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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
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Visto che a quanto pare il post di ieri è piaciuto, continuiamo a
parlare di quell'epoca...
Al porto di Napoli, nella zona orientale, quella riservata alle merci,
attraccò una nave. Un cargo. Batteva la bandiera delle Bahamas.
Nessuno ci fece caso. Era un mercantile che trasportava qualcosa che
nessuno avrebbe mai identificato come un pericolo.
E infatti pericolo non c'era, ma...
...il male oscuro era dietro l'angolo.
Per capire come sia arrivato, vediamo tutto per bene dall'inizio.
Giovedì 25 novembre 1993, nella rada di Napoli, diretta al
molo San Vincenzo, compare la "Soya Queen", una nave lunga settanta metri
che batte bandiera delle Bahamas e che ha caricato 42.000 tonnellate di
soia a Baltimora. Fin qui, nulla di male, nulla di speciale. Ma c'è un
particolare.
C'e' una vecchia àncora abbandonata al largo, e la "Soya Qeen", manovrando,
la urta, rimediando a prua una falla larga sette metri. Le operazioni
di attracco della nave vengono rinviate, perchè bisogna anzitutto riparare il danno,
e gli operai impiegano quindici giorni.
Finalmente, la mattina dell'11 dicembre la "Soya Queen" si avvia
verso la banchina, ma è troppo inclinata in avanti. E necessario alleggerirla:
per questo 1.400 tonnellate di soia vengono tirate fuori dalla stiva
della nave e depositate su due chiatte. Comincia così, silenziosamente, il
male oscuro di Napoli. Difficile da capire, perchè la notizia che c'è una
nave che ha urtato un'ancora... non interessa i giornali, per cui nessuno
disse nulla.
Si tratta di soia allo stato puro, e questa è la prima volta che a Napoli
arriva un carico del genere. In precedenza i silos avevano incamerato sempre
il legume già sottoposto a parziale lavorazione. Stavolta no. E da quelle
chiatte, da quelle 1.400 tonnellate lasciate allo scoperto, si innalza
una nuvola invisibile di polvere di soia.
Napoli è una città difficile, ed il nemico invisibile sa nascondersi
tra gli altri veleni che infestano l'aria. Ha continuato a colpire mentre tutti
sospettavano dei gas di scarico delle auto, o di quelli dei riscaldamenti, o, ancora,
delle esalazioni provenienti dalle fabbriche che stanno attaccate ai palazzoni
grigi e scrostati della periferia.
Polvere di soia che si è alzata nel cielo sulla città e, sospinta dal vento, è arrivata
nelle narici, nei bronchi, nei polmoni di circa 150 persone, mandando loro in ospedale e
tutti gli altri in angoscia.
Il primo ricoverato fu un vigile urbano che prestava servizio a Ponticelli. Mentre dirige
il traffico, viene colto da malore. Respira male, il cuore perde colpi. Viene trasportato
all'ospedale Loreto Mare, dove gli viene diagnosticata un'insufficienza
cardiorespiratoria di origine allergica, ma il vigile non era allergico a nulla, e soprattutto
era sempre stato bene con il cuore.
Dopo di lui, si farà la fila, al pronto soccorso, di gente svenuta, con problemi
cardiorespiratori acquisiti nel respirare la sostanza.
Chi invece non viene colto da malore, inizia a sentire la paura. La paura di uscire
di casa. La paura di respirare. Napoli piomba nel buio del male oscuro.
Il 12 dicembre mattina comincia il trasferimento della soia dalle stive della
nave ai silos. Si lavora con gran lena perchè bisogna recuperare il tempo perduto nella
riparazione della falla.
I semi di soia sono destinati a due magazzini, uno appartenente alla
Italgrani dell'industriale Franco Ambrosio, e l'altro al
gruppo Ferruzzi. Alla Ferruzzi però non arriverà nemmeno un seme. E anche nell'altro
silos saranno trasferite soltanto 16.000 delle 20.000 tonnellate che vi erano destinate. Perchè
prima che fosse portata fuori altra soia non trattata, è arrivato lo stop imposto dal prefetto,
che ha preso la decisione in accordo con i magistrati della Procura napoletana che indagavano
sulla vicenda.
Gli addetti alle operazioni di "travaso" avevano fatto gli straordinari: quattordici ore
al giorno, dalle 8 alle 22. Neanche domenica hanno riposato, eppure nessuno di loro
(venti persone per ogni turno) ha accusato sintomi di asfissia.
Invece il 15 dicembre in ospedale è arrivato un lavoratore portuale, che però lavorava
su un'altra banchina. E non è stato il solo.
Tra il Loreto Mare, dove il pronto soccorso era diventato una sorta di infermeria da campo,
e l'ospedale Incurabili, ci sono stati oltre 250 interventi, con 150 ricoveri.
Ci si poteva indirizzare prima verso il pericolo soia? Non con gli strumenti a disposizione
dei tecnici. Infatti, il controllo sulle varie forme di allergie viene fatto attraverso
alcune apparecchiature chiamate "pollen trap", capaci di intrappolare sostanze (ad
esempio pollini) solitamente causa di reazioni allergiche. Ma questo tipo di monitoraggio
non prevede il controllo su una sostanza come la soia.
L'osservatorio epidemiologico regionale, dopo la svolta presa dalle "indagini", ha quindi
deciso di incaricare la divisione di pneumologia e allergologia dell'ospedale Cardarelli di
eseguire le analisi sul sangue di chi in quei giorni è dovuto ricorrere alle cure mediche,
per stabilire se si tratta di soggetti allergici alla soia.
Come racconta il Corriere della Sera del 16 dicembre 1993:
"...E invece il pericolo era venuto da un naturalissimo legume, capace però di scatenare
fortissime allergie. Forse. Già, perchè con le certezze è meglio essere molto cauti in
questa storia di intossicazioni e psicosi. Gli esperti dell'unità di crisi che da martedì
lavorano per identificare l'ultimo male oscuro di Napoli, comunque, ormai hanno pochi
dubbi. Ma adesso bisognerà aspettare ciò che accadrà nei prossimi tre giorni, quanti ne
servono per ripulire l'aria. Per ordine del prefetto Umberto Improta, infatti, le
operazioni di trasferimento della soia dalla nave che l'aveva trasportata fin qui ai silos
sono state sospese, e il cargo dovrà lasciare il porto. Perciò, se non ci saranno più casi
di insufficienze cardiorespiratorie di origine allergica (o almeno se non ce ne saranno
tanti come è accaduto in questi giorni) si avrà l'ultima conferma che i tecnici e le
autorità cittadine aspettano. E che soprattutto aspettano i napoletani per poter
ricominciare a respirare senza paura i veleni di sempre."
Senza tergiversare e perdere altro tempo, sempre il 16 dicembre il Prefetto
di Napoli ordinò l'allontanamento immediato della nave dal porto. Possibilmente, per
non farvi più ritorno.
Nella storia, altri casi di intossicazione di massa da polvere di soia sono
avvenuti ad Ancona, Barcellona e Marsiglia.
Napoli è soltanto l'ultimo caso in ordine cronologico. In attesa del prossimo.
Premessa: Questi sono appunti personalissimi, ricordi sparsi, risalenti
ai primi anni '90. Nonostante io abbia una memoria di ferro, restano appunti
personali, pertanto privi di ogni valenza storica.
Fatti e personaggi sono tutti rigorosamente reali.
Very long post
A quei tempi, Napoli era una città oscura.
Ed io ero molto più giovane di ora, ma proprio molto.
Era un altro tempo, un tempo in cui la monnezza non c'era ancora,
le strade erano attraversate dai cortei dei disoccupati
organizzati (cosa che avviene ancora oggi ma con minore
frequenza e senza autobus appicciati, all'epoca invece c'era la mitologica banda
di Michele Franco), ed il famoso
"rinascimento napoletano" stava appena iniziando, era appena
agli albori.
I disoccupati organizzati usavano ancora lo slogan antico:
"O' rre sta a jnd, e o' popolo for! Nun e'
cagnat' o riest e nient!", senza immaginare che stava
per arrivare un altro re, anzi un altro vicere.
Tangentopoli aveva spazzato via da pochi mesi i vari
Polese, Laboccetta e compagni (tranne Gava, Scotti e Pomicino, che
quelli anche oggi non li tocca nessuno, per cui nun e'
cagnat' o riest e nient), il questore Vito Mattera si
era fatto cacciare perchè si era fatto intercettare dai suoi
stessi sottoposti durante una telefonata con il sindaco in cui avvisava
il primo cittadino che c'era un avviso di garanzia in arrivo, e che
avrebbe fatto bene a rendersi irreperibile e portare via da casa quel
che non si doveva trovare, perchè ci sarebbe stata una perquisizione.
Via loro, non c'era ancora lo sfacelo della classe politica
attuale, che oramai è al capolinea. Perfino Berlusconi non aveva
ancora fatto la sua celebre discesa in campo.
Non solo non c'era la monnezza, ma anche
certe tragedie non erano ancora avvenute.
Nonostante questo, Napoli di quegli anni me la ricordo buia,
e oscura. Dopo cerchiamo di capire il perchè...
Torniamo a noi.
Anche se Maradona era andato via da un po', i Giuliano di Forcella erano
ancora il clan più forte del centro città, e controllavano sia l'eroina,
sia il lotto clandestino, sia il racket, sia l'erogazione dell'elettricità
pubblica. Si sparava, ma molto di meno rispetto al periodo dal 2002 in poi.
Io frequentavo la città soprattutto di notte. Forse è per questo che
me la ricordo buia e oscura. Non che fosse illuminata male, infatti Napoli
da sempre gioca molto la sua immagine sull'illuminazione, ma ero io
che frequentavo in massima parte il centro storico, tipo ad esempio
Spaccanapoli/Tribunali/Anticaglia/Banchi Nuovi/Sedile di Porto/Vergini,
e mi infilavo nei vicoli stretti e
bui. E più erano stretti e bui, più mi ci infilavo.
Insomma, se di mattina ero un qualunque studente, anche piuttosto
diligente, la notte ero in giro, nei angoli bui.
Non sto dicendo quindi che la città era buia e oscura perchè ho
dei brutti ricordi di quel periodo. Anzi, ho ricordi molto belli.
Ricordi fatti di impegno civile, di politica, di amori, di tornei
di scacchi, di balli 'a tammurriata e vino, di albe a
Piazza Municipio, di passioni e rimorchi aret 'a palma, e tutte quelle
cose che fa un normale studente universitario di 23 anni.
Ovviamente sulla città dell'epoca, ci sarebbe ancora tanto da scrivere,
e mi piacerebbe anche, ma ci porterebbe lontano dallo scopo che mi sono
prefissato, quindi magari sarà per un'altra volta...
Ora veniamo a noi.
Solo alla fine del 1993, sarebbero nate le isole pedonali nel centro
storico, quindi sto parlando di un'epoca in cui ad esempio il sabato
sera non c'era posto per parcheggiare lungo via San Biagio dei Librai
o Piazza del Gesù.
All'epoca non c'era ancora neanche il mezzo mobile. Avevo una gloriosa
Fiat 500 color crema più vecchia di me, immatricolata nel 1963, mica
fuffa!
Arrivavo con l'auto al centro di piazza San Domenico Maggiore, risalendo
rumorosamente via Mezzocannone, nell'area dove ora le auto non possono andare
perchè ci sono le fioriere a delimitare l'isola pedonale. E parchèggiavo
giusto sotto l'obelisco. Ed era tutto pieno di auto parcheggiate, e i
vigili se ne fottevano, se ne stavano a prendere il caffè e la
sfogliatella da Scaturchio
mentre noi pagavamo mille lire di permesso parcheggio ai tossici,
per poter tenere l'auto in divieto di sosta.
Poi c'era lei. Ma lei era proprio lei, cioè la mia "lei". Insomma, ci
siamo capiti, no? Già perchè di solito in questi casi, quando si scrivono
ricordi del secolo scorso, c'è sempre una lei. O mi sbaglio?
Dunque, dicevo, lei era strana perchè se non fosse stata strana non
mi sarebbe piaciuta. Ed era anche napoletana D.O.C., mica fuffa!
Dunque la sua stranezza era... ehm... un po' teatrale, ma non nel senso
che era teatrale lei...
(Attenzione: la parte che segue, vista la natura dell'argomento,
è consigliata solo ad un pubblico adulto)
Allora, la teatralità dovevo farla io. Altrimenti a lei non veniva
voglia. Scusate se lo dico in modo così diretto.
Prima di tutto, dovevo arrivare da lei, nel profondo dei vicoli del
ventre di Napoli, rigorosamente quando era già buio, e dovevo stare
tutto vestito di nero. E fin qui, nessun problema, visto che all'epoca
già vestivo di nero per fatti miei.
Poi, mi ero procurato un chiodo (non quello per inchiodare, dico
l'abito!), che però non dovevo indossare, ma solo mettere sulle spalle,
e poi dovevo camminare rasente il muro del vicolo, in modo che sto
coso nero sulle spalle svolazzasse come un mantello. Lei sbirciava il
mio arrivo dalla finestra, e questa cosa di me che avanzavo
di soppiatto nel vicolo con il manto nero svolazzante... la eccitava
tantissimo.
Solo che poi si incazzava perchè era un chiodo, lei preferiva uno
spolverino (svolazza di più) o addirittura un vero e proprio mantello
nero. Solo che io le rispondevo: "Co' cazz ca vac girann mmiez a via
con il mantello! Scordatelo!" E la cosa finiva lì. Ma torniamo a noi,
se no dite che non faccio mai i post erotici.
Dunque, dicevo, dopo essermi fatto tutto il vicolo di notte con il
chiodo messo ad uso mantello che doveva svolazzare, e dove c'erano i
portici dovevo pure infilarmi sotto i portici perchè più sembrava
che mi muovessi segretamente più lei si eccitava, salivo a casa sua.
Impresa non facile. Non so se conoscete i palazzi quattrocenteschi
napoletani, dove ogni piano ha il soffitto alto sette metri, e quindi
arrivare al quinto piano senza ascensore significava fare una scalata
tale che arrivavi sopra con l'affanno e di certo non avevi voglia di
baciare nessuna, ma chiedevi solo acqua e di poterti sedere.
Ma torniamo a noi. Lei mi aspettava con un abito lungo, bianco, di
taglio molto retrò, tipo sul settecentesco o giù di lì, che doveva
aver trovato a Resina o giù di lì. Ed io l'abbracciavo con il mio
mantello nero. Musica di sottofondo, medievale o al limite barocca.
In una casa della Napoli medioevale. Insomma, a lei
piaceva così, che ci posso fare. Tipo scimmiottare un incontro
segreto di tardo settecento. Che poi la cosa avrebbe anche il suo senso, perchè
ha indubbiamente un bel po' di fascino. Ma mica finiva lì!
Eh già, pollastri! Crederete mica che poi finivamo a letto? Ovvio
che no, o almeno non subito. Perchè io all'epoca ero già un drogato
di caffeina, e dopo 5 piani di palazzo quattrocentesco... insomma una
dose me l'ero anche guadagnata, no?
Ma nel frattempo, mentre io ansimavo ancora e lei preparava il
caffè, dovevo raccontarle qualche
leggenda, se no lei non si eccitava. E più
raccontavo, spesso rigorosamente in dialetto, più lei cambiava faccia. E che
faccia...
La mia specialità però era una
particolare leggenda. Che le faceva un tale
effetto che... spesso prima che finissi di raccontarla, mi saltava
addosso e succedeva quello che tutti voi state aspettando che
succeda :)
Dopo restavamo abbracciati sul grande letto (con baldacchino),
ed io le dovevo cantare la canzoncina, che settecentesca non è, e poi
io sono stonato come una campana ungherese, ma tant'è, le andava bene
così, anzi ci andava bene così.
Ovviamente, come pezzo finale, dovevo andare via (quando riuscivo
ad andare via) in modo furtivo, come se fosse un incontro segreto
davvero, e lei rimaneva alla finestra a sbirciare il mio chiodo nero
che svolazzava e si allontanava nella notte napoletana...
(Attenzione: fine della parte consigliata ad un pubblico adulto.
Quel che segue però potrebbe suscitare sentimenti contrastanti in un
pubblico non napoletano. Invece per i napoletani sarà tutto normale:
anche se passano gli anni, nun e' cagnat' o riest e nient.)
Dunque... dicevo... lei voleva che io facessi la parte di quello che
arriva in segreto... Ma anche spostandomi nel buio, non si poteva, perchè
per arrivare a casa sua si doveva passare davanti al finestrino di lui.
Direte voi, "e chi diavolo è lui"? Beh, ma lui è lui: Alfonsino.
(Attenzione: per motivi di privacy, Alfonsino è un nome di fantasia: il
personaggio è tremendamente reale ed anche attuale, ma non si chiama così.)
Alfonsino all'epoca aveva 40 anni, di cui 22 passati in galera, era sposato
da 20 anni, non aveva mai mai mai tradito sua moglie, ed aveva 4 figli,
uno per ogni vvota che m'hann arrestat, eh!, teneva a specificare.
Ma per parlare di Alfonsino bisogna prima parlare dei luoghi in cui si svolge
la scena.
A Napoli, nella zona dove avvengono i fatti che racconto, c'è una chiesa
molto antica e molto bella. Sotto la chiesa c'è da decenni un garage, molto
grande, di quelli dove paghi un affitto mensile per metterci l'auto, visto
che in quei vicoli non si parcheggia. Si dice che potesse contenere 50
veicoli, ma conoscendo i garagisti napoletani... ce ne saranno certamente
entrati molti di più.
Un bel giorno il parroco decise di rifare l'intonaco all'interno del garage.
Chiama un po' di imbianchini, e li paga per rifare l'imbiancatura delle
pareti. Gli imbianchini per prima cosa scrostano un po' del vecchio intonaco,
e...
...da sotto l'intonaco (che risaliva a subito prima della seconda guerra
mondiale) emergono degli affreschi... Arriva di corsa una squadra di tecnici
della Soprintendenza ai beni culturali, che emette in breve il verdetto:
affreschi religiosi di epoca rinascimentale!!!
Ovviamente la Soprintendenza blocca immediatamente i lavori, e manda a
carte quarantotto l'imbiancatura, poi sigilla il locale, imponendo al parroco
di non usarlo più come garage, e lo lascia chiuso, in vista di un recupero completo
delle opere, cose che ancora oggi non è avvenuta, infatti
nun e'cagnat' o riest e nient.
Qui entra in ballo Alfonsino, che incurante della Soprintendenza, non
entra nel garage, ma entra, e si appropria, del gabbiotto del
custode del garage, ampio la bellezza di ben 12 metri quadri, e
ci va ad abitare dentro con la moglie ed i quattro figli, eliminando così
il suo grande problema: quello di essere senzatetto.
(da notare che nel gabbiotto non c'è il bagno)
Il gabbiotto aveva come unico punto luce, oltre la porticina, un
finestrino a livello strada.
Insomma, io la notte entravo nel vicolo, dovevo fare di tutto per
dare l'impressione di un incontro segreto con la misteriosa donna
del quinto piano, di cui nessuno doveva sapere nulla... e puntualmente
ogni volta andava a finire che passavo in punta di piedi avanti al finestrino di
Alfonsino e sentivo da dentro: "Buonasera, eh! Non si saluta?"
Analogamente, al ritorno, io svolazzavo con il mio chiodo nero
a mo' di mantello nel vicolo, e quando passavo lì davanti sentivo
puntualmente: "Buonanotte eh! Andato tutto bene con la bella
signorina?"
Insomma, nell'arco di poche settimane, ero già entrato in
confidenza con il personaggio.
"Buonasera! Comm jamm stasera?"
Io: "Tutt'appost, grazie, a voi?"
Lui: "Eh, vec c'aggia fa per da' a magnà e' criatur."
Io: "Ma come fate a campare qua dentro?"
Lui: "Non è un problema, o materass ci trase just just... Occupa tutto
il pavimento, ma ci entra. Noi lasciamo le scarpe fuori, e c'a facimm."
Io: "E v'cuccat n'copp... a 6!"
Lui: "E c'amma fa? O comune s'ha futtut e sord r'o terremot... e c'ha lasciat
senza casa..."
Io: "Ma non avete manco il cesso..."
Lui: "Non è un problema, nel garage sequestrato, ci sta un tombino,
l'aggio scuperchiat, e 'a facimm tutt quant direttamente ind a' fognatura."
Io: "Alfonsi', ma voi.. na fatica a' tenite?"
Lui: "Beh, con 4 criature, uno ogni volta c'm'hann arrestato, l'aggia ra'
a' magna', no? Ma qualcosa da fare per guadagnare la trovo sempre: io in vita
mia nun aggio mai fatto 'na fatica onesta!".
Io: "Alfonsi'... ma chi t'ho ffa fa! Tien quattro criaturi... Trova qualcosa di
pulito dai..."
Lui: "Ma io ho fatto la scuola fino alla quarta alimentare... chi mi piglia?
E come li do a magnare? Prima andavo al porto a scaricare... mo pigliano solo
agli africani..."
Io: "Si ma..."
Lui: "Poi ho fatto di mestiere il disoccupato organizzato, ma non si abbuscava
niente, e i criaturi cumm magnano? Ora come lavoro faccio il pregiudicato,
e bene o male me la cavo..."
Io: "Si ma....!"
Lui (appassionato): "Io una cosa saccio fare. Saccio piglià e machine. Mi chiedono
una fiat uno, e io gli porto una fiat uno. Mi chiedono una panda, ed io gli porto
una panda. Chest' faccio pe' campa'. Se non lo faccio... i bambini nè mangiano
nè fanno il resto.."
Io: "Il resto cosa??"
Lui: "Come cosa... quelli di 12, 8 e 6 anni vanno a scuola! E ci andranno anche
dopo le scuole alimentari! E io i libri glieli compro, e soprattutto per
quello che già va alle medie... costano... E io non tengo nè casa nè lavoro,
ma i miei figli devono andare avanti!"
Io: "E quindi devi rubare una macchina in più per comprare i libri..."
Lui: "Foss a maronn'! Qua pure arrubbann nun s'arriva cchiù a ffine mese!"
Io: "E' la prova che rubare non rende..."
Lui: "Si. Ma io un futuro ai miei figli glielo devo dare! Nun sta scritt
a nisciuna parte ch'hanna fa' a fine mia...."
Io: "Hai mai pensato di mollare tutto?"
Lui: "Ma tu stasera t'fuss scemunut? Io amo mia moglie! La amo più di ogni
altra cosa! Non posso mollare, perchè teng a essa! Essa è a' vita mia! Je aggia
sta cu essa! Si m'n vac.. cumm campa? No no, io la amo troppo... da anni, e la
amo ancora. E ogni matina, me sceto, e vvec l'uocchie suoje... e allora m'vene
a forza e m'aizà."
Una sera parcheggio la gloriosa 500 a Piazza San Domenico, ma avevano
messo l'ora legale, per cui era ancora giorno, quindi non potevo
andare ancora da lei. Mi faccio un giro, e passo per il vicolo.
Alfonsino non c'era, ma sul vicolo, accanto alla ex entrata del garage,
c'era la moglie.
Io: "Buonasera, signora"
Lei (voce tremante): "Buonasera, giuvino'..."
Io: "Signo'.. tutto bene? Vi vedo nervosa e preoccupata..."
Lei: "Eh sì, Alfonsino è asciut stammatina c'a' machina, e nun è ancora turnato..."
Io: "Signo', se è uscito con la macchina, non deve preoccuparsi... lei non ha idea
di che traffico ci sta. E' tutto bloccato. Sarà rimasto bloccato nel traffico..."
Lei: "Uh maronn! E si o' fermano..."
Io: "Beh, se lo fermano perde qualche minuto in più... ma poi arriva. Ci vuole
tempo perchè c'è traffico."
Lei: "No no! Se lo fermano... è nu guajo! Chillo nun tene a patente!"
Io: "Azz, s'è scurdat a patente a casa..."
Lei: "No no ma chiiiii! La patente? Alfonsino non l'ha mai tenuta, non l'ha
mai pigliata!"
Io: "Ehm... ma la macchina..."
Lei: "Che c'azzecca? Alfonsino a' machina a sape purtà..."
Io: "No dico... come ha fatto a comprare la macchina, senza la patente?"
Lei: "Che c'azzecca? A' machina è arrubbata..."
(Anche su questo punto, c'è da dire che ancora oggi
nun e' cagnat' o riest e nient)
Provate ad immaginare la mia faccia qualche mese dopo, quando una sera,
dopo essere stato da lei al quinto piano, essere andato via, e scambiato due chiacchiere
con Alfonsino, mi ritrovai con la 500 che non andava in moto...
Alfonsino si fiondò fuori, urlando: "Alessa'! Nun te preoccupa'! T'presto
a machina mia!"
"No no, m'a faccio a piedi!", risposi frettolosamente...
L'epilogo fu un giorno d'estate.
Ero a casa, alle 14.00, e stavo guardando distrattamente il TG3 regionale,
quando per un attimo, uno solo, passò sullo schermo l'immagine di
Alfonsino ammanettato tra due poliziotti.
Prima o poi doveva succedere.
Oramai non stavo più con quella lei lì, le nostre strade si erano
separate, ed ora frequentavo una ragazza che almeno mi permetteva di
vestire come diavolo mi pareva, senza mantelli neri, anche se pure
questa nel suo palazzo non aveva l'ascensore. Ma almeno era al terzo
piano e non al quinto.
Nonostante questo, volli passare lo stesso nel vicolo, di giorno,
e infatti trovai la moglie di Alfonsino.
Io: "Signo'... che è succies?"
Lei: "Eh... che vulite ca succer..."
Io: "Eh, ho saputo..."
Lei: "Ah, avete saputo che sono di nuovo incinta!"
Io: "Eh???"
Lei: "Io c'ho riciett a Alfonsino bello! Statt accort, nun m'mettere
incinta, ca t'arrestano n'ata vota! Nun m'è stat a sentì, e dopo
manco due mesi... l'hanno arrestato".
Potrei anche chiudere qui questa storia. Ma non si può, per motivi di
onestà intellettuale da parte mia. Perchè manca ancora una cosa: manca
il movente. Manca cioè il motivo che mi ha spinto a scrivere queste cose.
Allora prima di tutto lo ammetto:
oggi sono un po' triste. Lo sono da qualche giorno.
Nei giorni scorsi, per motivi monnezzari, ho sentito telefonicamente
alcuni attivisti napoletani, tra i quali alcuni con i quali ho condiviso
antiche esperienze politiche, di amicizia e di vita. Così ho saputo che un paio di mesi fa,
all'età di 56 anni, Alfonsino è morto. Ha avuto un infarto. Una vita di stenti
che l'ha fiaccato. Senza concedergli un attimo di respiro.
Una vita che probabilmente non gli ha dato molto, se non la capacità di
arrangiarsi. E la bravura come ladruncolo di utilitarie.
Una vita che gli ha giocato anche un brutto tiro proprio alla fine, un brutto tiro
che poteva risparmiarsi: Alfonsino è morto giusto una settimana prima che
il suo figlio maggiore, che ora ha 28 anni, conseguisse la laurea in
Lettere, all'Università Federico II. Ma quella seduta di laurea lui, Alfonsino,
non ha potuto vederla.
Nonostante non l'abbia vista, è riuscito a gettare, tra mille stenti, i semi
di un avvenire migliore per quei suoi cinque figli.
E allora, anche se passerà alla storia il fatto che è morto un pregiudicato
storico, mi viene da pensare senza alcuna retorica che Alfonsino, anche se
post mortem, in fondo ha vinto la sua battaglia: quella per la sopravvivenza.
Esiste una particolare tipologia di frana che si chiama "Colata rapida".
Le frane da scorrimento-colata rapida di fango avvengono durante prolungati periodi piovosi e si attivano in concomitanza di eventi meteorici record, è un tipo di frana molto liquida, ed ha origine all'interno del manto di copertura piroclastica sui massicci cartonatici. In genere la frana inizia con un piccolo smottamento più a monte in corrispondenza di punti deboli (balze rocciose, strade etc.) che impatta sul versante di terreni piroclastici saturi d'acqua che scorrono a valle con notevole energia.
Il 5 maggio 1998 la pioggia su Sarno era insistente, sottile. Non pioveva forte, erano goccioline,
ma continue, da giorni. E faceva caldo, come sempre a maggio in Campania.
La montagna era da giorni ricoperta da una fittissima nuvola, scesa fino alle sue pendici. Era una nuvola,
non era nebbia, era una nuvola nera di pioggia, pesante, tale da impedire totalmente la visuale. Quello fu un problema.
"Se solo avessimo potuto vedere", dicono oggi molti dei superstiti.
Da dietro quella nuvola, iniziò la tragedia. La montagna decise di partorire, e partorì.
Rilasciò così, molto piano, le sue creature. 143 frane, 14 solo su Sarno.
Iniziarono alle 4 del pomeriggio, e continuarono con la costanza di uno stillicidio. Ma sempre sorprendenti,
spiazzanti, imprevedibili.
Scesero a velocità diverse, e con rumori diversi.
Alcune furono silenziose e improvvise, altre passarono con un suono assordante, altre ancora si
annunciarono con colpi simili a dei tuoni. Alcune liquide, altre cremose e piene
di terreno. Non ci fu mai un solo fronte da cui guardarsi: scesero in luoghi sempre diversi. Prima
divisero il paese a metà, poi lo circondarono, lo isolarono facendo saltare luce e telefoni, e
continuarono a ricomparire, sempre altrove, sempre in luoghi nuovi, trasformando alla fine Episcopio e Sarno,
ma anche Quindici e Bracigliano, in una fitta polvere di aree sommerse, dove ognuno venne intrappolato.
Molti abitanti restarono a guardare, convinti che il peggio fosse passato. Molti restarono perché non
capirono.
E a mezzanotte, quando oramai si era diffusa la convinzione che il peggio fosse finalmente passato,
i feriti erano già tutti in ospedale, e già si lavorava a tirare fuori le persone dal fango, venne
il colpo finale.
Con un rombo che questa volta sembrò un terremoto venne rilasciata la frana di proporzioni
maggiori. Una colata larga cento metri, in alcuni punti alta trenta, cancellò una intera fetta
del paese, e prese in pieno l'ospedale, simbolo della lotta che comunque si era opposta fino a quel momento
alla catastrofe.
La colata di mezzanotte tolse ogni speranza. Travolse ospedale e soccorritori. Lasciò in aria una nube di
polvere marroncina. Nella notte rimasero solo i trilli dei telefonini
ancora carichi, e le urla dei sopravvissuti che gridavano nel vuoto.
Quelle stesse urla disperate, ci accolsero la mattina del 6 maggio 1998.
Dal 1918, l'Italia è stata colpita da 5.358 grandi alluvioni e 11.455 frane. Negli ultimi anni, questi eventi hanno provocato 3.448 vittime, 2.447 per frane e 1.041 per alluvioni.
I comuni italiani a rischio sono 2.960, tra cui Sarno e Quindici, i due paesi maggiormente colpiti dalla frana
del 1998, poichè posti su una zona geologicamente instabile ed esposta a frane estremamente rapide.
E' per queste ragioni che la prevenzione ed il controllo possono risultare determinanti.
Quanto alla prevedibilità del disastro di Sarno, c'è un fax della Regione Campania. Testo che
spiega molte cose. Con questo fax si invitavano i sindaci "ad attivare le misure necessarie per garantire la salvaguardia della popolazione". Il fax arrivò ai comuni dieci ore dopo che il fango aveva devastato i paesi, demolito le
case e ucciso gli abitanti. Ed è proprio il fax che fornisce la drammatica risposta all'interrogativo
se la sciagura fosse prevedibile o no. Per chi volesse leggerlo, sta qua.
Sullo stesso argomento, consiglio il videoclip pubblicato da
Edoardo Farina.
Il resto è silenzio. E che sia silenzio. Per rispetto di 150 morti. Soprattutto, non mi va di
raccontare, nonostante siano passati 10 anni, quel che vidi a Sarno quando vi arrivai.
Preferisco il silenzio anche perchè per me Sarno è una ferita non ancora chiusa.
In Italia, l’ultimo inverno di guerra è terribile.
Gli Alleati sono bloccati sulla Linea Gotica, che taglia la penisola da est ad
ovest all’altezza della Toscana, mentre le atrocità dei nazisti ai danni della
popolazione civile si moltiplicano.
Solo all’inizio della primavera il generale Alexander lancia l’offensiva
finale: il 21 aprile gli anglo-americani entrano a Bologna e si aprono definitivamente
la strada verso la valle del Po.
Le bande partigiane, contemporaneamente, attaccano le città ancora occupate,
dove la popolazione civile insorge contro i nazisti e i fascisti. Entro il
25 aprile i centri maggiori (Milano, Bologna, Genova, Venezia) vengono
liberati, alcuni giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate.


Comunicato del Comitato di Liberazione Nazionale - 21 aprile 1945
Ai Cln, ai comitati di agitazione, ali operai, ai tecnici, agli impiegati: Direttive
per l'insurrezione nazionale, n. 1, 21 aprile 1945
Ad integrazione dei compiti militari previsti per le formazioni del Corpo volontari della libertà, il pieno successo dell'insurrezione nazionale che deve liberare le nostre terre dall'oppressione e dal saccheggio nazifascista richiede l'attiva e cosciente partecipazione di tutte le popolazioni delle città e delle campagne. Dei compiti di una particolare importanza spettano in questo campo alla massa degli operai, dei tecnici, degli impiegati, concentrati nei maggiori stabilimenti industriali. Perché tali compiti possano essere assolti con la massima efficienza, è necessario che tutti si attengano alle presenti direttive del Comitato di liberazione nazionale, ed a quelle che verranno successivamente impartite.
Alla proclamazione dello sciopero insurrezionale, gli operai, gli impiegati, i tecnici, i lavoratori tutti dovranno portarsi tutti, ognuno al proprio stabilimento, alla propria officina, al proprio cantiere o ufficio.
Gli stabilimenti rappresentano il centro di mobilitazione e la fortezza dell'insurrezione nazionale. E' dalle fabbriche, dai cantieri, dalle officine che le squadre dei lavoratori, dei patrioti partiranno per dare man forte ai Gap, alle Sap, ai partigiani per ingrossare le file dei combattenti, per occupare i punti più importanti della città, per scacciare dai loro nidi di resistenza i nazifascisti.
Per leggerlo integralmente:
Anpi Roma
Ed ora, le cose serie.
Per questo 25 aprile, vorrei raccontare brevemente qualcosa di una persona di
cui non si sa quasi nulla. Una persona alla quale non sono intitolate strade,
non sta nei libri di storia, ma che ha dato un contributo fortissimo alla
Resistenza. Oggi vorrei raccontare, anche se mi fa male e mi fa venire le
lacrime, brevemente di
Irma Marchiani Detta "Paggetto", detta anche "Anty"
Irma-Paggetto era una casalinga, ma anche una pittrice. Nata a Firenze il 6 febbraio 1911. Di estrazione
e cultura antifascista e libertaria.
Nei primi mesi del 1944 è informatrice e staffetta di gruppi partigiani formatisi
sull'Appennino modenese. Nella primavera dello stesso anno entra a far parte del
Battaglione "Matteotti", Brigata "Roveda", Divisione "Modena", all'interno di
questa formazione partigiana, partecipa ai combattimenti di Montefiorino.
Nei giorni seguenti, succede qualcosa di spiacevole.
Un partigiano della sua
divisione, un ragazzo appena diciottenne, viene ferito gravemente. Irma, assumendosi
un grave rischio, tenta di farlo ricoverare in ospedale. Ma l'ospedale è pieno di
italiani che collaborano con i tedeschi... Viene riconosciuta e denunciata al drappello delle SS più vicino, viene catturata. Viva la delazione.
Le truppe di occupazione nazista la traducono immediatamente nel
campo di concentramento di Corticelli (Bologna), dove viene seviziata, stuprata,
condannata a morte senza processo, poi la condanna viene trasformata in un'altrettanto
dura deportazione in Germania.
Ma forse i tedeschi non avevano fatto i conti con lo spirito combattivo di
Anty.
Così, la partigiana 33enne durante una notte senza luna riesce a fuggire dal
campo di concentramento :)
Dopo la fuga, ricercata un po' da tutti, rientra nella sua formazione partigiana,
di cui è nominata dapprima commissario, poi ne diviene il vice-comandante. E' stata la prima donna ad avere un compito di comando in una brigata partigiana. Il suo
ruolo era contemporaneamente di infermiera, propagandista e combattente. Irma è
fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese, fra cui quelle di Monte Penna,
Bertoceli e Benedello.
L'autunno 1944 vede i tedeschi in ritirata attestarsi fortemente nel modenese,
immediatamente al di sopra della linea gotica. La Divisione Modena effettua varie
azioni di guerriglia ma l'11 novembre 1944, mentre con la formazione ridotta
senza munizioni tenta di attraversare le linee, viene di nuovo catturata, assieme ad
una staffetta che si chiamava Gaetano Ruggeri, da una pattuglia tedesca in perlustrazione.
Viene condotta a Rocca Cometa, dove viene riconosciuta. Viene trasferia a Pavullo nel
Frignano.
Viene processata il 26 novembre I944, a Pavullo, da ufficiali tedeschi
del Comando di Bologna, senza alcun diritto alla difesa. Infatti non è un processo lungo. Il processo inizia alle 15.00, e
termina alle 16.30. Le viene concesso solo di scrivere una lettera e di fumare una
sigaretta, poi viene fucilata alle ore 17, da un plotone tedesco, nei pressi delle
carceri di Pavullo, con Renzo Costi, Domenico Guidani e Gaetano Ruggeri.
Oggi è Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Di lei, ho trovato una lettera, indirizzata al fratello, che da bene l'idea della
tempra della persona.
Sestola, da la "Casa del Tiglio", 1° agosto 1944
Carissimo Piero, mio adorato fratello, la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l'ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me. Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori. Non ti meraviglia questa mia decisione, vero?
Sono certa sarebbe pure la tua, se troppe cose non ti assillassero. Bene, basta uno della famiglia e questa sono io. Quando un giorno ricevetti la risposta a una lettera di Pally che l'invitavo qui, fra l'altro mi rispose "che diritto ho io di sottrarmi al pericolo comune?" E' vero, ma io non stavo qui per star calma, ma perché questo paesino piace al mio spirito, al mio cuore. Ora però tutto è triste, gli avvenimenti in corso coprono anche le cose più belle di un velo triste. Nel mio cuore si è fatta l'idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta. "Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare", mi ha detto il comandante, "la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumere, ma tu sì". Eppure mi aveva veduto solo due volte.
Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascierà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.
Ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva. Sono una creatura d'azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un'anima desiderosa di raggiungere qualche cosa, l'immobilità non è fatta per me, se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi. Pensami, caro Piero, e benedicimi. Ora vi so tutti in pericolo e del resto è un po' dappertutto. Dunque ti saluto e ti bacio tanto tanto e ti abbraccio forte.
Tua sorella Paggetto
Ringrazia e saluta Gina.
Quando il 26 novembre viene condannata alla fucilazione immediata, le viene dato il
tempo di scrivere solo poche righe.
Irma le indirizza a sua sorella.
Carcere di Pavullo, 26.11.1944
Mia adorata Pally, sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno.
Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui... fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci dal tuo e vostro Paggetto
Vorrei essere seppellita a Sestola.
Una scheda che la riguarda sta sul sito dell'
ANPI.
L'originale della lettera scritta prima della fucilazione è questa:
Pare che ci sia allarme-Croazia in questi giorni.
Io sono passato per la Croazia solo quattro volte in
vita mia, e tutte e quattro volte ho avuto problemi con
le forze dell'ordine. Nel senso che insultavano, alzavano
i toni, si rigiravano i documenti quattro o cinque volte. E
non posso dimenticare le facce schifate, non appena leggevano
"Repubblica Italiana" sul passaporto.
Una volta, nel 2000, ero in treno. Alla dogana Ungheria-Croazia,
dopo il controllo doganale ungherese,
sale il poliziotto croato, entra nel compartimento e... ahimè,
mi trova in piedi che guardavo dal finestrino. Mi urlò in
serbo-croato di sedermi immediatamente, brandendo già le manette.
E non mancò di aggiungere, sempre in serbo-croato, ružan
talijanskoga, o qualcosa del genere, che letteralmente significherebbe italiano
di merda, o per lo meno brutto italiano. Contava sul fatto
che io non capissi neanche una parola della sua lingua.
Non ci fu reazione da parte mia, mi restituì il passaporto con sguardo
incazzato, ed io aspettai che se ne andasse senza sorridere e senza
salutare.
Ma a quanto pare, mi è andata bene. Molto bene.
Per chi volesse approfondire, consiglio vivamente
di leggere il caso di Giuseppe Monsurrò, al quale invece è andata
peggio.
Saltando di palo in frasca, ricordo l'appuntamento di
stasera, ore 18.30, presso Libreria Rinascita di via
Prospero Alpino, 48 Roma (zona Garbatella-circ. Ostiense),
presentazione del libro "Le vie infinite dei rifiuti - il
sistema campano", di Alessandro Iacuelli.
Con tanto di
mappa stradale
per chi teme magari di perdersi :)
Oggi è il compleanno di
Lui. Nessuno gli fa gli auguri?
Passiamo a cose più serie che è meglio.
Era il 5 febbraio 1994, quando l'assedio di Sarajevo raggiunse il suo picco più terribile. Quel giorno, si consumò quella che è passata alla storia come la strage del mercato coperto, situato in mula Mustafe Bašeskije.
Visualizzazione ingrandita della mappa
Morirono in un solo attimo 69 persone, con un contorno di almeno 200 feriti.
Per capire quella strage, bisognerebbe tornare indietro nel tempo, cosa che
intendo fare solo parzialmente. Sul come la guerra in Jugoslavia sia arrivata
a Sarajevo, già scrissi molto abbondantemente a stampa (all'epoca Internet
non c'era) nel 1995, con l'assedio ancora in corso. Un opuscolo che veniva distribuito
ai banchi informativi sulla guerra in Bosnia, lungo una sessantina di pagine. E
siccome sono passati
anni, e non trovo neanche sottomano una copia (mi sa che è rimasta a Napoli mentre
ora sono a Roma), meglio partire dall'inizio dell'assedio stesso.
E' stato il più lungo assedio nella storia bellica moderna, infatti è durato dal
5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Roba che a confronto anche l'assedio di
Leningrado impallidisce.
Partiamo allora proprio da quel 5 aprile 1992. Era il giorno della dichiarazione di
indipendenza della Bosnia-Erzegovina, dichiarazione giunta dopo già oltre un anno
di guerra. Quel mattino, presero il via manifestazioni di massa contro la guerra,
e il gruppo maggiore di manifestanti si diresse verso il palazzo del Parlamento. I
soldati serbi iniziarono a sparare sulla folla dalla sede del Partito Democratico
Serbo, uccidendo due persone. Nello stesso giorno, i paramilitari serbi attaccarono
l'Accademia di Polizia di Sarajevo, posizione di comando strategica a Vraca, nella
parte alta della città.
I manifestanti ed i patrioti bosniaci però non avevano fatto i conti con la
JNA (Jugoslovenska narodna armija - Armata Popolare Jugoslava). Infatti,
le forze della JNA si erano mobilitate già da qualche settimana, prendendo
posizione sulle colline che circondano la città. Proprio in previsione (politica,
prima ancora che militare) della dichiarazione di indipendenza. Il governo
provvisorio bosniaco, ancora prima della dichiarazione di indipendenza, aveva
chiesto formalmente al governo della Jugoslavia di ritirare quelle forze. Il
governo di Miloševic acconsentì a ritirare i soldati, ma solo quelli che non
erano di nazionalità bosniaca, cioè praticamente un numero assolutamente
insignificante.
Non appena il 5 aprile le manifestazioni degenerarono in sparatorie, la JNA
iniziò a chiudere gli accessi alla città. Chiudendo dentro non solo i cittadini
bosniaci, ma anche gli stessi connazionali serbi. Manovra fatta apposta, per
scatenare scontri tra fazioni all'interno di una città dalla quale non si poteva
uscire.
Il 2 maggio 1992 fu attuato sulla città il blocco completo: le principali strade
che conducevano in città furono bloccate, così come i rifornimenti di cibo
e medicine. Non solo. La JNA provvide anche a tagliare
l'acqua, l'elettricità ed il riscaldamento.
Il numero dei soldati serbi intorno a Sarajevo era inferiore a quello dei
difensori bosniaci nella città; i primi erano però meglio armati. Dopo
il fallimento dei tentativi iniziali di assaltare la città con le colonne
armate della JNA, le forze di assedio bombardarono continuamente indebolendo
la città dalle montagne, partendo da almeno duecento bunker rinforzati.
I rapporti indicano una media di circa 329 bombardamenti al giorno durante il corso dell'assedio, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Gli incendi causati dalle bombe danneggiarono seriamente le strutture della città, inclusi gli edifici civili e culturali. Dal settembre 1993, i rapporti sottolineano il fatto che tutti gli edifici di Sarajevo sono stati danneggiati, e 35.000 completamente distrutti. Tra le costruzioni obiettivo dei bombardamenti vi furono anche ospedali e centri medici, centri di comunicazione e media, centri industriali, edifici del governo, militari e dell'ONU. Tra i danneggiamenti più rilevanti ci furono quelli della Presidenza della Bosnia Erzegovina e della Biblioteca Nazionale, che bruciò completamente insieme a migliaia di testi non più recuperabili.
Sono stati proprio i bombardamenti della città a contribuire pesantemente al numero delle
vittime. Le uccisioni di massa sono state dovute principalmente all'impatto di ordigni mortali,
ed è stato questo, in pratica, l'unico "argomento" che ha avuto molto scalpore in Occidente.
Il 1° giugno 1993 15 persone rimasero uccise e 80 ferite durante una partita di calcio. Il
12 giugno dello stesso anno 12 persone furono uccise mentre facevano la fila per l'acqua.
In questo quadro, si arrivò a quel fatale 5 febbraio 1994, quando un colpo di
obice colpì in pieno il mercato coperto, dove la gente era in fila in attesa di qualcosa
da mangiare.
L'accordo per il "cessate il fuoco" fu raggiunto solo nell'ottobre 1995. Ma non bastò.
Fu necessaria la pressione della forza internazionale ONU. Ma la risposta serba fu
un raid contro un sito di raccolta delle armi dell'ONU. A quel punto scattò la rappresaglia
internazionale, culminata con un'azione da parte dei jet della NATO, che attaccarono
depositi di munizioni serbe e altri obiettivi militari strategici. Solo dopo questa
prova di forza i combattimenti diminuirono, e i serbi persero via via sempre
più terreno nell'area di Sarajevo. Il riscaldamento, l'elettricità e l'acqua poterono
finalmente tornare in città, ed il 29 febbraio 1996 l'assedio fu finalmente tolto.
Tolto l'assedio, si è scoperto definitivamente quel già si sapeva, cioè che
in città le forze armate bosniache erano praticamente assenti, pertanto tutto l'assedio
è stato condotto contro la popolazione civile.
Solo nel giugno 2003 si è concluso il processo contro il generale Stanislav Galic,
a capo dell'assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1994.
Durante i 32 mesi nei quali Galic è stato a capo delle operazioni, almeno
1.185 Sarajevesi furono uccisi e 4.701 feriti. Galic si è proclamato innocente
di fronte alle accuse di crimini contro l'umanità e di violazione delle leggi e
costumi di guerra.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, Sarajevo conosceva l'assedio più lungo del ventesimo secolo: 1350 giorni in totale. E questo sotto gli occhi del mondo intero! Agli ordini – in particolare - del
generale Stanislav Galic, la città e i suoi abitanti erano regolarmente e sistematicamente
presi a bersaglio, i civili erano nel mirino dei cecchini e le vie esposte ai colpi di
mortaio. Obiettivo: uccidere e ferire, certamente, ma anche e soprattutto terrorizzare
una popolazione sguarnita, disarmata e abbandonata da una comunità internazionale per
lungo tempo composta da assenti.
Il primo occidentale a poter rientrare dentro la città è stato
Christophe Solioz (a noialtri è stato permesso anche il solo spedire
aiuti umanitari soltanto dopo l'ottobre 1995, ma questa è un'altra storia
forte del mio passato, e magari la racconto un'altra volta).
Solioz, una volta stabilitosi nella città, iniziò a raccogliere le testimonianze
dei sopravvissuti (ne avrebbe raccolte 200).
Ce n'è una che mi ha impressionato molto. Ed è una barzelletta che ha raccolto
lì, che si raccontavano tra loro i bambini di Sarajevo:
Durante uno dei numerosi bombardamenti di Sarajevo, Huso si affretta a rifugiarsi
nella cantina del suo condominio. Nel cortile vede il suo amichetto Haso dondolarsi
su un'altalena da bambini.
"Hei, Haso – gli dice Huso senza fiato – tutta Sarajevo rischia di restarci. Salva
la pelle finchè sei in tempo..."
"Cosa credi... non mi sto dondolando... - risponde Huso – sto solo facendo
diventar matto un cecchino serbo..."
Per approfondire:
Rapporto delle Nazioni Unite sull'assedio (in inglese)
Lista (non completa) delle persone uccise durante l'assedio (in serbo-croato)
Sito ufficiale della città di Sarajevo.
Voce Sarajevo di Wikipedia.
Per chi non lo sapesse, Sarajevo è gemellata con Napoli.
Sull'argomento, Alberto Bobbio ha scritto un ottimo volume nel
2005, a dieci anni di distanza. Per maggiori informazioni,
vedere qui.