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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato prima nella Capitale d'Italia, poi tra le Prealpi Lombarde.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
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Se domani la NATO dovesse fare un'esercitazione militare congiunta a Capo Teulada, sicuramente non ce ne meraviglieremmo. Magari molti di noi sarebbero contrari, ci sarebbe qualche manifestazione pacifista e antimilitarista, ma la cosa non può meravigliarci di certo: l'Italia è un Paese membro della NATO, tra l'altro membro fondatore. Stessa cosa vale se l'esercitazione si tenesse sulle scogliere di Dover, o in Florida.
Eppure, quest'anno, per la prima volta nella sua storia, la NATO terrà le proprie esercitazioni militari in un Paese che non fa parte dell'Alleanza. Non solo, sarà nel territorio di un'amministrazione locale di un Paese composto in prevalenza da popolazione omogenea a quella del Paese in cui, per la prima volta, la NATO, in barba al suo stesso statuto che ne prevede la natura difensiva, ha portato una guerra di aggressione.
Infatti, non solo l'esercitazione del 2009 si terrà in Bosnia Erzegovina (dal 4 al 17 settembre prossimo), ma in particolare le manovre si svolgeranno sul monte Kozara, vicino a Banja Luka, centro amministrativo della Repubblica Srpska, la comunità amministrativa dei serbi bosniaci. Alle esercitazioni parteciperanno più di cinquecento militari di sedici paesi NATO.
Con l'avvicinarsi dell’inizio delle manovre, chiamate Joint Endeavor 2009, in Bosnia Erzegovina si moltiplicano le polemiche, fioriscono le teorie di complotto, si discute sui giornali e in TV se le manovre saranno positive o negative per lo Stato e la situazione politico-economica.
Ovviamente, la maggior parte dei serbo-bosniaci sono contrari alle manovre. L’Alleanza Atlantica è vista ancora come un nemico, quello che durante la guerra, dopo la firma di un trattato che ne prevedeva la neutralità, ha bombardato le posizioni dei serbi, favorendo i loro avversari, ma soprattutto la NATO è vista come quella che nel 1999, per tre mesi, durante la crisi in Kosovo, ha bombardato la "madre Serbia".
Fa nulla se quella "madre Serbia", quasi quattro anni prima, aveva deciso di chiudere le frontiere con la Repubblica Srpska, e di isolarla per tentare di far smettere una volta per tutte la guerra in Bosnia. Fa nulla perchè si sa, la gente ha poca memoria, oppure non studia. Lì, in Repubblica Srpska. Figuriamoci da noi.
Resta senza dubbio un delicato problema di natura diplomatica, ovviamente taciuto e aggirato, ma soprattutto geopolitica: perchè diavolo proprio nei Balcani?
I politici, i media e vari analisti in Republica Srpska e nella vicina Serbia sostengono che le manovre hanno un obiettivo nascosto: la NATO vuole impadronirsi dei sistemi di sicurezza della Repubblica (molto plausibile secondo la valutazione di chi scrive) e localizzare i depositi di armi (altrettanto plausibile). Alcuni sostengono che il tutto è una messa in scena per facilitare la cattura e destituzione dell'attuale premier della Repubblica, Milorad Dodik (molto poco plausibile, e praticamente sconfina nella fantapolitica, che nei Balcani va ancora oggi di moda).
Questo a livello politico. E a livello popolare?
I bosgnacchi e i croati bosniaci sono più favorevoli o perlomeno non sono contrari alle manovre. Forse dire "favorevole" è esagerato, diciamo
che si astengono. Fa eccezione la vecchia generazione, quella cresciuta quando la Yugoslavia era un paese leader del movimento dei paesi non
allineati. Loro guardano alle esercitazioni della NATO con notevole scetticismo. Per decenni, infatti, la ex Yugoslavia si era preparata e
armata per difendersi da un eventuale attacco sia della NATO che del Patto di Varsavia. A dire il vero più per difendersi dal Patto di
Varsavia, ma anche questo la gente con scarsa memoria l'ha dimenticato, o non l'ha studiato. Ed oggi, soprattutto qui da noi in Italia, si crede
ancora che la Yugoslavia sia stata un Paese del blocco sovietico, ignorando che la missilistica di Belgrado era puntata verso Mosca, che il governo riceveva finanziamenti occidentali, che Stalin ha provato almeno 4 volte a far assassinare Tito, che in caso di terza guerra mondiale di tipo convenzionale il piano di offensiva della NATO era di penetrare in Ungheria proprio attraverso la Yugoslavia, e c'era il consenso del governo di Belgrado.
Ma tutto questo appartiene al passato. Veniamo al presente.
Perchè dietro la manovra NATO (ed i fattori geopolitici dietro le quinte sono ben noti....), a livello locale è sorto un bel dibattito (con molta
partecipazione dei cittadini, quindi non solo a livello dei partiti politici) che che riguarda il futuro del Paese.
Da una parte ci sono quelli che tifano per la piena adesione della Bosnia Erzegovina all'Alleanza Atlantica e all'Unione Europea. Ci credono, e sperano che l’integrazione nella NATO e nell'UE salverà la Bosnia Erzegovina in quanto Paese unito.
Senza che ci giriamo attorno, è un qualcosa di estremamente prematuro. Chi ci crede lo fa per fede politica, ed evidentemente non tanto per realismo...
Chi conosce appena un po' quei territori sa benissimo quanto non si tratti di un Paese unito, anzi... E' palpabile quanto il rischio di
disgregazione sia attuale. Probabilmente, per l'idea che mi sono fatto da 15 anni a questa parte, la via migliore sarebbe l'integrazione
nell'Unione Europea, e personalmente sono convinto che sia la cosa migliore ma a patto che ci entri anche la Serbia (che è Europa a pieno titolo, storicamente, culturalmente e tutto il resto, e solo per motivi politici ne viene tenuta fuori). Qualcuno potrebbe obiettare: è la Croazia? Vale lo stesso
discorso fatto per la Serbia: la Slovenia ha posto il veto a Bruxelles, non la vuole in Europa. Il perchè l'ho raccontato già in un recente post.
L'idea di entrare in UE è sostenuta da una parte dei croati bosniaci e in misura maggiore dai bosgnacchi, nonostante qui da noi in Italia si sia raccontata spesso la balla disinformante che i bosgnacchi non vogliono entrare in Europa (fu una balla targata Lega Nord, se non sbaglio Calderoli, ma la memoria potrebbe ingannarmi, e se qualcuno proprio vuol saperlo c'è google).
Comunque, secondo un recente sondaggio, una percentuale altissima di bosgnacchi (tra il 60 e l'80%) sono favorevoli all'integrazione europea.
Qui viene un po' da pensare. E da riflettere. Perchè durante la guerra i bosgnacchi sono stati vittime (15 anni fa) sia del nazionalismo serbo (Sarajevo, Tuzla) che di quello croato (Mostar). E nonostante questo insistono sull'idea di una Bosnia Erzegovina unita, con serbi, croati, e bosgnacchi, senza fratture. Noi invece non abbiamo ancora sanato le nostre fratture interne dei tempi della Resistenza (64 anni fa), e non abbiamo risolto quelle comparse con l'Unità d'Italia (148 anni fa). Notevole, no?
Ovviamente non è tutto oro quel che luccica... quindi c'è da considerare che non per tutti quei "favorevoli" ci sia alla base la pacificazione nazionale, il perdono, la volontà di unità del Paese... Per loro l’alternativa è una divisione del Paese stesso, che gli lascerebbe una piccola area, chiusa,
attorno a Sarajevo, circondata ed esposta alle pretese territoriali dei nazionalisti della vicina Serbia e Croazia... Per cui, se tanto mi da tanto...
Invece, in Repubblica Srpska, i serbi bosniaci, a partire dal primo ministro Milorad Dodik, cercano di ostacolare o rimandare l'integrazione europea. Come mai? Beh, sperano davvero che il Paese si fratturi, e che prima o poi riusciranno a unirsi alla Serbia. Non hanno fatto i conti con Boris Tadic, presidente Serbo, che non è che proprio muoia dalla voglia di averli nel proprio Paese e di fare un'unificazione vista di buon occhio solo da una parte del suo elettorato... Soprattutto, Tadic sa benissimo che certe sacche di estremismo di destra (di stampo cetniko, espansionista e isolazionista) presenti in forze in Repubblica Srpska non andrebbero certo ad arricchire l'elettorato dei partiti democratici.
Intanto la posizione politica del governo della Repubblica è fin troppo chiara: in vista prossime esercitazioni in Bosnia Erzegovina, Milorad Dodik ha dichiarato che "nonostante i nostri rapporti storici con la NATO, malgrado l’Alleanza abbia bombardato la Republika Srpska con bombe all’uranio impoverito, non ostacoleremo l’adesione della Bosnia Erzegovina alla NATO."
Diplomazia. Di facciata.
E in tutto questo l'Europa che fa? L'ho già raccontato nel mio vecchio post che ho già citato, che per la cronaca è questo. L'Europa se ne fotte, ed affoga nei suoi stessi litigi interni (la Grecia non vuole che entri la Macedonia, la Slovenia non vuole che entri la Croazia, l'Olanda non vuole tra i
piedi la Serbia... peggio che gli scontri tra tifoserie ai mondiali di calcio...). Ce l'hanno fatto notare anche dagli USA: James Lyon, analista dell'International Crisis Group, ha scritto sull'International Herald Tribune che "l’Europa ha lasciato la Bosnia Erzegovina a se stessa".
Un bel lavarsene le mani. Soprattutto da parte dell'Italia e degli italiani, tranne ovviamente quando si tratta di "importare" giovani donne slave da avviare sotto sfruttamento ad una certa professione... allora sì, che tutti si ricordano dell'importanza economica e... ehm... geopolitica dei Balcani.
Intanto, tra qualche giorno le truppe della NATO inizieranno a manovrare sui monti attorno a Banja Luka. Non in casa loro. Nessuno che abbia fatto notare l'incongruenza. Nessuno che ha fatto notare che manovrare giusto lì alza la tensione nell'intera regione. Nessuno che ha fatto notare che si tratta di una provocazione.
Per chi voglia approfondire gli aspetti legati alla NATO, quelli attuali e non certo quelli storici dei tempi della guerra fredda, anche dal punto di vista del diritto internazionale, oltre che da quello tecnico e - ahimè - economico (spendiamo molto ogni anno....), consiglio il dossier, un po' datato ma consolidato e sempre attuale, presente su Altrenotizie (in PDF).
Sono passati sei anni dal
Summit di Salonicco, quello che gettò le basi per la cosiddetta Fortezza Europa, ma tra le
tante corbellerie che si udirono (con buona pace per chi mostra sempre fiducia nelle istituzioni
dell'Unione Europea), se ne sentì una che sembrava una cosa interessante: l'integrazione degli
Stati dei Balcani occidentali nell'UE.
Sono passati sei anni, e cosa è successo?
Basta guarda la cartina dell'UE
qua accanto: è stato inglobato quasi tutto, tranne i Balcani occidentali. Presa per i fondelli
nei confronti dei popoli che abitano quei sette stati?
Con la premessa che quei sette stati sono abitati da europei a tutti gli effetti e che
hanno compiuto considerevoli progressi nell'ambito delle riforme politiche ed economiche avvicinandosi
all'adesione all'Ue, il loro processo di integrazione è stato rallentato dagli stessi altri
stati UE, che hanno preferito velocizzare il processo di adesione di altri Paesi che invece non erano
ancora del tutto pronti (Bulgaria, Romania, Polonia), ed oggi invece c'è una corrente a Bruxelles
che preferisce velocizzare (per ovvi motivi economico-commerciali, solo l'accesso della Turchia.
Secondo il professor Jovan Teokarević, che è un docente dell’Università di Belgrado ma anche
Direttore del Centro di Integrazione europea di Belgrado (BeCEI), quelle idee dovrebbero essere oggi
"rinnovate e arricchite, prendendo in considerazione l’acquisito livello di europeizzazione della regione,
così come altri importanti cambiamenti".
In pratica, il professor Teokarević sta indicando la necessità di un nuovo summit che veda la partecipazione
dei rappresentanti di quegli stati esclusi fino ad ora. Ed aggiunge: "Recentemente, tra i politici e i
cittadini dei Balcani Occidentali sta crescendo un pensiero condiviso, secondo il quale la strada per l’Ue promessa a Salonicco sta diventando sempre più lunga e incerta; questo perché, oltre ad uno sguardo retrospettivo, questi paesi hanno bisogno di una visione ancor più approfondita e strategica rivolta al futuro, da elaborare insieme all’Ue."
Eppure, un forum “Salonicco II” era stato previsto nelle conclusioni del summit precedente, come una occasione in cui i rappresentanti delle due parti si potessero incontrare nuovamente in futuro. Ma poi non si è più fatto. Come se qualcuno, a livello continentale,
avesse voluto che ci dimeticassimo di loro.
Di recente, anche il presidente serbo Boris Tadić, parlando praticamente per l'intera regione, ha affermato: "si ha l'impressione che l'Ue non sia pronta in questo momento ad accettare i paesi dei Balcani Occidentali quando noi tutti lo vorremmo”. Gli abitanti della regione temono che aumenti la “fatica d'allargamento” all'interno dell'Ue, che paradossalmente coincide con il quinto anniversario dell'ultimo allargamento, che ha dimostrato di essere molto vantaggioso sia per i vecchi che per i nuovi stati membri dell'Ue. Almeno tre fattori legati tra loro hanno portato alla “fatica d'allargamento”, e nessuno di questi esisteva al tempo di “Salonicco I” in una forma così chiara e spaventosa.
Dei tre fattori parla abbondantemente il professor Teokarević: "Il primo fattore è la crisi economica interna ai paesi membri Ue, scoppiata per lo scarso adeguamento alla globalizzazione, e attualmente aggravata dal crollo finanziario a livello mondiale e dalla recessione economica. (...) Il secondo fattore è la crisi istituzionale dell'Ue, che non è certo nuova, ma è diventata manifesta durante il processo di assestamento istituzionale dell'Unione: dal fallimento della Costituzione europea nel 2005, agli sforzi attuali per completare con successo la ratificazione del Trattato di Lisbona entro la fine del 2009. (...) Il terzo fattore che ha portato alla fatica d'allargamento è stato un reale, anche se informale inasprimento dei criteri
per i paesi dei Balcani Occidentali."
In pratica, si pretende da quei Paesi, per farli entrare, molto di più di quanto non si sia preteso dagli altri.
La Macedonia ha già aspettato tre anni e mezzo come candidato ufficiale all'Ue per avviare i negoziati di adesione, ma non può entrare perchè la Grecia non vuole. Con molta probabilità questa potrebbe essere la prospettiva degli altri paesi della regione quando finalmente diverranno candidati (perchè non lo sono ancora!). A causa della non piena collaborazione della Serbia con il TPI dell'Aja, per un anno intero l'Ue non ha attivato l'Accordo commerciale temporaneo con la Serbia, che dovrebbe aprire la strada per vero il primo passo per l'adesione: l'Accordo di stabilizzazione e associazione. Tutti concordano nel dire che l'attuale ritardo dell'integrazione europea della Bosnia Erzegovina deriva dal fatto che il paese è molto lontano dal trovare un consenso interno sul suo futuro, più lontano rispetto ad un paio di anni fa, ma qui l'argomento si fa complicato, e di post ce ne vorrebbero addirittura una decina. Infine, c'è un blocco ancora molto forte per non far entrare la Croazia, e ad applicarlo c'è la sua vicina di casa, la Slovenia. Eppure la Croazia sarebbe addirittura già pronta all'entrata, e ci aspettata il suo ingresso in UE alla fine del 2010. Anche qui ci sarebbe da parlare visto che c'è una questione riguardante i confini tra i due stati. Sulla Serbia c'è il veto dell'Olanda, e così via.
In pratica, c'è uno stato già interno all'UE che non vuole uno solo degli stati balcanici. E questo avviene per ogni stato balcanico. Non è certo così che si costruisce un'unione continentale, ma anche questo è un altro discorso (bisognerebbe parlare del come e perchè si pensa ad una unione continentale, e su che basi.)
Chiaramente ho dovuto contenere molto l'argomento, perchè è vasto, complicato, e con notevoli implicazioni geopolitiche, bancarie, commerciali, ecc... Per chi volesse approfondire, consiglio l'articolo del professor Teokarević, ovviamente tradotto in italiano, sul sito
Osservatorio Balcani.
Sulla mancanza di direzione della Bosnia-Erzegovina, consiglio invece Andrea Rossini.
Mentre qui si fa la fuffa, e quando si parla di parlamento europeo
ci si ferma alla bozza di legge elettorale che si sta per fare in Italia
(per carità, non voglio sminuire l'argomento, che è importantissimo per
il nostro futuro), nell'istituzione centrale dell'UE si fanno cose
serie. Cose che, essendo davvero serie, non le si dice.
Tanto per cominciare, provate a leggere qua su
Chainworkers, e iniziate a rabbrividire.
Poi, torniamo a Bruxelles: tra il 15 ed il 18 dicembre prossimi,
il parlamento europeo discuterà la proposta di direttiva europea
sull'orario di lavoro. La direttiva prevede la possibile
deroga dei contratti. Deroga che prevede di portare l'orario di
lavoro a 60 o 65 ore settimanali medie, quindi con punte
massime fino a 78 ore in alcuni casi. Niente male no? Direi
che è una misura devastante per il diritto dei lavoratori, oltre che
per i lavoratori stessi. In Italia non se ne parla. In Germania ne
ha parlato il partito politico die Linke, che la definisce
una "vera e propia regressione storica".
Già, perchè noi non ce lo ricordiamo. Non ricordiamo quegli anni
a cavallo tra l'800 ed il '900, quando lo slogan sindacale
principale era "8 ore di lavoro, 8 ore di svago, 8 ore di sonno".
Perchè all'epoca, arrivati all'ottava ora di lavoro, si era ancora a
metà giornata lavorativa.
Il progetto di direttiva europea viene da una proposta del governo
della Gran Bretagna. Immediatamente appoggiata da chi?
Da Francia, Germania, Italia. E non è un caso.
Forse... in questa Europa figlia della Direttiva Bolkenstein
serve una mobilitazione internazionale?
Non sta a me dirlo, questo è certo. Quel che posso dire io è che
trovo molto grave tutto questo, e molto grave che non si alzi
una grande caciara.
Per ora, anche se timidamente, ne parla sul web il
partito democratico.
Naturalmente consiglio, prima di farsi un'idea, di provare
a leggere la proposta di direttiva europea, pubblicata in italiano sul
sito di Confetra.
Il “collegium Ramazzini”, un’accademia internazionale cui aderiscono 180 esperti in scienze ambientali ed in salute professionale, ha pubblicato il 23 settembre una dichiarazione sul controllo dei pesticidi nell’ Unione Europea.
Questo breve documento, che sollecita l’Unione Europea all’adozione di norme rigorose per proteggere la salute pubblica e l’ambiente dagli effetti dannosi dei pesticidi, è stato inviato ai membri del parlamento europeo ed ai rappresentanti dei governi che attualmente stanno discutendo sul Regolamento relativo all'immissione in commercio dei prodotti fitosanitari.
L’utilizzo annuale di pesticidi sintetici nelle culture alimentari in Europa supera le 140.000 tonnellate. Ciò corrisponde a 289 grammi per cittadino europeo all’anno.
Più di 300 sono le sostanze ritrovate come contaminanti dei prodotti alimentari venduti in Europa, più del 25% di frutta, vegetali e cereali contengono residui di almeno due pesticidi, con dei superamenti dei limiti legali correnti per i singoli pesticidi pari al 5% dei controlli effettuati di routine.
I pesticidi sono usati ampiamente in agricoltura per la protezione delle colture, e vengono utilizzati anche nelle case e nei giardini. Nonostante le recenti politiche europee per ridurne l’uso, il loro ampio consumo non si è ridotto significativamente.
I pesticidi attualmente utilizzabili non sono sicuri per la salute come sembrava in precedenza, sia se considerati singolarmente che in combinazione tra loro. Diversi pesticidi autorizzati sono considerati cancerogeni e possono contribuire allo sviluppo di malattie maligne, tra cui cancro dello stomaco, e del colon, leucemia e linfomi. Alcuni pesticidi sono tossici per il sistema nervoso. Altri possono alterare lo sviluppo e la funzionalità degli organi riproduttivi e quindi la fertilità. Tali effetti possono essere irreversibili e transgenerazionali I bambini e le donne in gravidanza sono particolarmente a rischio. Continuamente emergono nuove informazioni sugli effetti dannosi per la salute dei pesticidi, che mettono in discussione la validità delle autorizzazioni correnti ed i livelli di residui tollerati. La nuova normativa attualmente in discussione da parte dell’ Unione Europea è un'occasione unica per definire norme avanzate miranti a controllare l'uso dei pesticidi con l'obiettivo di tutelare la salute umana e l' ambiente. Tale normativa definirà infatti l'utilizzo dei pesticidi in Europa per molti anni a venire, e potrà avere importanti implicazioni anche al di fuori dell'Europa. Una forte legislazione europea potrà rappresentare un passo importante verso l’eliminazione mondiale dei pesticidi rischiosi, in accordo con la convenzione di Rotterdam.
Il collegium Ramazzini raccomanda quindi: l’applicazione di criteri rigorosi per eliminare i pesticidi più rischiosi dai prodotti alimentari e dall’ambiente; l’approvazione delle sostanze utilizzabili nelle coltivazioni di cibo e prodotti alimentari solo se non cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione (categorie 1,2 e 3 delle disposizioni della corrente Direttiva 67/548/EEC ), la non autorizzazione per sostanze capaci di agire come distruttore endocrino, o responsabili di neurotossicità durante lo sviluppo o di immunotossicità.
Allo stesso modo, la normativa dovrebbe vietare l'uso dei pesticidi in tutte le aree pubbliche, comprese le zone residenziali e ricreative, ospedali e strutture sanitarie.
Per approfondire (in PDF):
http://www.collegiumramazzini.org/
Vittoria del centro-sinistra alle elezioni politiche in Slovenia. Il Partito socialdemocratico di Borut Pahor (SD) batte per un solo seggio quello Democratico sloveno (SDS) del premier uscente Janez Janša. Al SD, secondo i dati ancora non ufficiali, sono andati infatti 29 dei 90 seggi che compongono il parlamento, mentre il SDS ne ha ottenuti 28. Al terzo posto, con 9 seggi, il partito Zares-Nova politika, una formazione di centro sinistra, nata di recente da una scissione dal Partito liberaldemocratico e guidata dall’ex delfino di Janez Drnovšek Gregor Golobič.
Agli 88 seggi vanno aggiunti i due seggi specifici delle minoranze, quella italiana e quella ungherese. Quello della minoranza italiana sarà per la sesta volta consecutiva occupato da Roberto Battelli che ha ottenuto il 25 per cento delle preferenze minoritarie, mentre il suo avversario più insidioso, il socialdemocratico Aurelio Juri, ha ottenuto il 22 per cento dei voti.
Si prospetta quindi un governo di centro sinistra basato sulla coalizione, annunciata nelle ultime settimane, tra SD, Zares e Lds con l’apporto di un quarto partito, probabilmente il Desus, anche se non va escluso altresì l’inserimento nella maggioranza del SLS/SMS. Una coalizione allargata a questi due partiti e alle minoranze conterebbe 57 seggi, mentre l’opposizione di destra (SDS e SNS) manterrebbe in tutto 33 voti.
L'illustre scomparso è il partito del Vaticano, Nova Slovenija (Nsi) del ministro del Tesoro Andrej Bajuk, stretto alleato di Janša. Tradizionale interprete politico degli interessi della chiesa cattolica slovena e dei circoli visceralmente anticomunisti con base in Argentina, il partito di Bajuk e di Lojze Peterle ha ottenuto solo il 3 per cento dei voti, mentre la soglia di sbarramento è del 4 per cento.
Fonte: Osservatorio Balcani
E non poteva essere altrimenti...
Qua ovviamente non funziona niente. Anche in questo caso, basta girare
le spalle un attimo, e tutto quel che funzionava smette di funzionare.
Sul fronte della cronaca dall'esterno, segnalo una cosa che trovo interessante:
Cibaria, Conferenza sul cibo e sull'alimentazione
Il 24 e 25 Ottobre 2008 a Roma si terrà un importante Convegno: "Cibaria, Conferenza
sul cibo e sull'alimentazione". Cibaria ha l'obiettivo di informare come
un'alimentazione equilibrata ed uno stile di vita idoneo siano i principali
strumenti di prevenzione di molte malattie. Questi gli argomenti che verranno
trattati: cibo e società, cibo e sport, cibo e pubblicità, cibo e salute, cibo e
obesità, cibo e ambiente, cibo e psiche, cibo e bambini, cibo e politica.
Per informazioni: www.akesios.it
Rimanendo all'esterno, e guardando la paurosa svolta (da brivido) della
politica mondiale, mi sono fatto un'idea: abbiamo a che fare con un
emerito personaggio, e sappiamo chi è. Si chiama
Jaap de Hoop Scheffer,
è olandese, e si sta assumendo la pesante responsabilità (non so se è tenuto in ostaggio da
tutti i governi o se è lui che vuol mettersi in mostra perchè è folle) di portare l'Europa
in un clima di guerra. Se è lui che ha manie di protagonismo, speriamo che si calmi, anche se il suo
curriculum
non mi piace per niente, potrebbe sempre ravvedersi. Se invece, come presumo... perchè non do
mai del folle a qualcuno fino a che non ho prove certe, è spinto e punzecchiato da tutti i
governi d'Europa e Nord America, beh... allora non vorrei essere nei suoi panni. Ma anche
se è spinto dai governi... le responsabilità le ha, perchè fa parte del gioco, fa il loro
gioco, e fino in fondo.
Povera Europa.
Quasi quasi mi rimetto a lavorare.