, in modo che sto coso nero sulle spalle svolazzasse come un mantello. Lei sbirciava il mio arrivo dalla finestra, e questa cosa di me che avanzavo di soppiatto nel vicolo con il manto nero svolazzante... la eccitava tantissimo.
Solo che poi si incazzava perchè era un chiodo, lei preferiva uno spolverino (svolazza di più) o addirittura un vero e proprio mantello nero. Solo che io le rispondevo: "Co' cazz ca vac girann mmiez a via con il mantello! Scordatelo!" E la cosa finiva lì. Ma torniamo a noi, se no dite che non faccio mai i post erotici.
Dunque, dicevo, dopo essermi fatto tutto il vicolo di notte con il chiodo messo ad uso mantello che doveva svolazzare, e dove c'erano i portici dovevo pure infilarmi sotto i portici perchè più sembrava che mi muovessi segretamente più lei si eccitava, salivo a casa sua. Impresa non facile. Non so se conoscete i palazzi quattrocenteschi napoletani, dove ogni piano ha il soffitto alto sette metri, e quindi arrivare al quinto piano senza ascensore significava fare una scalata tale che arrivavi sopra con l'affanno e di certo non avevi voglia di baciare nessuna, ma chiedevi solo acqua e di poterti sedere.
Ma torniamo a noi. Lei mi aspettava con un abito lungo, bianco, di taglio molto retrò, tipo sul settecentesco o giù di lì, che doveva aver trovato a Resina o giù di lì. Ed io l'abbracciavo con il mio mantello nero. Musica di sottofondo, medievale o al limite barocca. In una casa della Napoli medioevale. Insomma, a lei piaceva così, che ci posso fare. Tipo scimmiottare un incontro segreto di tardo settecento. Che poi la cosa avrebbe anche il suo senso, perchè ha indubbiamente un bel po' di fascino. Ma mica finiva lì!
Eh già, pollastri! Crederete mica che poi finivamo a letto? Ovvio che no, o almeno non subito. Perchè io all'epoca ero già un drogato di caffeina, e dopo 5 piani di palazzo quattrocentesco... insomma una dose me l'ero anche guadagnata, no?
Ma nel frattempo, mentre io ansimavo ancora e lei preparava il caffè, dovevo raccontarle qualche leggenda, se no lei non si eccitava. E più raccontavo, spesso rigorosamente in dialetto, più lei cambiava faccia. E che faccia...
La mia specialità però era una particolare leggenda. Che le faceva un tale effetto che... spesso prima che finissi di raccontarla, mi saltava addosso e succedeva quello che tutti voi state aspettando che succeda :)
Dopo restavamo abbracciati sul grande letto (con baldacchino), ed io le dovevo cantare la canzoncina, che settecentesca non è, e poi io sono stonato come una campana ungherese, ma tant'è, le andava bene così, anzi ci andava bene così.
Ovviamente, come pezzo finale, dovevo andare via (quando riuscivo ad andare via) in modo furtivo, come se fosse un incontro segreto davvero, e lei rimaneva alla finestra a sbirciare il mio chiodo nero che svolazzava e si allontanava nella notte napoletana...
 
(Attenzione: fine della parte consigliata ad un pubblico adulto. Quel che segue però potrebbe suscitare sentimenti contrastanti in un pubblico non napoletano. Invece per i napoletani sarà tutto normale: anche se passano gli anni, nun e' cagnat' o riest e nient.)
 
Dunque... dicevo... lei voleva che io facessi la parte di quello che arriva in segreto... Ma anche spostandomi nel buio, non si poteva, perchè per arrivare a casa sua si doveva passare davanti al finestrino di lui.
Direte voi, "e chi diavolo è lui"? Beh, ma lui è lui: Alfonsino.
 
(Attenzione: per motivi di privacy, Alfonsino è un nome di fantasia: il personaggio è tremendamente reale ed anche attuale, ma non si chiama così.)
 
Alfonsino all'epoca aveva 40 anni, di cui 22 passati in galera, era sposato da 20 anni, non aveva mai mai mai tradito sua moglie, ed aveva 4 figli, uno per ogni vvota che m'hann arrestat, eh!, teneva a specificare.
Ma per parlare di Alfonsino bisogna prima parlare dei luoghi in cui si svolge la scena.
 
A Napoli, nella zona dove avvengono i fatti che racconto, c'è una chiesa molto antica e molto bella. Sotto la chiesa c'è da decenni un garage, molto grande, di quelli dove paghi un affitto mensile per metterci l'auto, visto che in quei vicoli non si parcheggia. Si dice che potesse contenere 50 veicoli, ma conoscendo i garagisti napoletani... ce ne saranno certamente entrati molti di più.
Un bel giorno il parroco decise di rifare l'intonaco all'interno del garage. Chiama un po' di imbianchini, e li paga per rifare l'imbiancatura delle pareti. Gli imbianchini per prima cosa scrostano un po' del vecchio intonaco, e...
 
...da sotto l'intonaco (che risaliva a subito prima della seconda guerra mondiale) emergono degli affreschi... Arriva di corsa una squadra di tecnici della Soprintendenza ai beni culturali, che emette in breve il verdetto: affreschi religiosi di epoca rinascimentale!!!
Ovviamente la Soprintendenza blocca immediatamente i lavori, e manda a carte quarantotto l'imbiancatura, poi sigilla il locale, imponendo al parroco di non usarlo più come garage, e lo lascia chiuso, in vista di un recupero completo delle opere, cose che ancora oggi non è avvenuta, infatti nun e'cagnat' o riest e nient.
Qui entra in ballo Alfonsino, che incurante della Soprintendenza, non entra nel garage, ma entra, e si appropria, del gabbiotto del custode del garage, ampio la bellezza di ben 12 metri quadri, e ci va ad abitare dentro con la moglie ed i quattro figli, eliminando così il suo grande problema: quello di essere senzatetto.
(da notare che nel gabbiotto non c'è il bagno)
Il gabbiotto aveva come unico punto luce, oltre la porticina, un finestrino a livello strada.
 
Insomma, io la notte entravo nel vicolo, dovevo fare di tutto per dare l'impressione di un incontro segreto con la misteriosa donna del quinto piano, di cui nessuno doveva sapere nulla... e puntualmente ogni volta andava a finire che passavo in punta di piedi avanti al finestrino di Alfonsino e sentivo da dentro: "Buonasera, eh! Non si saluta?"
 
Analogamente, al ritorno, io svolazzavo con il mio chiodo nero a mo' di mantello nel vicolo, e quando passavo lì davanti sentivo puntualmente: "Buonanotte eh! Andato tutto bene con la bella signorina?"
 
Insomma, nell'arco di poche settimane, ero già entrato in confidenza con il personaggio.
"Buonasera! Comm jamm stasera?"
Io: "Tutt'appost, grazie, a voi?"
Lui: "Eh, vec c'aggia fa per da' a magnà e' criatur."
Io: "Ma come fate a campare qua dentro?"
Lui: "Non è un problema, o materass ci trase just just... Occupa tutto il pavimento, ma ci entra. Noi lasciamo le scarpe fuori, e c'a facimm."
Io: "E v'cuccat n'copp... a 6!"
Lui: "E c'amma fa? O comune s'ha futtut e sord r'o terremot... e c'ha lasciat senza casa..."
Io: "Ma non avete manco il cesso..."
Lui: "Non è un problema, nel garage sequestrato, ci sta un tombino, l'aggio scuperchiat, e 'a facimm tutt quant direttamente ind a' fognatura."
Io: "Alfonsi', ma voi.. na fatica a' tenite?"
Lui: "Beh, con 4 criature, uno ogni volta c'm'hann arrestato, l'aggia ra' a' magna', no? Ma qualcosa da fare per guadagnare la trovo sempre: io in vita mia nun aggio mai fatto 'na fatica onesta!".
Io: "Alfonsi'... ma chi t'ho ffa fa! Tien quattro criaturi... Trova qualcosa di pulito dai..."
Lui: "Ma io ho fatto la scuola fino alla quarta alimentare... chi mi piglia? E come li do a magnare? Prima andavo al porto a scaricare... mo pigliano solo agli africani..."
Io: "Si ma..."
Lui: "Poi ho fatto di mestiere il disoccupato organizzato, ma non si abbuscava niente, e i criaturi cumm magnano? Ora come lavoro faccio il pregiudicato, e bene o male me la cavo..."
Io: "Si ma....!"
Lui (appassionato): "Io una cosa saccio fare. Saccio piglià e machine. Mi chiedono una fiat uno, e io gli porto una fiat uno. Mi chiedono una panda, ed io gli porto una panda. Chest' faccio pe' campa'. Se non lo faccio... i bambini nè mangiano nè fanno il resto.."
Io: "Il resto cosa??"
Lui: "Come cosa... quelli di 12, 8 e 6 anni vanno a scuola! E ci andranno anche dopo le scuole alimentari! E io i libri glieli compro, e soprattutto per quello che già va alle medie... costano... E io non tengo nè casa nè lavoro, ma i miei figli devono andare avanti!"
Io: "E quindi devi rubare una macchina in più per comprare i libri..."
Lui: "Foss a maronn'! Qua pure arrubbann nun s'arriva cchiù a ffine mese!"
Io: "E' la prova che rubare non rende..."
Lui: "Si. Ma io un futuro ai miei figli glielo devo dare! Nun sta scritt a nisciuna parte ch'hanna fa' a fine mia...."
Io: "Hai mai pensato di mollare tutto?"
Lui: "Ma tu stasera t'fuss scemunut? Io amo mia moglie! La amo più di ogni altra cosa! Non posso mollare, perchè teng a essa! Essa è a' vita mia! Je aggia sta cu essa! Si m'n vac.. cumm campa? No no, io la amo troppo... da anni, e la amo ancora. E ogni matina, me sceto, e vvec l'uocchie suoje... e allora m'vene a forza e m'aizà."
 
Una sera parcheggio la gloriosa 500 a Piazza San Domenico, ma avevano messo l'ora legale, per cui era ancora giorno, quindi non potevo andare ancora da lei. Mi faccio un giro, e passo per il vicolo.
Alfonsino non c'era, ma sul vicolo, accanto alla ex entrata del garage, c'era la moglie.
Io: "Buonasera, signora"
Lei (voce tremante): "Buonasera, giuvino'..."
Io: "Signo'.. tutto bene? Vi vedo nervosa e preoccupata..."
Lei: "Eh sì, Alfonsino è asciut stammatina c'a' machina, e nun è ancora turnato..."
Io: "Signo', se è uscito con la macchina, non deve preoccuparsi... lei non ha idea di che traffico ci sta. E' tutto bloccato. Sarà rimasto bloccato nel traffico..."
Lei: "Uh maronn! E si o' fermano..."
Io: "Beh, se lo fermano perde qualche minuto in più... ma poi arriva. Ci vuole tempo perchè c'è traffico."
Lei: "No no! Se lo fermano... è nu guajo! Chillo nun tene a patente!"
Io: "Azz, s'è scurdat a patente a casa..."
Lei: "No no ma chiiiii! La patente? Alfonsino non l'ha mai tenuta, non l'ha mai pigliata!"
Io: "Ehm... ma la macchina..."
Lei: "Che c'azzecca? Alfonsino a' machina a sape purtà..."
Io: "No dico... come ha fatto a comprare la macchina, senza la patente?"
Lei: "Che c'azzecca? A' machina è arrubbata..."
 
(Anche su questo punto, c'è da dire che ancora oggi nun e' cagnat' o riest e nient)
 
Provate ad immaginare la mia faccia qualche mese dopo, quando una sera, dopo essere stato da lei al quinto piano, essere andato via, e scambiato due chiacchiere con Alfonsino, mi ritrovai con la 500 che non andava in moto...
Alfonsino si fiondò fuori, urlando: "Alessa'! Nun te preoccupa'! T'presto a machina mia!"
"No no, m'a faccio a piedi!", risposi frettolosamente...
 
L'epilogo fu un giorno d'estate.
Ero a casa, alle 14.00, e stavo guardando distrattamente il TG3 regionale, quando per un attimo, uno solo, passò sullo schermo l'immagine di Alfonsino ammanettato tra due poliziotti.
Prima o poi doveva succedere.
 
Oramai non stavo più con quella lei lì, le nostre strade si erano separate, ed ora frequentavo una ragazza che almeno mi permetteva di vestire come diavolo mi pareva, senza mantelli neri, anche se pure questa nel suo palazzo non aveva l'ascensore. Ma almeno era al terzo piano e non al quinto.
Nonostante questo, volli passare lo stesso nel vicolo, di giorno, e infatti trovai la moglie di Alfonsino.
Io: "Signo'... che è succies?"
Lei: "Eh... che vulite ca succer..."
Io: "Eh, ho saputo..."
Lei: "Ah, avete saputo che sono di nuovo incinta!"
Io: "Eh???"
Lei: "Io c'ho riciett a Alfonsino bello! Statt accort, nun m'mettere incinta, ca t'arrestano n'ata vota! Nun m'è stat a sentì, e dopo manco due mesi... l'hanno arrestato".
 
Potrei anche chiudere qui questa storia. Ma non si può, per motivi di onestà intellettuale da parte mia. Perchè manca ancora una cosa: manca il movente. Manca cioè il motivo che mi ha spinto a scrivere queste cose.
Allora prima di tutto lo ammetto: oggi sono un po' triste. Lo sono da qualche giorno.
 
Nei giorni scorsi, per motivi monnezzari, ho sentito telefonicamente alcuni attivisti napoletani, tra i quali alcuni con i quali ho condiviso antiche esperienze politiche, di amicizia e di vita. Così ho saputo che un paio di mesi fa, all'età di 56 anni, Alfonsino è morto. Ha avuto un infarto. Una vita di stenti che l'ha fiaccato. Senza concedergli un attimo di respiro.
Una vita che probabilmente non gli ha dato molto, se non la capacità di arrangiarsi. E la bravura come ladruncolo di utilitarie.
 
Una vita che gli ha giocato anche un brutto tiro proprio alla fine, un brutto tiro che poteva risparmiarsi: Alfonsino è morto giusto una settimana prima che il suo figlio maggiore, che ora ha 28 anni, conseguisse la laurea in Lettere, all'Università Federico II. Ma quella seduta di laurea lui, Alfonsino, non ha potuto vederla.
Nonostante non l'abbia vista, è riuscito a gettare, tra mille stenti, i semi di un avvenire migliore per quei suoi cinque figli.
E allora, anche se passerà alla storia il fatto che è morto un pregiudicato storico, mi viene da pensare senza alcuna retorica che Alfonsino, anche se post mortem, in fondo ha vinto la sua battaglia: quella per la sopravvivenza.

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 12/05/2008 08:40 | link | fate pure commenti (15) |
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