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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
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Visto che a quanto pare il post di ieri è piaciuto, continuiamo a
parlare di quell'epoca...
Al porto di Napoli, nella zona orientale, quella riservata alle merci,
attraccò una nave. Un cargo. Batteva la bandiera delle Bahamas.
Nessuno ci fece caso. Era un mercantile che trasportava qualcosa che
nessuno avrebbe mai identificato come un pericolo.
E infatti pericolo non c'era, ma...
...il male oscuro era dietro l'angolo.
Per capire come sia arrivato, vediamo tutto per bene dall'inizio.
Giovedì 25 novembre 1993, nella rada di Napoli, diretta al
molo San Vincenzo, compare la "Soya Queen", una nave lunga settanta metri
che batte bandiera delle Bahamas e che ha caricato 42.000 tonnellate di
soia a Baltimora. Fin qui, nulla di male, nulla di speciale. Ma c'è un
particolare.
C'e' una vecchia àncora abbandonata al largo, e la "Soya Qeen", manovrando,
la urta, rimediando a prua una falla larga sette metri. Le operazioni
di attracco della nave vengono rinviate, perchè bisogna anzitutto riparare il danno,
e gli operai impiegano quindici giorni.
Finalmente, la mattina dell'11 dicembre la "Soya Queen" si avvia
verso la banchina, ma è troppo inclinata in avanti. E necessario alleggerirla:
per questo 1.400 tonnellate di soia vengono tirate fuori dalla stiva
della nave e depositate su due chiatte. Comincia così, silenziosamente, il
male oscuro di Napoli. Difficile da capire, perchè la notizia che c'è una
nave che ha urtato un'ancora... non interessa i giornali, per cui nessuno
disse nulla.
Si tratta di soia allo stato puro, e questa è la prima volta che a Napoli
arriva un carico del genere. In precedenza i silos avevano incamerato sempre
il legume già sottoposto a parziale lavorazione. Stavolta no. E da quelle
chiatte, da quelle 1.400 tonnellate lasciate allo scoperto, si innalza
una nuvola invisibile di polvere di soia.
Napoli è una città difficile, ed il nemico invisibile sa nascondersi
tra gli altri veleni che infestano l'aria. Ha continuato a colpire mentre tutti
sospettavano dei gas di scarico delle auto, o di quelli dei riscaldamenti, o, ancora,
delle esalazioni provenienti dalle fabbriche che stanno attaccate ai palazzoni
grigi e scrostati della periferia.
Polvere di soia che si è alzata nel cielo sulla città e, sospinta dal vento, è arrivata
nelle narici, nei bronchi, nei polmoni di circa 150 persone, mandando loro in ospedale e
tutti gli altri in angoscia.
Il primo ricoverato fu un vigile urbano che prestava servizio a Ponticelli. Mentre dirige
il traffico, viene colto da malore. Respira male, il cuore perde colpi. Viene trasportato
all'ospedale Loreto Mare, dove gli viene diagnosticata un'insufficienza
cardiorespiratoria di origine allergica, ma il vigile non era allergico a nulla, e soprattutto
era sempre stato bene con il cuore.
Dopo di lui, si farà la fila, al pronto soccorso, di gente svenuta, con problemi
cardiorespiratori acquisiti nel respirare la sostanza.
Chi invece non viene colto da malore, inizia a sentire la paura. La paura di uscire
di casa. La paura di respirare. Napoli piomba nel buio del male oscuro.
Il 12 dicembre mattina comincia il trasferimento della soia dalle stive della
nave ai silos. Si lavora con gran lena perchè bisogna recuperare il tempo perduto nella
riparazione della falla.
I semi di soia sono destinati a due magazzini, uno appartenente alla
Italgrani dell'industriale Franco Ambrosio, e l'altro al
gruppo Ferruzzi. Alla Ferruzzi però non arriverà nemmeno un seme. E anche nell'altro
silos saranno trasferite soltanto 16.000 delle 20.000 tonnellate che vi erano destinate. Perchè
prima che fosse portata fuori altra soia non trattata, è arrivato lo stop imposto dal prefetto,
che ha preso la decisione in accordo con i magistrati della Procura napoletana che indagavano
sulla vicenda.
Gli addetti alle operazioni di "travaso" avevano fatto gli straordinari: quattordici ore
al giorno, dalle 8 alle 22. Neanche domenica hanno riposato, eppure nessuno di loro
(venti persone per ogni turno) ha accusato sintomi di asfissia.
Invece il 15 dicembre in ospedale è arrivato un lavoratore portuale, che però lavorava
su un'altra banchina. E non è stato il solo.
Tra il Loreto Mare, dove il pronto soccorso era diventato una sorta di infermeria da campo,
e l'ospedale Incurabili, ci sono stati oltre 250 interventi, con 150 ricoveri.
Ci si poteva indirizzare prima verso il pericolo soia? Non con gli strumenti a disposizione
dei tecnici. Infatti, il controllo sulle varie forme di allergie viene fatto attraverso
alcune apparecchiature chiamate "pollen trap", capaci di intrappolare sostanze (ad
esempio pollini) solitamente causa di reazioni allergiche. Ma questo tipo di monitoraggio
non prevede il controllo su una sostanza come la soia.
L'osservatorio epidemiologico regionale, dopo la svolta presa dalle "indagini", ha quindi
deciso di incaricare la divisione di pneumologia e allergologia dell'ospedale Cardarelli di
eseguire le analisi sul sangue di chi in quei giorni è dovuto ricorrere alle cure mediche,
per stabilire se si tratta di soggetti allergici alla soia.
Come racconta il Corriere della Sera del 16 dicembre 1993:
"...E invece il pericolo era venuto da un naturalissimo legume, capace però di scatenare
fortissime allergie. Forse. Già, perchè con le certezze è meglio essere molto cauti in
questa storia di intossicazioni e psicosi. Gli esperti dell'unità di crisi che da martedì
lavorano per identificare l'ultimo male oscuro di Napoli, comunque, ormai hanno pochi
dubbi. Ma adesso bisognerà aspettare ciò che accadrà nei prossimi tre giorni, quanti ne
servono per ripulire l'aria. Per ordine del prefetto Umberto Improta, infatti, le
operazioni di trasferimento della soia dalla nave che l'aveva trasportata fin qui ai silos
sono state sospese, e il cargo dovrà lasciare il porto. Perciò, se non ci saranno più casi
di insufficienze cardiorespiratorie di origine allergica (o almeno se non ce ne saranno
tanti come è accaduto in questi giorni) si avrà l'ultima conferma che i tecnici e le
autorità cittadine aspettano. E che soprattutto aspettano i napoletani per poter
ricominciare a respirare senza paura i veleni di sempre."
Senza tergiversare e perdere altro tempo, sempre il 16 dicembre il Prefetto
di Napoli ordinò l'allontanamento immediato della nave dal porto. Possibilmente, per
non farvi più ritorno.
Nella storia, altri casi di intossicazione di massa da polvere di soia sono
avvenuti ad Ancona, Barcellona e Marsiglia.
Napoli è soltanto l'ultimo caso in ordine cronologico. In attesa del prossimo.
Premessa: Questi sono appunti personalissimi, ricordi sparsi, risalenti
ai primi anni '90. Nonostante io abbia una memoria di ferro, restano appunti
personali, pertanto privi di ogni valenza storica.
Fatti e personaggi sono tutti rigorosamente reali.
Very long post
A quei tempi, Napoli era una città oscura.
Ed io ero molto più giovane di ora, ma proprio molto.
Era un altro tempo, un tempo in cui la monnezza non c'era ancora,
le strade erano attraversate dai cortei dei disoccupati
organizzati (cosa che avviene ancora oggi ma con minore
frequenza e senza autobus appicciati, all'epoca invece c'era la mitologica banda
di Michele Franco), ed il famoso
"rinascimento napoletano" stava appena iniziando, era appena
agli albori.
I disoccupati organizzati usavano ancora lo slogan antico:
"O' rre sta a jnd, e o' popolo for! Nun e'
cagnat' o riest e nient!", senza immaginare che stava
per arrivare un altro re, anzi un altro vicere.
Tangentopoli aveva spazzato via da pochi mesi i vari
Polese, Laboccetta e compagni (tranne Gava, Scotti e Pomicino, che
quelli anche oggi non li tocca nessuno, per cui nun e'
cagnat' o riest e nient), il questore Vito Mattera si
era fatto cacciare perchè si era fatto intercettare dai suoi
stessi sottoposti durante una telefonata con il sindaco in cui avvisava
il primo cittadino che c'era un avviso di garanzia in arrivo, e che
avrebbe fatto bene a rendersi irreperibile e portare via da casa quel
che non si doveva trovare, perchè ci sarebbe stata una perquisizione.
Via loro, non c'era ancora lo sfacelo della classe politica
attuale, che oramai è al capolinea. Perfino Berlusconi non aveva
ancora fatto la sua celebre discesa in campo.
Non solo non c'era la monnezza, ma anche
certe tragedie non erano ancora avvenute.
Nonostante questo, Napoli di quegli anni me la ricordo buia,
e oscura. Dopo cerchiamo di capire il perchè...
Torniamo a noi.
Anche se Maradona era andato via da un po', i Giuliano di Forcella erano
ancora il clan più forte del centro città, e controllavano sia l'eroina,
sia il lotto clandestino, sia il racket, sia l'erogazione dell'elettricità
pubblica. Si sparava, ma molto di meno rispetto al periodo dal 2002 in poi.
Io frequentavo la città soprattutto di notte. Forse è per questo che
me la ricordo buia e oscura. Non che fosse illuminata male, infatti Napoli
da sempre gioca molto la sua immagine sull'illuminazione, ma ero io
che frequentavo in massima parte il centro storico, tipo ad esempio
Spaccanapoli/Tribunali/Anticaglia/Banchi Nuovi/Sedile di Porto/Vergini,
e mi infilavo nei vicoli stretti e
bui. E più erano stretti e bui, più mi ci infilavo.
Insomma, se di mattina ero un qualunque studente, anche piuttosto
diligente, la notte ero in giro, nei angoli bui.
Non sto dicendo quindi che la città era buia e oscura perchè ho
dei brutti ricordi di quel periodo. Anzi, ho ricordi molto belli.
Ricordi fatti di impegno civile, di politica, di amori, di tornei
di scacchi, di balli 'a tammurriata e vino, di albe a
Piazza Municipio, di passioni e rimorchi aret 'a palma, e tutte quelle
cose che fa un normale studente universitario di 23 anni.
Ovviamente sulla città dell'epoca, ci sarebbe ancora tanto da scrivere,
e mi piacerebbe anche, ma ci porterebbe lontano dallo scopo che mi sono
prefissato, quindi magari sarà per un'altra volta...
Ora veniamo a noi.
Solo alla fine del 1993, sarebbero nate le isole pedonali nel centro
storico, quindi sto parlando di un'epoca in cui ad esempio il sabato
sera non c'era posto per parcheggiare lungo via San Biagio dei Librai
o Piazza del Gesù.
All'epoca non c'era ancora neanche il mezzo mobile. Avevo una gloriosa
Fiat 500 color crema più vecchia di me, immatricolata nel 1963, mica
fuffa!
Arrivavo con l'auto al centro di piazza San Domenico Maggiore, risalendo
rumorosamente via Mezzocannone, nell'area dove ora le auto non possono andare
perchè ci sono le fioriere a delimitare l'isola pedonale. E parchèggiavo
giusto sotto l'obelisco. Ed era tutto pieno di auto parcheggiate, e i
vigili se ne fottevano, se ne stavano a prendere il caffè e la
sfogliatella da Scaturchio
mentre noi pagavamo mille lire di permesso parcheggio ai tossici,
per poter tenere l'auto in divieto di sosta.
Poi c'era lei. Ma lei era proprio lei, cioè la mia "lei". Insomma, ci
siamo capiti, no? Già perchè di solito in questi casi, quando si scrivono
ricordi del secolo scorso, c'è sempre una lei. O mi sbaglio?
Dunque, dicevo, lei era strana perchè se non fosse stata strana non
mi sarebbe piaciuta. Ed era anche napoletana D.O.C., mica fuffa!
Dunque la sua stranezza era... ehm... un po' teatrale, ma non nel senso
che era teatrale lei...
(Attenzione: la parte che segue, vista la natura dell'argomento,
è consigliata solo ad un pubblico adulto)
Allora, la teatralità dovevo farla io. Altrimenti a lei non veniva
voglia. Scusate se lo dico in modo così diretto.
Prima di tutto, dovevo arrivare da lei, nel profondo dei vicoli del
ventre di Napoli, rigorosamente quando era già buio, e dovevo stare
tutto vestito di nero. E fin qui, nessun problema, visto che all'epoca
già vestivo di nero per fatti miei.
Poi, mi ero procurato un chiodo (non quello per inchiodare, dico
l'abito!), che però non dovevo indossare, ma solo mettere sulle spalle,
e poi dovevo camminare rasente il muro del vicolo, in modo che sto
coso nero sulle spalle svolazzasse come un mantello. Lei sbirciava il
mio arrivo dalla finestra, e questa cosa di me che avanzavo
di soppiatto nel vicolo con il manto nero svolazzante... la eccitava
tantissimo.
Solo che poi si incazzava perchè era un chiodo, lei preferiva uno
spolverino (svolazza di più) o addirittura un vero e proprio mantello
nero. Solo che io le rispondevo: "Co' cazz ca vac girann mmiez a via
con il mantello! Scordatelo!" E la cosa finiva lì. Ma torniamo a noi,
se no dite che non faccio mai i post erotici.
Dunque, dicevo, dopo essermi fatto tutto il vicolo di notte con il
chiodo messo ad uso mantello che doveva svolazzare, e dove c'erano i
portici dovevo pure infilarmi sotto i portici perchè più sembrava
che mi muovessi segretamente più lei si eccitava, salivo a casa sua.
Impresa non facile. Non so se conoscete i palazzi quattrocenteschi
napoletani, dove ogni piano ha il soffitto alto sette metri, e quindi
arrivare al quinto piano senza ascensore significava fare una scalata
tale che arrivavi sopra con l'affanno e di certo non avevi voglia di
baciare nessuna, ma chiedevi solo acqua e di poterti sedere.
Ma torniamo a noi. Lei mi aspettava con un abito lungo, bianco, di
taglio molto retrò, tipo sul settecentesco o giù di lì, che doveva
aver trovato a Resina o giù di lì. Ed io l'abbracciavo con il mio
mantello nero. Musica di sottofondo, medievale o al limite barocca.
In una casa della Napoli medioevale. Insomma, a lei
piaceva così, che ci posso fare. Tipo scimmiottare un incontro
segreto di tardo settecento. Che poi la cosa avrebbe anche il suo senso, perchè
ha indubbiamente un bel po' di fascino. Ma mica finiva lì!
Eh già, pollastri! Crederete mica che poi finivamo a letto? Ovvio
che no, o almeno non subito. Perchè io all'epoca ero già un drogato
di caffeina, e dopo 5 piani di palazzo quattrocentesco... insomma una
dose me l'ero anche guadagnata, no?
Ma nel frattempo, mentre io ansimavo ancora e lei preparava il
caffè, dovevo raccontarle qualche
leggenda, se no lei non si eccitava. E più
raccontavo, spesso rigorosamente in dialetto, più lei cambiava faccia. E che
faccia...
La mia specialità però era una
particolare leggenda. Che le faceva un tale
effetto che... spesso prima che finissi di raccontarla, mi saltava
addosso e succedeva quello che tutti voi state aspettando che
succeda :)
Dopo restavamo abbracciati sul grande letto (con baldacchino),
ed io le dovevo cantare la canzoncina, che settecentesca non è, e poi
io sono stonato come una campana ungherese, ma tant'è, le andava bene
così, anzi ci andava bene così.
Ovviamente, come pezzo finale, dovevo andare via (quando riuscivo
ad andare via) in modo furtivo, come se fosse un incontro segreto
davvero, e lei rimaneva alla finestra a sbirciare il mio chiodo nero
che svolazzava e si allontanava nella notte napoletana...
(Attenzione: fine della parte consigliata ad un pubblico adulto.
Quel che segue però potrebbe suscitare sentimenti contrastanti in un
pubblico non napoletano. Invece per i napoletani sarà tutto normale:
anche se passano gli anni, nun e' cagnat' o riest e nient.)
Dunque... dicevo... lei voleva che io facessi la parte di quello che
arriva in segreto... Ma anche spostandomi nel buio, non si poteva, perchè
per arrivare a casa sua si doveva passare davanti al finestrino di lui.
Direte voi, "e chi diavolo è lui"? Beh, ma lui è lui: Alfonsino.
(Attenzione: per motivi di privacy, Alfonsino è un nome di fantasia: il
personaggio è tremendamente reale ed anche attuale, ma non si chiama così.)
Alfonsino all'epoca aveva 40 anni, di cui 22 passati in galera, era sposato
da 20 anni, non aveva mai mai mai tradito sua moglie, ed aveva 4 figli,
uno per ogni vvota che m'hann arrestat, eh!, teneva a specificare.
Ma per parlare di Alfonsino bisogna prima parlare dei luoghi in cui si svolge
la scena.
A Napoli, nella zona dove avvengono i fatti che racconto, c'è una chiesa
molto antica e molto bella. Sotto la chiesa c'è da decenni un garage, molto
grande, di quelli dove paghi un affitto mensile per metterci l'auto, visto
che in quei vicoli non si parcheggia. Si dice che potesse contenere 50
veicoli, ma conoscendo i garagisti napoletani... ce ne saranno certamente
entrati molti di più.
Un bel giorno il parroco decise di rifare l'intonaco all'interno del garage.
Chiama un po' di imbianchini, e li paga per rifare l'imbiancatura delle
pareti. Gli imbianchini per prima cosa scrostano un po' del vecchio intonaco,
e...
...da sotto l'intonaco (che risaliva a subito prima della seconda guerra
mondiale) emergono degli affreschi... Arriva di corsa una squadra di tecnici
della Soprintendenza ai beni culturali, che emette in breve il verdetto:
affreschi religiosi di epoca rinascimentale!!!
Ovviamente la Soprintendenza blocca immediatamente i lavori, e manda a
carte quarantotto l'imbiancatura, poi sigilla il locale, imponendo al parroco
di non usarlo più come garage, e lo lascia chiuso, in vista di un recupero completo
delle opere, cose che ancora oggi non è avvenuta, infatti
nun e'cagnat' o riest e nient.
Qui entra in ballo Alfonsino, che incurante della Soprintendenza, non
entra nel garage, ma entra, e si appropria, del gabbiotto del
custode del garage, ampio la bellezza di ben 12 metri quadri, e
ci va ad abitare dentro con la moglie ed i quattro figli, eliminando così
il suo grande problema: quello di essere senzatetto.
(da notare che nel gabbiotto non c'è il bagno)
Il gabbiotto aveva come unico punto luce, oltre la porticina, un
finestrino a livello strada.
Insomma, io la notte entravo nel vicolo, dovevo fare di tutto per
dare l'impressione di un incontro segreto con la misteriosa donna
del quinto piano, di cui nessuno doveva sapere nulla... e puntualmente
ogni volta andava a finire che passavo in punta di piedi avanti al finestrino di
Alfonsino e sentivo da dentro: "Buonasera, eh! Non si saluta?"
Analogamente, al ritorno, io svolazzavo con il mio chiodo nero
a mo' di mantello nel vicolo, e quando passavo lì davanti sentivo
puntualmente: "Buonanotte eh! Andato tutto bene con la bella
signorina?"
Insomma, nell'arco di poche settimane, ero già entrato in
confidenza con il personaggio.
"Buonasera! Comm jamm stasera?"
Io: "Tutt'appost, grazie, a voi?"
Lui: "Eh, vec c'aggia fa per da' a magnà e' criatur."
Io: "Ma come fate a campare qua dentro?"
Lui: "Non è un problema, o materass ci trase just just... Occupa tutto
il pavimento, ma ci entra. Noi lasciamo le scarpe fuori, e c'a facimm."
Io: "E v'cuccat n'copp... a 6!"
Lui: "E c'amma fa? O comune s'ha futtut e sord r'o terremot... e c'ha lasciat
senza casa..."
Io: "Ma non avete manco il cesso..."
Lui: "Non è un problema, nel garage sequestrato, ci sta un tombino,
l'aggio scuperchiat, e 'a facimm tutt quant direttamente ind a' fognatura."
Io: "Alfonsi', ma voi.. na fatica a' tenite?"
Lui: "Beh, con 4 criature, uno ogni volta c'm'hann arrestato, l'aggia ra'
a' magna', no? Ma qualcosa da fare per guadagnare la trovo sempre: io in vita
mia nun aggio mai fatto 'na fatica onesta!".
Io: "Alfonsi'... ma chi t'ho ffa fa! Tien quattro criaturi... Trova qualcosa di
pulito dai..."
Lui: "Ma io ho fatto la scuola fino alla quarta alimentare... chi mi piglia?
E come li do a magnare? Prima andavo al porto a scaricare... mo pigliano solo
agli africani..."
Io: "Si ma..."
Lui: "Poi ho fatto di mestiere il disoccupato organizzato, ma non si abbuscava
niente, e i criaturi cumm magnano? Ora come lavoro faccio il pregiudicato,
e bene o male me la cavo..."
Io: "Si ma....!"
Lui (appassionato): "Io una cosa saccio fare. Saccio piglià e machine. Mi chiedono
una fiat uno, e io gli porto una fiat uno. Mi chiedono una panda, ed io gli porto
una panda. Chest' faccio pe' campa'. Se non lo faccio... i bambini nè mangiano
nè fanno il resto.."
Io: "Il resto cosa??"
Lui: "Come cosa... quelli di 12, 8 e 6 anni vanno a scuola! E ci andranno anche
dopo le scuole alimentari! E io i libri glieli compro, e soprattutto per
quello che già va alle medie... costano... E io non tengo nè casa nè lavoro,
ma i miei figli devono andare avanti!"
Io: "E quindi devi rubare una macchina in più per comprare i libri..."
Lui: "Foss a maronn'! Qua pure arrubbann nun s'arriva cchiù a ffine mese!"
Io: "E' la prova che rubare non rende..."
Lui: "Si. Ma io un futuro ai miei figli glielo devo dare! Nun sta scritt
a nisciuna parte ch'hanna fa' a fine mia...."
Io: "Hai mai pensato di mollare tutto?"
Lui: "Ma tu stasera t'fuss scemunut? Io amo mia moglie! La amo più di ogni
altra cosa! Non posso mollare, perchè teng a essa! Essa è a' vita mia! Je aggia
sta cu essa! Si m'n vac.. cumm campa? No no, io la amo troppo... da anni, e la
amo ancora. E ogni matina, me sceto, e vvec l'uocchie suoje... e allora m'vene
a forza e m'aizà."
Una sera parcheggio la gloriosa 500 a Piazza San Domenico, ma avevano
messo l'ora legale, per cui era ancora giorno, quindi non potevo
andare ancora da lei. Mi faccio un giro, e passo per il vicolo.
Alfonsino non c'era, ma sul vicolo, accanto alla ex entrata del garage,
c'era la moglie.
Io: "Buonasera, signora"
Lei (voce tremante): "Buonasera, giuvino'..."
Io: "Signo'.. tutto bene? Vi vedo nervosa e preoccupata..."
Lei: "Eh sì, Alfonsino è asciut stammatina c'a' machina, e nun è ancora turnato..."
Io: "Signo', se è uscito con la macchina, non deve preoccuparsi... lei non ha idea
di che traffico ci sta. E' tutto bloccato. Sarà rimasto bloccato nel traffico..."
Lei: "Uh maronn! E si o' fermano..."
Io: "Beh, se lo fermano perde qualche minuto in più... ma poi arriva. Ci vuole
tempo perchè c'è traffico."
Lei: "No no! Se lo fermano... è nu guajo! Chillo nun tene a patente!"
Io: "Azz, s'è scurdat a patente a casa..."
Lei: "No no ma chiiiii! La patente? Alfonsino non l'ha mai tenuta, non l'ha
mai pigliata!"
Io: "Ehm... ma la macchina..."
Lei: "Che c'azzecca? Alfonsino a' machina a sape purtà..."
Io: "No dico... come ha fatto a comprare la macchina, senza la patente?"
Lei: "Che c'azzecca? A' machina è arrubbata..."
(Anche su questo punto, c'è da dire che ancora oggi
nun e' cagnat' o riest e nient)
Provate ad immaginare la mia faccia qualche mese dopo, quando una sera,
dopo essere stato da lei al quinto piano, essere andato via, e scambiato due chiacchiere
con Alfonsino, mi ritrovai con la 500 che non andava in moto...
Alfonsino si fiondò fuori, urlando: "Alessa'! Nun te preoccupa'! T'presto
a machina mia!"
"No no, m'a faccio a piedi!", risposi frettolosamente...
L'epilogo fu un giorno d'estate.
Ero a casa, alle 14.00, e stavo guardando distrattamente il TG3 regionale,
quando per un attimo, uno solo, passò sullo schermo l'immagine di
Alfonsino ammanettato tra due poliziotti.
Prima o poi doveva succedere.
Oramai non stavo più con quella lei lì, le nostre strade si erano
separate, ed ora frequentavo una ragazza che almeno mi permetteva di
vestire come diavolo mi pareva, senza mantelli neri, anche se pure
questa nel suo palazzo non aveva l'ascensore. Ma almeno era al terzo
piano e non al quinto.
Nonostante questo, volli passare lo stesso nel vicolo, di giorno,
e infatti trovai la moglie di Alfonsino.
Io: "Signo'... che è succies?"
Lei: "Eh... che vulite ca succer..."
Io: "Eh, ho saputo..."
Lei: "Ah, avete saputo che sono di nuovo incinta!"
Io: "Eh???"
Lei: "Io c'ho riciett a Alfonsino bello! Statt accort, nun m'mettere
incinta, ca t'arrestano n'ata vota! Nun m'è stat a sentì, e dopo
manco due mesi... l'hanno arrestato".
Potrei anche chiudere qui questa storia. Ma non si può, per motivi di
onestà intellettuale da parte mia. Perchè manca ancora una cosa: manca
il movente. Manca cioè il motivo che mi ha spinto a scrivere queste cose.
Allora prima di tutto lo ammetto:
oggi sono un po' triste. Lo sono da qualche giorno.
Nei giorni scorsi, per motivi monnezzari, ho sentito telefonicamente
alcuni attivisti napoletani, tra i quali alcuni con i quali ho condiviso
antiche esperienze politiche, di amicizia e di vita. Così ho saputo che un paio di mesi fa,
all'età di 56 anni, Alfonsino è morto. Ha avuto un infarto. Una vita di stenti
che l'ha fiaccato. Senza concedergli un attimo di respiro.
Una vita che probabilmente non gli ha dato molto, se non la capacità di
arrangiarsi. E la bravura come ladruncolo di utilitarie.
Una vita che gli ha giocato anche un brutto tiro proprio alla fine, un brutto tiro
che poteva risparmiarsi: Alfonsino è morto giusto una settimana prima che
il suo figlio maggiore, che ora ha 28 anni, conseguisse la laurea in
Lettere, all'Università Federico II. Ma quella seduta di laurea lui, Alfonsino,
non ha potuto vederla.
Nonostante non l'abbia vista, è riuscito a gettare, tra mille stenti, i semi
di un avvenire migliore per quei suoi cinque figli.
E allora, anche se passerà alla storia il fatto che è morto un pregiudicato
storico, mi viene da pensare senza alcuna retorica che Alfonsino, anche se
post mortem, in fondo ha vinto la sua battaglia: quella per la sopravvivenza.
Esiste una particolare tipologia di frana che si chiama "Colata rapida".
Le frane da scorrimento-colata rapida di fango avvengono durante prolungati periodi piovosi e si attivano in concomitanza di eventi meteorici record, è un tipo di frana molto liquida, ed ha origine all'interno del manto di copertura piroclastica sui massicci cartonatici. In genere la frana inizia con un piccolo smottamento più a monte in corrispondenza di punti deboli (balze rocciose, strade etc.) che impatta sul versante di terreni piroclastici saturi d'acqua che scorrono a valle con notevole energia.
Il 5 maggio 1998 la pioggia su Sarno era insistente, sottile. Non pioveva forte, erano goccioline,
ma continue, da giorni. E faceva caldo, come sempre a maggio in Campania.
La montagna era da giorni ricoperta da una fittissima nuvola, scesa fino alle sue pendici. Era una nuvola,
non era nebbia, era una nuvola nera di pioggia, pesante, tale da impedire totalmente la visuale. Quello fu un problema.
"Se solo avessimo potuto vedere", dicono oggi molti dei superstiti.
Da dietro quella nuvola, iniziò la tragedia. La montagna decise di partorire, e partorì.
Rilasciò così, molto piano, le sue creature. 143 frane, 14 solo su Sarno.
Iniziarono alle 4 del pomeriggio, e continuarono con la costanza di uno stillicidio. Ma sempre sorprendenti,
spiazzanti, imprevedibili.
Scesero a velocità diverse, e con rumori diversi.
Alcune furono silenziose e improvvise, altre passarono con un suono assordante, altre ancora si
annunciarono con colpi simili a dei tuoni. Alcune liquide, altre cremose e piene
di terreno. Non ci fu mai un solo fronte da cui guardarsi: scesero in luoghi sempre diversi. Prima
divisero il paese a metà, poi lo circondarono, lo isolarono facendo saltare luce e telefoni, e
continuarono a ricomparire, sempre altrove, sempre in luoghi nuovi, trasformando alla fine Episcopio e Sarno,
ma anche Quindici e Bracigliano, in una fitta polvere di aree sommerse, dove ognuno venne intrappolato.
Molti abitanti restarono a guardare, convinti che il peggio fosse passato. Molti restarono perché non
capirono.
E a mezzanotte, quando oramai si era diffusa la convinzione che il peggio fosse finalmente passato,
i feriti erano già tutti in ospedale, e già si lavorava a tirare fuori le persone dal fango, venne
il colpo finale.
Con un rombo che questa volta sembrò un terremoto venne rilasciata la frana di proporzioni
maggiori. Una colata larga cento metri, in alcuni punti alta trenta, cancellò una intera fetta
del paese, e prese in pieno l'ospedale, simbolo della lotta che comunque si era opposta fino a quel momento
alla catastrofe.
La colata di mezzanotte tolse ogni speranza. Travolse ospedale e soccorritori. Lasciò in aria una nube di
polvere marroncina. Nella notte rimasero solo i trilli dei telefonini
ancora carichi, e le urla dei sopravvissuti che gridavano nel vuoto.
Quelle stesse urla disperate, ci accolsero la mattina del 6 maggio 1998.
Dal 1918, l'Italia è stata colpita da 5.358 grandi alluvioni e 11.455 frane. Negli ultimi anni, questi eventi hanno provocato 3.448 vittime, 2.447 per frane e 1.041 per alluvioni.
I comuni italiani a rischio sono 2.960, tra cui Sarno e Quindici, i due paesi maggiormente colpiti dalla frana
del 1998, poichè posti su una zona geologicamente instabile ed esposta a frane estremamente rapide.
E' per queste ragioni che la prevenzione ed il controllo possono risultare determinanti.
Quanto alla prevedibilità del disastro di Sarno, c'è un fax della Regione Campania. Testo che
spiega molte cose. Con questo fax si invitavano i sindaci "ad attivare le misure necessarie per garantire la salvaguardia della popolazione". Il fax arrivò ai comuni dieci ore dopo che il fango aveva devastato i paesi, demolito le
case e ucciso gli abitanti. Ed è proprio il fax che fornisce la drammatica risposta all'interrogativo
se la sciagura fosse prevedibile o no. Per chi volesse leggerlo, sta qua.
Sullo stesso argomento, consiglio il videoclip pubblicato da
Edoardo Farina.
Il resto è silenzio. E che sia silenzio. Per rispetto di 150 morti. Soprattutto, non mi va di
raccontare, nonostante siano passati 10 anni, quel che vidi a Sarno quando vi arrivai.
Preferisco il silenzio anche perchè per me Sarno è una ferita non ancora chiusa.
...ci manco da parecchio, però....

...fa sempre la sua porca figura, no?

Ovvero, quando è lo Stato a comportarsi male
Ci sono delle mie note alla fine.
ORDINANZA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 20 Febbraio 2008
Disposizioni urgenti per fronteggiare l'emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e per consentire il passaggio alla gestione ordinaria. (Ordinanza n. 3657).
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Visto l'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225;
Visto l'art. 107 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112;
Visto il decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401;
Visto il decreto-legge 17 febbraio 2005, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 aprile 2005, n. 53;
Visto l'art. 1, comma 6, del decreto-legge 30 novembre 2005, n. 245, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 gennaio 2006, n. 21;
Visto il decreto-legge 9 ottobre 2006, n. 263, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 dicembre 2006, n. 290;
Vista la legge 5 luglio 2007, n. 87, con la quale e' stato convertito, con modificazioni, il decreto-legge 11 maggio 2007, n. 61, recante interventi straordinari per superare l'emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e per garantire l'esercizio dei propri poteri agli enti ordinariamente competenti;
Considerato che occorre procedere alla ricognizione dei debiti e dei crediti maturati fino al 31 dicembre 2007 dalla struttura del commissario delegato ed assicurare nel contempo la gestione della struttura commissariale e dei rapporti giuridici ad essa imputati;
Vista l'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri del 6 luglio 2007, n. 3601, recante ulteriori disposizioni urgenti per fronteggiare l'emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania;
Visto, da ultimo, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 dicembre 2007, con il quale lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti della regione Campania e' stato prorogato al 30 novembre 2008;
Vista l'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3637 del 31 dicembre 2007 e quelle ivi richiamate;
Vista l'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3653 in data 30 gennaio 2008, con cui il prefetto dott. Goffredo Sottile e' stato nominato commissario delegato per la liquidazione della gestione commissariale e per la gestione e conseguente liquidazione dei rapporti giuridici in corso fino alla cessazione dello stato d'emergenza;
Considerata la particolare urgenza di assumere iniziative volte al completamento dell'impianto di termodistruzione nel comune di Acerra, per il completamento del sistema dello smaltimento dei rifiuti urbani nel territorio della provincia di Napoli, indispensabile al superamento della situazione emergenziale in atto;
Visti gli esiti della riunione tenutasi il 12 febbraio 2008 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Segretariato generale a cui ha partecipato, tra l'altro, il commissario delegato di cui all'ordinanza di protezione civile n. 3653 del 2008; Vista la nota del commissario delegato di cui all'ordinanza di protezione civile n. 3653/2008 pervenuta in data 14 febbraio 2008;
Dispone:
Art. 1.
1. Per l'espletamento delle iniziative previste dall'art. 1 dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3653 del 30 gennaio 2008 il commissario delegato ivi richiamato e' autorizzato ad avvalersi di un soggetto attuatore che opera sulla base di indicazioni impartite dallo stesso commissario con ordinanza commissariale che ne definira' anche il compenso ed al quale e' riconosciuto, previo concerto del commissario, il potere di firma in caso di assenza del commissario medesimo.
2. Al commissario delegato, in relazione ai compiti conferiti, e' riconosciuto un compenso pari al trattamento economico mensile in godimento al netto dei contributi previdenziali previsti per legge, con oneri posti a carico della contabilita' speciale intestata al medesimo, oltre al rimborso delle documentate spese di viaggio dalla sede di residenza alla sede di servizio, nonche' le spese di vitto e alloggio nella sede di servizio ed eventuali spese di missione, nei limiti previsti per i dirigenti generali dello Stato ed in deroga alla legge 18 dicembre 1973, n. 836.
3. Ai commi 1, 4, 5 e 6 dell'art. 1 dell'ordinanza di protezione civile n. 3653 del 2008 le parole «11 gennaio 2008» sono sostituite dalle parole «31 dicembre 2007».
4. Tenuto conto della complessita' delle attivita' da porre in essere ai sensi dell'ordinanza di protezione civile n. 3653 del 2008 il commissario delegato e' autorizzato ad avvalersi di un consulente di elevata e comprovata professionalita' ed in possesso di specifiche competenze economiche-finanziarie, a cui e' corrisposto un compenso in misura pari al 50% del trattamento spettante al commissario delegato oltre l'eventuale trattamento di missione. All'art. 1, comma 8, dell'ordinanza di protezione civile n. 3343 del 12 marzo 2004 e successive modificazioni ed integrazioni, le parole «cinque consulenti» sono sostituite dalle seguenti: «tre consulenti».
5. La Presidenza del Consiglio dei Ministri puo' destinare alla struttura emergenziale personale comandato in servizio presso i propri uffici senza mutare la natura del comando e il titolo giuridico abilitante.
6. Per le esigenze connesse all'emergenza rifiuti nella regione Campania il Ministero dell'interno e' autorizzato a disporre l'invio in missione, con oneri a proprio carico, di una unita' di personale appartenente alla carriera prefettizia, gia' in posizione di fuori ruolo e titolare di incarico dirigenziale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Art. 2.
1. Ai fini della riscossione dei crediti vantati dal commissario delegato per l'emergenza rifiuti nella regione Campania nei confronti dei comuni della stessa regione per i costi di smaltimento dei rifiuti, il Ministero dell'interno, sulla base degli importi comunicati dal commissario delegato, provvede a trattenere quota parte delle somme da attribuire ai predetti comuni a titolo di trasferimenti erariali.
2. Il Ministero dell'interno provvede al versamento delle somme di cui al comma 1 direttamente sulla contabilita' speciale intestata al commissario delegato di cui all'ordinanza di protezione civile n. 3653 del 2008.
3. L'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3584 del 20 aprile 2007 e' abrogata.
Art. 3.
1. Per accelerare il rientro in un contesto di ordinarieta' della situazione d'emergenza inerente allo smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e per contenere le spese del personale comunque impiegato per le predette finalita', sono soppressi il comma 2 dell'art. 1 dell'ordinanza di protezione civile n. 3605 del 9 agosto 2007 e l'art. 1 dell'ordinanza di protezione civile n. 3529 del 30 giugno 2006.
2. Il commissario delegato di cui all'art. 1 dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3653 del 30 gennaio 2008, provvede al completamento degli adempimenti di natura amministrativa e contabile relativi ai contenziosi ancora in corso, gia' posti in capo al prefetto di Napoli ai sensi dell'art. 1, comma 1, dell'ordinanza di protezione civile n. 3361 del 2004.
3. Entro sette giorni dalla pubblicazione della presente ordinanza, il prefetto di Napoli provvede al passaggio delle consegne trasmettendo tutta la pertinente documentazione al commissario delegato di cui al comma 2, provvedendo altresi' al trasferimento delle residue disponibilita' finanziarie nella contabilita' speciale istituita ai sensi dell'art. 1, comma 5, dell'ordinanza di protezione civile n. 3653 del 2008, in deroga alle vigenti disposizioni in materia di contabilita' speciale.
Art. 4.
1. Per accelerare le iniziative finalizzate al superamento dello stato d'emergenza, in particolare, per consentire la messa in esercizio in tempi rapidi dell'impianto di termodistruzione sito nel comune di Acerra, e' autorizzato il trattamento e lo smaltimento di rifiuti contraddistinti dai codici CER 191212, 190501 e 190503 presso detto impianto, assicurando comunque il rispetto dei livelli delle emissioni inquinanti gia' fissati nel provvedimento di autorizzazione.
La presente ordinanza sara' pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
Roma, 20 febbbraio 2008
Il Presidente: Prodi
Note (mie). Gli articoli 1. 2. e 3. sono la solita fuffa, cioè la copia (con qualche aggiustamento)
delle vecchie ordinanze del 2007 e 2008. C'è una sola cosa che conta: l'art. 4. Conta la parte in
grassetto: i rifiuti (speciali!) contraddistinti da quei codici CER, come hanno dimostrato sia
la chimica, sia la termodinamica, sia la magistratura, non possono essere bruciati. Il motivo
è semplice: perchè bruciandoli è matematicamente impossibile assicurare quel che nel articolo 4 ho
messo sottolineato. Peccato che l'articolo stesso vuole assicurare proprio quella parte che è
inassicurabile.
Oltre questo, sempre la chimica e la magistratura hanno anche dimostrato che i rifiuti in
questione (il CDR fasullo, perchè è di quello che si parla! Si sta parlando delle famose
ecoballe irregolari! Ma anche della FOS irregolare e del compost non a norma) non rispondono alle caratteristiche di quei codici CER.
E dire che tutta la questione del disastro industriale campano (perchè è di quello che si
parla, mica dell'emergenza rifiuti, che è un'altra cosa), è iniziata proprio perchè è stato
prodotto CDR che non può essere termo-qualcosa-bruciato...
Non c'è che dire. In poche righe ci sono tante di quelle perle...
Come mi disse una volta in treno un ragazzo extracomunitario, "queste cose al mio Paese,
nel Congo, non succedono!".
E dire che di queste robe, cioè cacchette politiche-industriali, non ne volevo manco più
parlare, visto che lasciano di solito il tempo che trovano, ma stavolta non lo lasciano
affatto, e si supera ogni
limite di decenza. Insomma, avrei preferito parlare di emergenza rifiuti, piuttosto che
di disastri industriali che vengono ora bellamente autorizzati, nel silenzio e nell'indifferenza
della stampa.
Qui invece, in nome di una falsa emergenza, prolungata apposta per fare soldi, si
aggrava quella vera, e si sacrifica al profitto industriale un territorio con due
milioni di abitanti.
Per chi invece fosse interessato alla storia (anche vecchia) dell'emergenza rifiuti, c'è questa pallosa trasmissione
su Arcoiris.tv
(consiglio lo streaming, perchè sono 305 mega di roba).
Del Signor Alfredo Cicala già se ne è parlato
altre volte, in questo blog.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti, si tratta dell'ex sindaco di Melito di Napoli,
noto per aver bastonato e ingiuriato, in quel di Melito, i cittadini che rifiutavano di
votarlo. Oltre questo, in un recente passato è anche venuto fuori un traffico sospetto
di schede elettorali imbucate nell'urna da chi non avrebbe potuto.
Bene. Nel post che ho appena linkato, concludevo con due affermazioni, delle quali ho sempre
avuto una profonda convinzione. Per chi non si è letto il post, le due affermazioni
in questione sono le seguenti:
1) Signor Cicala, Lei mi fa schifo, detto in tutta sincerità.
2) Sentiremo ancora parlare di lui, visto che in galera non ci va.
Queste due affermazioni le ho scritte il 26 settembre 2007.
Bene. Ho sbagliato. E lo ammetto. Non ho mai problemi a dire pubblicamente di
avere sbagliato.
Ovviamente non mi riferisco all'affermazione numero 1. Mi riferisco alla numero
2.
L'illustrissimo Cicala, infatti, è stato condannato a 5 anni di reclusione. Impensabile,
dopo la sua assoluzione di poco tempo fa da un'accusa di omicidio.
Condannato in primo grado su richiesta dei pm Stefania Castaldi e Michele Del Prete
"per aver fatto parte del sottogruppo di Melito" del clan Di Lauro.
Il poveraccio, poichè di poveraccio si tratta, vede schiudersi le porte della
galera, il che contraddice la mia affermazione di settembre.
Ho detto poveraccio perchè oramai lo è, dopo che la magistratura gli ha
sequestrato (e non gli ridarà indietro) 75 appartamenti (ho detto settantacinque!),
una villa di due piani con piscina, tre milioni in contanti e in titoli, 39 lotti di
terreno per un'estensione di oltre 15 ettari. Un patrimonio finanziario ed immobiliare
da 90 milioni di euro, messo in piedi - secondo gli inquirenti - grazie al condizionamento
di gare d'appalto pubbliche.
Ed ora finalmente arriva il conto salato.
(Era ora)
Cronaca dall'Interno
La mano non si è certo sistemata. Anzi. Continuiamo nella terapia.
Si parla del mio lavoro (anzi veramente ne parlo io) su
EcoRadio.
Per il resto, lavoro in incremento, come era prevedibile, no?
Vita intelligente sulla terra
Cinzia Frassi - "La monnezza è oro: ma per chi?" (lettura
stra-consigliata).
Antonello Caporale su Repubblica
Dai blog:
Blablasonia - "E intanto il Vesuvio che fa"
Notevole anche questa intervista a Francesco Forgione, Presidente della
Commissione Antimafia, presente su
blogeko.
Per quanto riguarda l'intervento radiofonico di ieri, lo si può scaricare/ascoltare
sul sito di AmisNet.
Cronaca dall'InFerno
Dieci operai dello stabilimento Alenia di Nola sono rimasti intossicati a causa
dei miasmi di una discarica abusiva sottoposta a sequestro da due anni, situata nei
pressi del sito produttivo e confinante con i Regi Lagni. Gli operai sono stati portati
in via cautelativa al pronto soccorso dell'ospedale di Nola, dove sono stati dimessi
con la diagnosi di "tosse stizzosa da inalazione di fumo tossico".
Nella discarica, denuncia la Fim Cisl, si verificano processi di autocombustione
"che riversano nei reparti dell'azienda miasmi di ogni tipo".
Non è la prima volta che dipendenti dell'Alenia di Nola finiscono all'ospedale a causa
della diascarica. Un episodio analogo si era infatti già verificato lo scorso luglio:
in cinque erano finiti al pronto soccorso; ai lavoratori era stato diagnosticato in
quella circostanza uno stato d'asma indotto da fumi sprigionatisi all'esterno dello
stabilimento. Ben duecento lavoratori Alenia furono costretti ad allontanarsi dal
luogo di lavoro. Sul posto si sono recati ieri Vigili del fuoco, Carabinieri e Polizia.
Sulla vicenda interviene duramente Franco Cennamo, della segreteria regionale Fim Cisl.
"L'emergenza rifiuti a Napoli e in Campania - afferma il sindacalista - che in questi
giorni ha assunto punte drammatiche all'attenzione di tutto il Paese, non è fatta
solo di montagne di immondizia che invadono le strade, ma anche di rifiuti tossici
scaricati negli anni in discariche abusive e mai rimossi. Appena fuori dal confine
del nostro stabilimento - prosegue Cennamo - continuano a giacere rifiuti tossici
all'interno di una discarica abusiva che grazie all'intervento dei lavoratori e della
Rsu, nonchè dell'azienda, è stata chiusa circa due anni fa dalla Prefettura e resa
inaccessibile a ulteriori sversamenti".
"Purtroppo - spiega l'esponente della Fim-Cisl - la mancata rimozione dei rifiuti
tossici depositati e il processo di autocombustione riversa nei reparti dell'azienda
miasmi di ogni tipo che appestano l'aria e creano danni enormi all'ambiente e alla
salute dei lavoratori".
Negli ultimi tempi la situazione appare addirittura peggiorata.