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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato prima nella Capitale d'Italia, poi tra le Prealpi Lombarde.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
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Carissimo,
abbiamo passato assieme quasi un decennio. Certo, mi hai fatto sborsare
palate di soldi, anche se non li valevi, ma come sai con te ho sempre avuto un rapporto affettuoso. Assieme ci siamo difesi da tentativi di estorsione, abbiamo affrontato ragazzini armati, ed abbiamo attraversato le montagne... e qualche volta sei stato perfino ingiustamente speronato, ma con delicatezza.
Si lo so, magari ce l'hai avuta con me, per quel giorno in cui ti parcheggiai sulle rotaie di una linea ferroviaria, magari avesti paura che potesse passare il treno. Però ammetti, e sono certo che lo fai, che ti ho sempre riparato, ad ogni guasto. Oddio, non proprio sempre sempre... ma almeno per le cose importanti sì.
All'interno del tuo abitacolo ho pensato, riflettuto, baciato, amato, litigato, odiato. Ne abbiamo passate tante, assieme. Siamo perfino rimasti a piedi in autostrada, abbiamo attraversato mille e mille discariche abusive: 1500 e passa chilometri non sempre sull'asfalto, nonostante tu non sia mai stato un fuoristrada, finchè un giorno non stavi per rimetterci ruote, braccetti e semiassi. Analogamente, credo che tu ti sia spaventato quando sei stato violentemente aggredito, in circostanze che ancora oggi sono rimaste poco chiare...
Sì certo, ti ho sempre chiamato mezzo mobile nel senso che sei metà mobile e metà no, nel senso che per metà ti mettevi in moto e partivi, mentre l'altrà metà no, ma fa nulla, sei stato lo stesso il mio compagno di avventure.
Nell'aprile 2008 ti si dava per spacciato, dopo l'ennesima grave defaillance alle porte dell'aeroporto, ma anche in quel caso, sei tornato alla carica. Così come nel maggio 2008, quando fosti violentemente tamponato.
Insomma, assieme abbiamo condiviso un grosso pezzo di vita, e mille avventure e peripezie. Per questo, oggi mi piange il cuore.
Perchè è purtroppo arrivato il giorno della rottamazione.
Mi mancherai, ti ricorderò con nostalgia. E non ti preoccupare: starò attento a fare in modo che tu non vada a finire in una discarica abusiva.
Riposa serenamente.
Tempo fa, una persona importante nella mia vita, una persona preziosa con un ruolo da protagonista, mi disse:
"Che me ne faccio del fare esperienze nella vita? Quando poi arrivo al momento della morte, a che mi saranno servite quelle esperienze?"
Non seppi rispondere per le rime. Anzi, non seppi rispondere proprio.
Anderssen-Kieseritzky - Londra, 21 giugno 1851.
1.e4 e5 2.f4 exf4 3.Ac4 Dh4 4.Rf1 b5 5.Axb5 Cf6 6.Cf3 Dh6 7.d3
Ch5 8.Ch4 Dg5 9.Cf5 c6 10.Tg1 cxb5 11.g4 Cf6 12.h4 Dg6 13.h5 Dg5
14.Df3 Cg8 15.Axf4 Df6 16.Cc3 Ac5 17.Cd5 Dxb2 18.Ad6 Dxa1 19.Re2
Axg1 20.e5 Ca6 21.Cxg7 Rd8 22.Df6
22... Cxf6 23.Ae7++ 1-0
Tanti dicono che mai più si vide cotanta estetica bellezza
dell'intelletto umano.
Per approfondire (in PDF): Unitrepoirino.it
Sedici anni fa, il 29 maggio del 1993, un convoglio di aiuti umanitari partito da Brescia e diretto alla cittadina bosniaca di Zavidovici, a metà strada tra Tuzla e Zenica, fu assalito presso Gornj Vakuf da una banda para-militare guidata da Hanefija Prijic “Paraga”. Dopo essere stati derubati, tre dei cinque volontari che componevano il convoglio furono uccisi. Paraga è stato condannato dalla giustizia bosniaca a 13 anni di reclusione per quei fatti, mentre gli esecutori della strage non sono mai stati processati.
E probabilmente non lo saranno mai.
Il convoglio bresciano era parte di un grande movimento dal basso che in quegli anni aveva attraversato l'Italia. Eh sì, c'ero anche io, in quel movimento e non ne ho mai fatto un mistero. Di fronte all'incapacità di governi e organizzazioni internazionali nel fermare quanto stava avvenendo nella vicina ex Yugoslavia, decine di comitati locali si mobilitarono per portare aiuti, accogliere rifugiati, fare informazione, ma quella vera. Il 29 maggio '93 fu senza dubbio uno degli episodi più gravi - rimasto senza spiegazioni – di attacco nei confronti di quel movimento.
A Brescia sono stati commemorati in questi giorni i tre volontari uccisi quel giorno: Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti, insieme alle vittime della strage fascista di Piazza della Loggia. Uccisi in quanto pacifisti.
Per la storia (processuale) di quel giorno, consiglio vivamente l'articolo proposto da Osservatorio Balcani.
Ricordo che quando ero adolescente, uno dei miei incubi più ricorrenti riguardava i treni.
Sognavo di stare in treno, scendere in una stazione, sempre la stessa, è una stazione che
esiste davvero, e nel sogno era proprio uguale a quella reale. Mi avviavo lungo il percorso
per uscire, intanto il treno richiudeva le porte e ripartiva. Ma in quel momento, usciva
dai binari. Ho detto usciva dai binari, non che deragliava. Infatti continuava la sua
accelerazione, ma prima lungo il marciapiede, poi svoltava, e mi inseguiva, lungo il
percorso d'uscita. Cercavo di correre, di scappare, ma lui accelerava, fino a
travolgermi. Sempre lo stesso incubo. Infatti, quando mi capitava di scendere in
quella stazione, uscivo sempre guardandomi alle spalle. :)
Ora è qualche anno che questo incubo non viene più. Ora ce ne sono altri :)
Quando invece ero ancora più piccolo, l'incubo tipico era un altro.
Ero in un palazzo, sapevo di essere al secondo piano. Ero nella tromba delle
scale. Salivo per le scale, ed arrivavo al terzo piano. Poi provavo a scendere,
ma invece di trovarmi al secondo... la rampa di scale dal terzo piano mi portava
al quarto. A quel punto mi rendevo conto che qualunque rampa di scale avessi preso,
sarei sempre e solo salito, e quindi mi sentivo in trappola, impossibilitato ad uscire
da quel palazzo. Solo Mauritius Cornelius Escher è riuscito a
disegnare
lo scenario del mio incubo, con il particolare che il mio avveniva in un palazzo
esistente davvero, in quel di Napoli.
Cronaca dall'Esterno
Leggo da qualche parte in rete:
"La polizia ha scoperto che, dietro i due incendi che hanno distrutto le più famose discoteche del Garda (Sesto Senso e Lele Mora House), c'era una presunta faida criminale tra i due imprenditori del divertimento, Leo Peschiera e Piervittorio Belfanti. Un rogo era la vendetta per l'altro, secondo l'accusa, in un incrocio di estorsioni, rapimenti di personale, pestaggi e agguati armati."
Ma complimenti! Siamo arrivati addirittura ai rapimenti di personale! Per fregare la concorrenza, gli rapisci i dipendenti!
Accidenti, a questo manco la mafia aveva ancora pensato... almeno su larga scala.
L'Italia fa progressi! Andiamo avanti!
Stazione ferroviaria. Arrivo trafelato. All'ingresso c'è una ragazza che
distribuisce volantini. Le passo accanto e lei mi porge un volantino.
Poverina, che brutto lavoro, pagato pochissimo per stare ore ad annoiarsi
all'impiedi a dare volantini a gente distratta e che a stento percepisce
la tua presenza.
Do uno sguardo svogliato al volantino, e noto che è un volantino di
propaganda di un noto partito politico che, per le proprie campagne
elettorali, mette sempre al primo posto non i bisogni reali della
gente e della società, ma il tema
demagogico della guerra agli immigrati, del rifiuto
del diverso (diverso da chi, poi? Da una razza che non c'è.), della
marginalizzazione di chi è di colore diverso.
In altre occasioni, mi sarei limitato a cestinare l'ennesimo
volantino idiota, invece stavolta istintivamente mi fermo, avrò percorso
sì e no 5 metri, e mi volto. Perchè c'è una nota stonata. Mi è saltato
all'occhio un particolare troppo macroscopico per non essere notato.
La ragazza che distribuisce i volanti è di colore.
Sto per dirle: "Ma che cazzo stai facendo? Ti rendi conto di cosa
stai distribuendo?"
Tentenno un attimo, perchè penso che potrebbe rispondermi: "Guarda che
in quanto a soldi sono disperata, e se mi danno qualcosa da distribuire
non guardo cosa è".
O forse ho paura.
Paura che mi dica: "Sono un'attivista iscritta al partito. Qualcosa
da ridire?"
In questo attimo di titubanza, in cui sto fermo impalato con il volantino in mano, succedono due cose. La prima è che la
ragazza si accorge che mi sono fermato e che la guardo, e resta anche lei
titubante a guardarmi. La seconda è...
Un ricordo. Questo.
Città abbastanza grande del nord Italia, una mattina d'inverno, fredda
ma con il sole. C'è un gazebo sul marciapiede, uno di quelli usati dai
partiti politici per raccogliere firme o fare la solita demagogica
campagna elettorale. E' un gazebo tenuto dallo stesso partito del
volantino della ragazza alla stazione.
Ci passo accanto, e uno di loro mi da un foglio A4 fotocopiato con il
solito delirante comunicato. Il titolo è: "Proteggiamo la nostra
cultura, fuori gli arabi dall'Italia". Come se la cultura italiana, che
è molto forte, avesse bisogno di essere protetta (ma questa è un'altra
storia e potrebbe essere un altro post)... ma loro non lo sanno, perchè
per fare politica bisogna studiare, ma non hanno studiato, oppure non ci
sono ma ci fanno. Verrebbe voglia di chiedergli: "Ma allora perchè ogni
volta che arriva un saudita o un emiro, che sono arabi anche loro, gli
stendete voi per primi il tappeto rosso davanti e gli vendete di tutto:
banche, fabbriche, alberghi e squadre di calcio, tanto quello paga
con i contanti del petrolio?" Ma si sa, pecunia non olet, così
tiro dritto e vado a fare le mie commissioni.
Al ritorno, erano quasi le 13.00, loro stavano andando via, avevano
piegato le bandiere, messo via i volantini, ed essendosi fatta una
certa ora, gli doveva essere venuta fame e quindi stavano entrando
in un negozio dove si preparava da mangiare.
Così, passando di lì per caso, notai il segreto inconfessabile, quello
che non si può dichiarare nei salotti televisivi: quelli che avevano
appena finito di distribuire un volantino che diceva "via gli arabi",
erano andati a mangiare il panino con il kebab, e magari anche qualche
falafel.
Contraddizioni della globalizzazione? Chi lo sa, non mi interessa. E
tra l'altro non ho mai - neanche per un istante - biasimato quei quattro
ragazzi, anche se avevano distribuito volantini razzisti: hai fame, e
accanto c'è uno che fa il kebab? Allora vada per il kebab!
Intanto, la ragazza della stazione mi guarda con aria interrogativa. Non
si spaventa, perchè nota nel mio sguardo lo stupore e non certo l'intenzione
di aggredirla. Non sorride, ma neanche fa un'espressione ostile. Rimane
semplicemente indifferente, poi torna a voltarsi e ricomincia a dare
i volantini.
Di certo, nel suo sguardo non ho letto alcuna passione politica.
Sono tornato a voltarmi, e sono andato a prendere il treno.
Nota importante: questo post era stato scritto per il 28 gennaio, ma un guasto
all'ADSL non ha permesso di postarlo nella data giusta.
Ellison Onizuka, Christa McAuliffe, Gregory Jarvis, Judith Resnik, Michael John Smith, Dick Scobee e Ronald McNair.
Sette esseri umani. Cinque uomini e due donne.
E come tutti gli uomini e tutte le donne, non meritano di essere solo dei nomi. Dietro quei nomi ci sono delle
vite. Ci sono delle storie.
Ellison Onizuka.
Un militare prestato alla progettazione aerospaziale. Eh sì, perchè era un ingegnere. Un esperto di volo, e
lavorava per l'aeronautica militare degli Stati Uniti. Pochi sanno che è stato uno dei progettisti della
navetta spaziale Discovery. E proprio sul Discovery aveva fatto la sua esperienza come astronauta. Volò
nella missione STS-51-C, cioè la prima missione dello Space Shuttle della storia.
Successivamente, imbarcato anche nella missione STS-51-L, con la navetta Challenger.
Christa McAuliffe.
La signora McAuliffe è l'opposto dell'uomo precedente. Insegnante di Scienze. Catturò l'immaginazione di tutto il mondo, visto che la signora non era un'astronauta, ma
aveva superato tutte le fasi di selezione per il volo inerziale, anche
quelle più dure. Faceva parte di un programma del Ministero dell'Istruzione. L'idea
era di tenere una lezione in diretta dallo spazio. Imbarcata nella missione STS-51-L, con la navetta
Challenger.
Gregory Jarvis.
Membro dello staff della Hughes Aircraft. Ingegnere elettronico laureato all'Università di Buffalo. Nel
1984 è stato scelto come specialista
del Carico utile dalla NASA ed è stato inserito nell’equipaggio della missione STS-51-L, con la navetta
Challenger.
Judith Resnik.
Anche lei ingegnere elettronico, ma anche musicista, che nel tempo libero suonava il pianoforte. Nel gennaio del 1978 è stata selezionata come candidata astronauta dalla NASA e nell’agosto del 1979 ha completato l’addestramento. Ha volato con la missione STS-41-D del programma
Space Shuttle nel 1984. Di lei si dice che fosse molto bella.
Nel 1986, come specialista di missione, è stata imbarcata nella missione STS-51-L, con la navetta Challenger.
Michael John Smith.
Nel 1967 ha conseguito un bachelor of science in scienze navali alla United States Naval Academy, seguìto
nel 1968 da un master in ingegneria aeronautica. Successivamente è diventato pilota ed ha combattuto durante la
guerra del Vietnam come pilota. Ma la guerra non faceva per lui. Non era quella, che l'appassionava. Lui era
un tecnico del volo, e voleva sfidare i limiti della scienza e della tecnologia, ma anche quelli dell'uomo, in
particolare nel volo. Pertanto proseguì la carriera
come pilota collaudatore. Specialista nel volo inerziale, nel maggio del 1980 è stato inserito nel programma
astronauti della NASA ed assegnato come pilota alla missione STS-51-L, con la navetta
Challenger.
Dick Scobee.
Ingegnere aerospaziale, specializzato nella progettazione e costruzione di veicoli per il volo in
assenza di gravità. Vanta circa 6.500 ore di volo su 45 diversi tipi di velivoli da volo inerziale.
Nel gennaio del 1978 è stato selezionato dalla NASA come candidato astronauta, nell’agosto del 1979 ha completato
l’addestramento. Scobee ha volato per la prima volta con lo Shuttle nell’aprile del 1984 nella missione STS-41-C che ha messo in orbita con successo un satellite e ne ha riparato un altro rimettendolo in orbita con il braccio meccanico. Durante questo volo ha trascorso 168 ore nello spazio. Un
vero record, di sicuro il più esperto astronauta del mondo, nel 1986. Per questo motivo, fu imbarcato come comandante della missione STS-51-L, con la navetta
Challenger.
Ronald McNair.
Una questione di classe. Di classe sociale, ma anche questione politica. Perchè Ronald è nato nel 1950,
a Lake City, in South Carolina, ed era di colore. Non c'è bisogno di spendere fiumi di parole per capire
che per un nero nato nel '50 in uno degli stati più razzisti degli USA... la strada per fare
carriera è tutta in salita.
Ma per Ronald è stata una sfida da affrontare e vincere, per tutti gli anni '60, anni difficili
e di grandi rischi (e cambiamenti) per i neri d'america. Conseguì la laura in Fisica alla
A&T State University della North Carolina nel 1971 e il dottorato di ricerca al Massachusetts Institute
of Technology nel 1977. Gli vennero conferiti dottorati onorari nel 1978, nel 1980 e nel 1984.
Quindi, uno scienziato di quelli veri. Ma.. non solo uno scienziato. Eh già, perchè i titoli scientifici
mica significano che Ronald passava il suo tempo solo sulla Fisica... Era infatti
cintura nera di quinto grado di karate, disciplina nella quale era istruttore e vinse cinque campionati
regionali. E non basta. Ronald era anche un sassofonista: prima della missione lavorò con il
compositore Jean Michel Jarre su un brano dal nome Rendez-vous VI.
Venne selezionato per il programma spaziale Shuttle nel 1978 ed infine
assegnato alla missione STS-51-L, con la navetta Challenger. Fu
imbarcato
assieme al sassofono:
oltre agli esperimenti scientifici nel campo della microgravità, l'intenzione era di registrare il suo assolo di sassofono a bordo
del Challenger, rendendolo così il primo brano musicale eseguito nello spazio.
Sapete cosa è un O-Ring?
Secondo me tra i lettori abituali ce ne sta uno solo che lo sa. :)
Per farvela breve (poi se volete approfondire c'è il link), è un anello a sezione circolare
usato come guarnizione meccanica o sigillo. Gli O-Ring sono progettati per essere inseriti in appositi
alloggiamenti ed essere compressi durante l'assemblaggio di due o più parti, creando così una guarnizione. Ma
dell'O-Ring parliamo tra un attimo.
Alle 11.39, ora della Florida, del 28 gennaio 1986, parte la missione STS-51-L, con la navetta
Challenger. L'equipaggio era a bordo già da ore.
(In piedi, da sinistra a destra: Ellison Onizuka, Christa McAuliffe, Gregory Jarvis e Judith Resnik.
Seduti, da sinistra a destra, Michael John Smith, Dick Scobee e Ronald McNair.)
Il decollo seguì la normale sequenza di operazioni dello Shuttle: quando mancavano 6,6 secondi dal lancio si accesero i tre motori principali. Al momento del decollo, i tre motori erano al 100% delle prestazioni e iniziarono ad aumentare fino al 104% sotto il controllo del computer. In quel momento i due razzi a combustibile solido vennero accesi e furono rimossi con cariche esplosive i blocchi che assicurano il veicolo alla rampa.
Una successiva analisi del video del lancio mostrò che dopo 0.678 secondi (quindi dopo il lancio), dal razzo a propellente solido di destra è stato emesso del fumo grigio scuro vicino al punto di aggancio del razzo al serbatoio esterno. L'ultima emissione di fumo avvenne 2.733 secondi
dopo il lancio. Cosa è successo?
E' successo che una saldatura tra due sezioni del booster destro (per i non addetti ai lavori: il razzo a propellente solido
agganciato lateralmente al vettore principale) era stata spaccata dalla pressione. Questo di solito non da problemi,
perchè il foro prodotto sarebbe stato comunque sigillato dall'O-Ring. Ma l'O-Ring, per un difetto legato alla
differenza di temperatura tra l'interno e l'esterno del booster, aveva perso
elasticità. Anche questo non è un problema. Perchè se l'O-Ring non fa da guarnizione, mica finisce come al rubinetto di
casa, che inizia a gocciolare... Eh no, sullo Shuttle c'è internamente un secondo O-Ring, detto O-Ring secondario,
che praticamente è di riserva. Ma nel cedimento della saldatura, le labbra del piccolo squarcio, piegandosi,
avevano bloccato l'O-ring secondario. Anche questo non è un problema, perchè
gli ossidi d'alluminio prodotti dalla combustione del carburante avevano creato un sigillo provvisorio, fermando
l'emissione di fumo. Un sigillo che dura fino a quando il booster non si svuota, ma quando si svuota si stacca
dal vettore principale. Quindi, nessun problema.
Insomma: 1) si rompe una saldatura, 2) non va l'O-Ring principale, 3) resta bloccato l'O-Ring secondario...
(che sfiga!) ma grazie
all'accurata progettazione della sicurezza, la navetta Challenger sale senza problemi. Tutto previsto. Nella peggiore
dell'ipotesi c'è l'ossido di alluminio. Già: tutto quello che è successo (attenzione... in meno di tre secondi) è
un concentrato di sfighe, ma non mette in pericolo la missione. Se volete, su Wikipedia trovate anche
(in inglese) le trascrizioni dei dialoghi tra equipaggio e torre di controllo. Dialoghi assolutamente normali, in cui
dal centro di controllo di Houston dicono al pilota come direzionare il razzo ed agire sui motori e sui pochi
controlli che si fanno dall'orbiter (quasi tutto è fatto da terra).
Ora fermiamoci un attimo, e parliamo di meteorologia.
Sapete cosa è un Wind Shear? E' una cosa
complicata, ma per semplificare allo stremo... è una variazione improvvisa di vento in intensità e direzione.
Sì lo so, ho semplificato (e qui tra i lettori c'è chi di meteorologia ne capisce davvero), perchè ci sono 5
tipi diversi di Wind Shear (ovvio che un Wind Shear verticale
è ben diverso da uno orizzontale e da uno obliquo), sono un problema solo per gli aerei durante l'atterraggio.
Ma...
58.788 secondi dopo il lancio, sul cielo di Cape Canaveral si verificò il più violento wind shear nella
storia del volo spaziale. Le raffiche di vento improvvise spaccarono il velo d'ossido di alluminio.
(eh sì, se non ci fosse stata la spaccatura nel booster, il vento avrebbe al massimo di poco deviato
la traiettoria del vettore).
All'insaputa dell'equipaggio del Challenger o del personale di Houston, il gas infiammato iniziò a fuoriuscire
attraverso la falla nella giunzione del booster.
Dopo 62 secondi dal lancio, tutte le comunicazioni sono regolari ed è tutto ok. Si sente la voce di
Michael John Smith, che sta pilotando, dire al comandande Scobee: "Andiamo verso 1.5 Mach".
Tre secondi dopo, da Houston dicono via radio di aumentare l'inclinazione e puntare
verso lo spazio in traiettoria più verticale rispetto a prima. Il comandante Scobee risponde "Ok".
Dopo 72.525 secondi dal lancio, il vettore ha un'improvvisa accelerazione laterale verso destra, che
potrebbe essere stata avvertita dall'equipaggio. 39 millesimi di secondo dopo, la pressione
dell'idrogeno liquido nel serbatoio esterno iniziò a decrescere per la rottura causata dalla fiamma del razzo.
Il pilota, Michael John Smith, forse è l'unico che ha capito, ma forse, perchè 4 decimi di
secondo dopo ha detto rivolto al resto dell'equipaggio: "Uh oh..."
Questo "Uh oh...." è l'ultima comunicazione registrata nella cabina dell'equipaggio. Smith potrebbe aver
notato gli indicatori delle performance del motore principale o la pressione in caduta nel serbatoio esterno.
Ma 162 millesimi di secondo dopo, la cupola di poppa del serbatoio di idrogeno liquido dirompe, producendo una forza propulsiva che spinge il serbatoio di idrogeno contro quello di ossigeno nel serbatoio esterno. Nello stesso istante il booster di destra ruota sul punto di attacco anteriore e colpisce (altra sfiga!) giusto la struttura di ancoraggio e la parte più bassa del serbatoio di ossigeno liquido.
Le telecamere poterono solo mostrare una nube di fumo e fiamme dove doveva esserci il Challenger, con
grandi frammenti incendiati che ricadevano verso l'oceano, e i due boosters, oramai sganciati, che continuavano
la loro folle corsa da soli, con traiettoria irregolare..
Qui se ne vede l'effetto.
Ma il bello, anzi no, direi il brutto, deve ancora venire...
Abbiamo detto che ora viene il brutto.
Certo che viene ora. Perchè chi ha progettato il Challenger aveva previsto anche questo :)
Insomma, fin qui sono state tutte sfighe una dietro l'altra, dal cedimento della saldatura fino
al Wind shear, passando per due O-Ring che non hanno fatto il loro dovere. Ma il Challenger era progettato per garantire salva la
vita anche in caso di questo! E' qui che subentrano gli aspetti oscuri e criminali. E' qui
che le sfighe finiscono.
Tanto per chiarire, a differenza di quanto detto in diretta dalle TV di tutto il mondo, il
sistema non è mai esploso. Si parlò di esplosione perchè così sembrava, vedendo la scena.
In realtà non c'è stata una vera esplosione. Navetta e vettore vennero rapidamente
disintegrati dalle tremende forze aerodinamiche. La cabina dell'equipaggio però ha resistito, così come progettata,
alla rottura. Mentre la cabina staccata continuava la sua traiettoria balistica, il carburante immagazzinato
nel serbatoio esterno e nell'orbiter bruciarono per alcuni secondi, producendo un'enorme palla di fuoco. Se ci fosse stata una vera e propria esplosione, l'intero Shuttle sarebbe stato distrutto all'istante, uccidendo nello stesso momento l'equipaggio.
Invece no.
Alla rottura del veicolo, la cabina dell'equipaggio si staccò, restando intera, e iniziò a cadere.
E allora, cose è successo?
Tanto per cominiciare, si attivarono solo tre airbag, secondo il telecontrollo da terra degli apparati
di bordo. Non è mai stato chiarito perchè gli altri non si siano aperti. Poi, a bordo ci sono delle grosse
capsule di aria (non pressurizzata). Ce ne sono quattro. Tre furono attivate. Di conseguenza, almeno qualcuno
dell'equipaggio doveva per forza essere vivo e cosciente dopo la rottura.
La scorta di aria rimanente, quella rilasciata dalle capsule, era compatibile con il consumo previsto dovuto alla traiettoria di caduta della cabina,
caduta di 2 minuti e 45 secondi. Quindi, non sono morti per assenza di aria da respirare.
Non sono morti neanche per le intense forze. La NASA stima che le forze di separazione furono da 12 a 20 volte la forza di gravità per un brevissimo momento, entro due secondi l'accelerazione scese a 4G e entro dieci secondi la cabina si trovò in caduta libera. Queste forze sono tollerabili dal corpo umano, e di solito non causano che qualche svenimento.
Non si sa se gli astronauti rimasero coscienti a lungo dopo la rottura. In gran parte dipende dalla tenuta della
pressione della cabina. Con una tenuta perfetta, anche dopo la disintegrazione, sarebbero rimasti vivi
durante la caduta; in caso contrario, la durata dello stato di coscienza a quella altitudine, in una cabina
non pressurizzata e quindi alla pressione molto bassa dell'atmosfera rarefatta, è di qualche secondo.
La cabina dell'equipaggio impattò nell'oceano a circa 333 km/h , con una decelerazione di più di 200G, molto oltre i limiti
strutturali della cabina e quelli di sopravvivenza dell'equipaggio. La cabina andò in polvere nell'urto con il mare, e
con essa anche i corpi dei sette dell'equipaggio. Se ci fossero stati un paio di paracadute d'emergenza applicati
alla cabina....
Joseph P. Kerwin, specialista biomedico del Johnson Space Center a Houston in Texas, sulla morte degli astronauti nell'incidente
ha indagato ed alzato una caciara. Perchè lui ha concluso dicendo: "L'impatto del compartimento dell'equipaggio con la superficie dell'oceano fu così violento che le prove del danno avvenuto nei secondi successivi all'esplosione sono state cancellate." Poi prosegue fissando
tre cose: 1) la causa della morte degli astronauti del Challenger non può essere determinata con certezza
2) le forze alle quali è stato sottoposto l'equipaggio durante la rottura dell'Orbiter furono probabilmente non sufficienti per causare la morte o ferite gravi 3) è possibile, ma non certo, che l'equipaggio perse conoscenza nei secondi seguenti la rottura dell'Orbiter a causa della perdita di pressione in volo del modulo dell'equipaggio".
Il suo rapporto (in inglese) è online sul sito della NASA.
Quindi, almeno un difetto certo ed uno probabile ci sono. Il difetto certo è la mancanza di rallentatori
d'emergenza in caso di caduta libera della cabina. Quello probabile è sulla tenuta di pressione, dopo l'incidente,
della cabina stessa.
Quel che è certo, è che qualcuno, se non tutti, nei secondi successivi alla disintegrazione, era vivo e
cosciente.
E qui viene il peggio. Come dimostra l'indagine successiva, la fuga dell'equipaggio non era possibile durante il
volo.
Quindi, chi è rimasto vivo e cosciente, ha potuto... parlare direttamente con la morte per qualche
attimo, forse ha potuto anche rendersi conto di non avere scampo.
Nelle prime quattro missioni orbitali dello Shuttle furono usati dei seggiolini eiettabili e tute a pressione. Furono
rimossi nelle missioni successive, durante le quali l'equipaggio indossò solo le tute di volo.
La NASA sostenne che mentre i seggiolini eiettabili erano possibili per il comandante e il pilota, erano impraticabili per il resto dell'equipaggio, soprattutto per i tre membri seduti più dietro, sotto il ponte. A differenza di un pilota da combattimento, situato sotto un sottile tettuccio, l'equipaggio sotto al ponte è situato al centro della fusoliera anteriore, circondato dalla struttura rigida del veicolo su tutti i lati. I sedili furono pensati principalmente per la fuga durante l'atterraggio, dove lo Shuttle ha i motori spenti e ha solo una possibilità di effettuare la corsa. Certo, la cabina dell'equipaggio poteva essere progettata come un unico mezzo di fuga, quindi con una migliore tentuta della pressione in caso di urti, e dei rallentatori, ma...
ma...
ma....
ma la NASA ha dichiarato che avrebbe avuto costi proibitivi e sarebbe stata troppo pesante per il veicolo.
Poi però dopo la perdita del Challenger, un sistema di salvataggio di emergenza venne progettato per fornire all'equipaggio la possibilità di lasciare lo Shuttle in alcune condizioni...
Troppo tardi per quei sette.
Alcuni resti sono stati ripescati in mare nei giorni successivi.
Solo il comandante Dick Scobee ed il pilota Michael John Smith presentano dei resti identificabili.
Tutti gli altri hanno lasciato resti non riconoscibili, e sono stati sepolti tutti assieme nel
memoriale dedicato allo Space Shuttle Challenger ad Arlington il 20 maggio 1986.
Era l'alba del 1 gennaio 1999. Già, dieci anni fa. Sembra una vita fa.
Sono passati appena 10 anni oppure ben 10 anni? Difficile a
dirsi, così su due piedi. Fatto sta che nel frattempo è cambiato tutto,
di tutto di più.
Insomma, era l'alba del 1999, cioè proprio l'alba dell'intero anno, visto
che era l'alba del primo gennaio. Ero giovane, all'epoca. Ed ero ancora
a Napoli. Quell'alba la vedemmo dalla cima della collina del Camaldoli
(nota per i napoletani: dove c'è il ripetitore della RAI).
Fu un'alba livida. Faceva molto freddo, e dal mare saliva un vento
gelido. Stavo tutto imbacuccato e armato di macchina fotografica. Eh sì
perchè eravamo una banda di folli, ed eravamo andati lì per fotografare
l'alba. E non eravamo di ritorno da nessun veglione di capodanno. Avevamo
invece fatto un giro, verso le 3.00 di notte, al porto di Napoli.
Beh, all'epoca ero diverso da ora. Per certi versi ero peggiore di ora,
ma non sta a me giudicarmi, e neanche a te/voi/loro, ci sono i tribunali
per questo.
Ero invece un giovane non ancora trentenne di belle speranze (tutte
poi deluse nel tempo). Mi occupavo di ricerca in un bel settore che
ora non c'è più, e nel tempo libero facevo il giocatore di scacchi ed
il fotografo. Insomma, nulla di cui lamentarsi, e per quasi tre anni
ancora non ci sarebbe stato nulla di cui lamentarsi.
Ma quell'alba era livida. Violacea. Con i primi raggi del sole che spuntavano
da dietro i monti lontani.
Accanto a me c'era una ragazza. Anche lei con la macchina fotografica
al collo. All'improvviso mi disse: "Ale, chissà come sarà l'alba del
primo gennaio tra dieci anni".
"Non lo immagino neanche", risposi, "è così lontano..."
"Sì, è lontano, ma arriverà."
"Già, arriverà. Per ora, godiamoci questo 1999".
I dieci anni sono passati. Eccoci qua.
La vecchiaia è avanzata di molto. Faccio meno cose di allora, cerco nei
limiti del possibile e delle forze di farle meglio, le poche che faccio.
Alcune cose le ho costruite. Tantissime le ho invece distrutte, spesso
volontariamente, a volte per incapacità mia a gestirle. Il mondo è cambiato
completamente. Ed anche io lo sono. Meno ingenuo, ma ancora un fesso
sognatore.
Tutte le belle speranze di allora non ci sono più, oramai sono andate. Ma
si sa, le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ora ci
sono poche certezze, che cerco di solidificare. Ho fissato alcuni princìpi
fondamentali, che ho deciso essere invalicabili nella mia vita, come
dei paletti ben fissi nel terreno, e me li tengo stretti. Su tutto il
resto è stato necessario, nel tempo, mediare o scendere a compromessi. Ma
su quei pochi paletti non si discute.
E allora, con la vecchiaia che viene avanti, mi incammino di nuovo,
verso un futuro incerto e nebbioso.
Benvenuto a me nel 2009.
Sul come sarà andata, nel parliamo ai primi di gennaio del 2019.