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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
Trenta anni dopo
Identità di un blog (e di chi lo scrive)
La grande truffa
Venticinque anni dopo
Ti spio anche senza risposta
Il valore della Moneta
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Come muore la mia terra
Osservando Napoli
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Oggi è il compleanno di
Lui. Nessuno gli fa gli auguri?
Passiamo a cose più serie che è meglio.
Era il 5 febbraio 1994, quando l'assedio di Sarajevo raggiunse il suo picco più terribile. Quel giorno, si consumò quella che è passata alla storia come la strage del mercato coperto, situato in mula Mustafe Bašeskije.
Visualizzazione ingrandita della mappa
Morirono in un solo attimo 69 persone, con un contorno di almeno 200 feriti.
Per capire quella strage, bisognerebbe tornare indietro nel tempo, cosa che
intendo fare solo parzialmente. Sul come la guerra in Jugoslavia sia arrivata
a Sarajevo, già scrissi molto abbondantemente a stampa (all'epoca Internet
non c'era) nel 1995, con l'assedio ancora in corso. Un opuscolo che veniva distribuito
ai banchi informativi sulla guerra in Bosnia, lungo una sessantina di pagine. E
siccome sono passati
anni, e non trovo neanche sottomano una copia (mi sa che è rimasta a Napoli mentre
ora sono a Roma), meglio partire dall'inizio dell'assedio stesso.
E' stato il più lungo assedio nella storia bellica moderna, infatti è durato dal
5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Roba che a confronto anche l'assedio di
Leningrado impallidisce.
Partiamo allora proprio da quel 5 aprile 1992. Era il giorno della dichiarazione di
indipendenza della Bosnia-Erzegovina, dichiarazione giunta dopo già oltre un anno
di guerra. Quel mattino, presero il via manifestazioni di massa contro la guerra,
e il gruppo maggiore di manifestanti si diresse verso il palazzo del Parlamento. I
soldati serbi iniziarono a sparare sulla folla dalla sede del Partito Democratico
Serbo, uccidendo due persone. Nello stesso giorno, i paramilitari serbi attaccarono
l'Accademia di Polizia di Sarajevo, posizione di comando strategica a Vraca, nella
parte alta della città.
I manifestanti ed i patrioti bosniaci però non avevano fatto i conti con la
JNA (Jugoslovenska narodna armija - Armata Popolare Jugoslava). Infatti,
le forze della JNA si erano mobilitate già da qualche settimana, prendendo
posizione sulle colline che circondano la città. Proprio in previsione (politica,
prima ancora che militare) della dichiarazione di indipendenza. Il governo
provvisorio bosniaco, ancora prima della dichiarazione di indipendenza, aveva
chiesto formalmente al governo della Jugoslavia di ritirare quelle forze. Il
governo di Miloševic acconsentì a ritirare i soldati, ma solo quelli che non
erano di nazionalità bosniaca, cioè praticamente un numero assolutamente
insignificante.
Non appena il 5 aprile le manifestazioni degenerarono in sparatorie, la JNA
iniziò a chiudere gli accessi alla città. Chiudendo dentro non solo i cittadini
bosniaci, ma anche gli stessi connazionali serbi. Manovra fatta apposta, per
scatenare scontri tra fazioni all'interno di una città dalla quale non si poteva
uscire.
Il 2 maggio 1992 fu attuato sulla città il blocco completo: le principali strade
che conducevano in città furono bloccate, così come i rifornimenti di cibo
e medicine. Non solo. La JNA provvide anche a tagliare
l'acqua, l'elettricità ed il riscaldamento.
Il numero dei soldati serbi intorno a Sarajevo era inferiore a quello dei
difensori bosniaci nella città; i primi erano però meglio armati. Dopo
il fallimento dei tentativi iniziali di assaltare la città con le colonne
armate della JNA, le forze di assedio bombardarono continuamente indebolendo
la città dalle montagne, partendo da almeno duecento bunker rinforzati.
I rapporti indicano una media di circa 329 bombardamenti al giorno durante il corso dell'assedio, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Gli incendi causati dalle bombe danneggiarono seriamente le strutture della città, inclusi gli edifici civili e culturali. Dal settembre 1993, i rapporti sottolineano il fatto che tutti gli edifici di Sarajevo sono stati danneggiati, e 35.000 completamente distrutti. Tra le costruzioni obiettivo dei bombardamenti vi furono anche ospedali e centri medici, centri di comunicazione e media, centri industriali, edifici del governo, militari e dell'ONU. Tra i danneggiamenti più rilevanti ci furono quelli della Presidenza della Bosnia Erzegovina e della Biblioteca Nazionale, che bruciò completamente insieme a migliaia di testi non più recuperabili.
Sono stati proprio i bombardamenti della città a contribuire pesantemente al numero delle
vittime. Le uccisioni di massa sono state dovute principalmente all'impatto di ordigni mortali,
ed è stato questo, in pratica, l'unico "argomento" che ha avuto molto scalpore in Occidente.
Il 1° giugno 1993 15 persone rimasero uccise e 80 ferite durante una partita di calcio. Il
12 giugno dello stesso anno 12 persone furono uccise mentre facevano la fila per l'acqua.
In questo quadro, si arrivò a quel fatale 5 febbraio 1994, quando un colpo di
obice colpì in pieno il mercato coperto, dove la gente era in fila in attesa di qualcosa
da mangiare.
L'accordo per il "cessate il fuoco" fu raggiunto solo nell'ottobre 1995. Ma non bastò.
Fu necessaria la pressione della forza internazionale ONU. Ma la risposta serba fu
un raid contro un sito di raccolta delle armi dell'ONU. A quel punto scattò la rappresaglia
internazionale, culminata con un'azione da parte dei jet della NATO, che attaccarono
depositi di munizioni serbe e altri obiettivi militari strategici. Solo dopo questa
prova di forza i combattimenti diminuirono, e i serbi persero via via sempre
più terreno nell'area di Sarajevo. Il riscaldamento, l'elettricità e l'acqua poterono
finalmente tornare in città, ed il 29 febbraio 1996 l'assedio fu finalmente tolto.
Tolto l'assedio, si è scoperto definitivamente quel già si sapeva, cioè che
in città le forze armate bosniache erano praticamente assenti, pertanto tutto l'assedio
è stato condotto contro la popolazione civile.
Solo nel giugno 2003 si è concluso il processo contro il generale Stanislav Galic,
a capo dell'assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1994.
Durante i 32 mesi nei quali Galic è stato a capo delle operazioni, almeno
1.185 Sarajevesi furono uccisi e 4.701 feriti. Galic si è proclamato innocente
di fronte alle accuse di crimini contro l'umanità e di violazione delle leggi e
costumi di guerra.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, Sarajevo conosceva l'assedio più lungo del ventesimo secolo: 1350 giorni in totale. E questo sotto gli occhi del mondo intero! Agli ordini – in particolare - del
generale Stanislav Galic, la città e i suoi abitanti erano regolarmente e sistematicamente
presi a bersaglio, i civili erano nel mirino dei cecchini e le vie esposte ai colpi di
mortaio. Obiettivo: uccidere e ferire, certamente, ma anche e soprattutto terrorizzare
una popolazione sguarnita, disarmata e abbandonata da una comunità internazionale per
lungo tempo composta da assenti.
Il primo occidentale a poter rientrare dentro la città è stato
Christophe Solioz (a noialtri è stato permesso anche il solo spedire
aiuti umanitari soltanto dopo l'ottobre 1995, ma questa è un'altra storia
forte del mio passato, e magari la racconto un'altra volta).
Solioz, una volta stabilitosi nella città, iniziò a raccogliere le testimonianze
dei sopravvissuti (ne avrebbe raccolte 200).
Ce n'è una che mi ha impressionato molto. Ed è una barzelletta che ha raccolto
lì, che si raccontavano tra loro i bambini di Sarajevo:
Durante uno dei numerosi bombardamenti di Sarajevo, Huso si affretta a rifugiarsi
nella cantina del suo condominio. Nel cortile vede il suo amichetto Haso dondolarsi
su un'altalena da bambini.
"Hei, Haso – gli dice Huso senza fiato – tutta Sarajevo rischia di restarci. Salva
la pelle finchè sei in tempo..."
"Cosa credi... non mi sto dondolando... - risponde Huso – sto solo facendo
diventar matto un cecchino serbo..."
Per approfondire:
Rapporto delle Nazioni Unite sull'assedio (in inglese)
Lista (non completa) delle persone uccise durante l'assedio (in serbo-croato)
Sito ufficiale della città di Sarajevo.
Voce Sarajevo di Wikipedia.
Per chi non lo sapesse, Sarajevo è gemellata con Napoli.
Sull'argomento, Alberto Bobbio ha scritto un ottimo volume nel
2005, a dieci anni di distanza. Per maggiori informazioni,
vedere qui.
Ed anche stavolta sono 38 anni. La verità oramai si sa, ma la giustizia non c'è
stata. E' stata affossata.
Era destino che dopo il post di qualche giorno fa andassimo a finire in una delle pagine
più buie della storia del nostro Paese.
Quella sera a Milano era caldo,
ma che caldo che caldo faceva.
Brigadiere apra un pò la finestra
e ad un tratto Pinelli cascò.
Per leggerne più seriamente (che io non ho la forza di scriverne, essendo emotivamente
coinvolto), consiglio vivamente:
Antiwarsongs.
Spartaus.
Voce "Pinelli" di Wikipedia.
Circolo Ponte
della Ghisolfa.
Con l'occasione, a 38 anni di non giustizia, faccio un sentito ringraziamento
al Sostituto Procuratore milanese Gerardo D'Ambrosio, che seppe insabbiare e
archiviare l'inchiesta come mai avvenuto nella storia più nera d'Italia, inventando
la geniale dicitura di morte per malore attivo.
Questo insabbiamento della verità, questo asservimento a quei poteri deviati che
si sono fatti vivi a Piazza Fontana, come a Piazza Loggia, come sul treno Italicus, gli
hanno permesso di far carriera fino ad oggi, fino a rifarsi una faccia pulita (vedi
mani pulite), e fino ad arrivare a sedere al parlamento.
Viceversa, tanto di cappello, a Indro Montanelli e Giorgio Bocca, che
non cascarono nella trappola, e fin da subito cercarono di far capire, attraverso i
loro giornali, quale fosse la verità. Oggi, a quasi 40 anni di distanza, sappiamo che
avevano visto giusto.
Sono passati 38 anni. Assurdo, per un Paese civile. Infatti anche per questo noi non lo siamo.
Sono 38 anni che se ne parla. 38 anni che non si raggiunge la
verità, anzi. Sono 38 anni che la si nasconde. Certo, diciamolo
una volta per tutte che quella verità la sappiamo tutti, che non
è affatto nascosta. Solo che vorremmo vederla ufficializzata, e non
strisciante e diffusa tra la gente, ma sempre tacciata di non
essere una verità.
Scriverne ancora, sarebbe altrettanto assurdo, visto che oramai
si è detto di tutto e di più, e si rischierebbe anche di
scadere nella demagogia. Anche qui
se ne è già parlato due anni fa.
E allora, per evitare di fare chiacchiere inutili, tipo come e quanto sia
cambiata (in peggio) la storia d'Italia, ecc. e cose varie che ho già detto e scritto
in mille altre occasioni, io oggi dico solo quel
che conta veramente:
Giovanni Arnoldi
Giulio China
Ennio Corsini
Pietro Dendena
Carlo Gaiani
Calogero Galatioto
Carlo Garavaglia
Paolo Gerli
Luigi Meloni
Mario Pasi
Carlo Perego
Oreste Sangallo
Angelo Scaglia
Carlo Silva
Attilio Valè
Se proprio qualcuno avesse ancora bisogno di approfondire,
c'è sempre
Wikipedia.
Qualche documento interessante sul dopo-strage, viene riportato da
joy_lb.
Quanto segue non è farina del mio sacco. Sia chiaro fin da ora.
E' una lettera vecchia di oltre 20 anni, scritta da un parente
acquisito (e poi perduto) dalla famiglia di mio
padre, e finita nelle mie mani.
La pubblico qui, oggi, perchè verosimilmente è stata scritta proprio
il 27 novembre, di 27 anni fa. A quattro giorni dalla tragedia.
La metto qui, così com'è.
Ho le mani che sanguinano. Scorticate.
Nonostante i guanti pesanti. Non sono serviti a non rompermi le mani. Si sono invece
rotti i guanti. Devo scrivere piano, perchè ho le dita che mi fanno male.
La sera di domenica 23, ero in auto. Andavo a Bari, dove avrei dovuto essere per
lavoro il giorno dopo. Siccome dovevo essere lì presto, verso le 9.00 del mattino di
lunedì, e di solito all'alba la zona tra Campania e Puglia è piena di nebbia, ho
preferito partire la domenica sera, poco prima delle 19.00, dopo aver salutato la
mia compagna, e la nostra bellissima figlia di 4 mesi.
All'ora del terremoto ero in autostrada, più o meno all'altezza
di Lacedonia, quindi molto vicino all'epicentro. Nonostante questo, non mi accorsi
di nulla. Sono passato a breve distanza dall'epicentro del più grande terremoto della
fine del'900, senza praticamente avvertirlo.
Ho saputo del terremoto solo quando mi sono fermato ad un'area di servizio.
Ho cercato di mettermi in contatto con la mia famiglia, ma inutilmente, il black out
telefonico era totale. Dalle poche notizie che siamo riusciti ad apprendere dalla
radio dell'autogrill, che era sintonizzata su Radio Uno, capii che si trattava di
qualcosa di grosso, e che c'erano di sicuro molti morti, sparsi su tre grandi
provincie di due Regioni d'Italia. Ed io ero lì. Ero sano, e non potevo certo restare
su quell'area di servizio.
Così, con buona pace per il mio impegno di lavoro del giorno dopo, anche se la mia famiglia mi credeva
in viaggio verso Bari, uscii dall'autostrada, con in mente un nome, ripetuto più volte
dalla radio: Castelnuovo di Conza.
Vi sono arrivato solo a mezzanotte.
Quando uscii dall'autostrada piombai nel buio più fitto. I paesi, di solito
illuminati, erano al buio. Niente luci. Intere vallate senza elettricità. Il terremoto
doveva aver interrotto tutte le linee. Un buio surreale, ed allucinante.
Lo spettacolo che mi si parò di fronte a Castelnuovo, è stato il più allucinante della mia
vita, con cumuli di macerie dappertutto. Mi fermai vicino a quella che
sembrava essere una caserma. E lo era, erano carabinieri. Entrai e mi dichiarai disponibile
come volontario per i primi
soccorsi. I carabinieri mi spiegarono che era difficile, perchè non avevano alcuna
attrezzatura, niente fotoelettriche, niente luci artificiali, e al buio non si poteva
fare nulla. Non avevo neppure da mangiare.
Per inziare a scavare, fummo costretti ad aspettare l'alba.
I primi raggi del sole hanno rivelato uno spettacolo inimmaginabile: dappertutto c'erano
macerie e sole macerie, pochissime le case
in piedi. Ci mettemmo a scavare con le mani, con l'unica protezione dei guanti che, a noi
volontari, i carabinieri avevano dato in dotazione, e con mezzi di fortuna, insieme
agli abitanti che si erano salvati ed in grado di lavorare. La maggioranza era però come
inebetita. Sembravano in trance. Quando ci vedevano ci tiravano verso le proprie abitazioni, urlando e
piangendo, perché li aiutassimo a trovare i propri cari sepolti vivi. Purtroppo, invece
dei superstiti, man mano che scavavamo, cominciarono ad affiorare i primi cadaveri, ma
riuscimmo qua e là a trovare qualcuno ancora
vivo. Lavoravamo senza soste. Non si può spiegare in che stato eravamo già dopo
qualche ora. I guanti divennero inservibili subito, si lacerarono a furia di scavare tra le
macerie. Avevamo gli occhi lucidi per le lacrime, tanto era la drammaticità che
si viveva e tanta la commozione nel vedere i corpi straziati e i parenti piangere la
perdita chi di un figlio, chi della moglie, chi di un genitore. Passammo tutto il giorno del 24 così. Solo a sera
mangiammo mezza scatoletta di tonno a testa, e i sopravvissuti
stavano peggio di noi.
Sinceramente, lo ammetto: ero galvanizzato dalla sensazione di fare qualcosa
di buono. Il giorno dopo sono arrivati i primi veri soccorsi, da Napoli, da Foggia, da Roma. Ho
scaricato camion, cucinato e lavato piatti, ho portato
abiti e cibo nelle campagne vicine, mentre i carabinieri e la protezione civile
scavavano ancora.
Il 25 abbiamo ripreso a scavare perchè i carabinieri hanno avuto altro da fare,
un grosso problema: quello dei cani randagi. Operavano in piccoli branchi. Durante i
primi giorni, li abbiamo sorpresi a mangiare i cadaveri. Ma li abbiamo visti
attaccare anche i superstiti, e qualche volta hanno attaccato anche noi. Quindi, i
carabinieri si sono dovuti occupare del
tenere lontani i cani, anche sparando.
Rimarrò qui ancora 12 giorni, poi arriveranno altri volontari, dicono, a darci
il cambio. Quando tornerò, non spaventatevi. Sarò scandalosamente sporco. Qui ci
si lava solo il viso, con la neve, facendola sciogliere su una stufa a legna. L'acquedotto
è ancora interrotto, e non si sa per quanto tempo non arriverà l'acqua. Arrivano le
autobotti da Napoli, è vero, ma quell'acqua va usata per bere.
Insomma, non spaventatevi, mi troverete con la barba lunga e con qualche chilo in meno. I
miei vestiti, andranno direttamente nella spazzatura.
Per fortuna ci hanno detto che oggi arriverà un furgone della Posta, così potrò
almeno mandarvi questa lettera, visto che i telefoni ancora non funzionano ed i
carabinieri non hanno il tempo di mandare comunicazioni che non siano strettamente
di servizio.
Vi abbraccio tutti, e torno a scavare.
Immaginate una metropoli come New York, o come Roma o Milano o la vostra città,
all'improvviso senza più cartelli pubblicitari né insegne luminose o schermi
elettronici su cui scorrono gli spot.
Immaginatela. Chiudete gli occhi e immaginatela.
No, non sto dicendo di spegnere e togliere le insegne dei negozi, quelle restano. Dico i
cartelloni pubblicitari, quelli enormi, quelli che coprono i palazzi o quelli
sui tetti ed anche quelli che stanno appesi ai pali. Ok? La state immaginando?
Da noi, come in quasi tutto il mondo, solo l'immaginazione può arrivare a tanto, ma
spostiamoci un attimo nella più grande città dell'America Latina: San Paolo del Brasile. Ha
20 milioni di abitanti.
Ebbene, quel che avete immaginato, a San Paolo è la realtà. Realtà vera! Ottenuta con
una legge municipale entrata in vigore dal primo gennaio di quest'anno. Una legge che
impedisce ad insegne, cartelli e quant'altro veicoli pubblicità di penzolare dai
grattacieli della metropoli. Obiettivo: città pulita.
A dire il vero, a San Paolo la popolazione si è spaccata in due. Due fazioni che si
contrappongono.
Da un lato ci sono gli entusiasti, a partire dal sindaco Gilberto Kassab che
vuole disfarsi di circa 15 mila insegne. Con lui si sono schierati una sfilza di
architetti, intellettuali, paesaggisti che vedono realizzato il sogno di una
metropoli ideale, dove a svettare siano solo le altezze perfette e armoniose
degli edifici. E anche molti cittadini di San Paolo, felici di poter ammirare
angoli antichi della loro metropoli, fino a ieri nascosti dalle enormi insegne
pubblicitarie, ma anche statunitensi ed europei che si dicono entusiasti della
decisione di Kassab e vorrebbero che l’esperimento fosse esteso nelle loro città. Come
forma di riappropriazione di uno spazio pubblico: le strade e le piazze. Spazio pubblico
che di fatto viene privatizzato dagli enormi cartelloni pubblicitari, sempre più grandi.
L'altra fazione, è quella dei detrattori. A partire da chi con le affissioni e
la pubblicità ci campa. Secondo l'associazione commercianti di San Paolo, con questa
legge vengono meno le regole di base del mercato e del capitalismo. Senza parlare delle
perdite di guadagni stimata dalle stesse aziende intorno ai 900 milioni di reais
(circa 350 milioni di euro) e il lavoro a rischio di circa 700 persone impiegate
nel settore della cartellonistica pubblicitaria. Sei le aziende che finora hanno
tentato di bloccare il provvedimento. E spaventate sono anche le società che gestiscono
i 72 centri commerciali della città che da sole generano un quarto dell'
intero fatturato di tutti i centri commerciali del Brasile.
"I tempi per mettersi in regola sono stretti", si lamentano, "e le multe, che partono
da 9000 reais in su (circa 3500 euro) certo non aiutano". Schierati con i commercianti sono
anche molti consumatori che vedono in pericolo una forma di espressione oltreché di
informazione sui prodotti da acquistare. E che temono che senza la luce di quei
cartelloni di notte le strade diventino più pericolose del solito. Ma su questa ultima
obiezione, sono molto poco convinto :)
A San Paolo niente più colorate pubblicità di jeans o cellulari, addio alle
insegne di banche e di sexy shop. Non ci saranno neanche più i depliant distribuiti
per strada, né pubblicità sugli autobus, né sui taxi.
Recentemente, ne ha parlato in rete anche
Talkingcity.
Io ne ho parlato con Mauro Pecchioli, medico fiorentino, che da tempo sta lanciando
una campagna del genere in Italia.
La tesi di Pecchioli è la seguente: "Gli spazi pubblici, intesi in senso lato,
dalle strade, alle piazze, ai canali pubblici dei media radiotelevisivi, sono per
definizione proprietà condivisa da tutti in quanto utile a tutti per la vita
quotidiana. Sulla base dell'articolo 3 della nostra Costituzione non possono
essere concessi in uso ad interessi di privati, che, per il solo fatto di
versare denaro nelle casse delle amministrazioni pubbliche, si prendono il diritto
di farne casse di risonanza per aumentare i loro profitti personali, a spese della
libertà psicologica dei loro concittadini, e creando una diseguaglianza tra
due gruppi di cittadini: quelli che possono esporre multimedialità in pubblico, e
quelli che possono soltanto subire la multimedialità prodotta dagli altri, senza
avere scelto di acquistare un biglietto per visionarla (che sarebbe il segno di
una scelta voluta), ma solo perchè tale multimedialità galleggia libera e
sfrenata sulle loro teste nei loro spazi pubblici."
La differenza, sostanziale e non certo fuffosa, è che mentre in caso di pubblicità
su un canale radiotelevisivo pubblico posso avere la libertà di cambiare canale o
di spegnere l'apparecchio, per la pubblicità stradale... non è la stessa cosa!
E qui, da queste parti, cosa se ne pensa?
Che si apra il dibattito.
(seguiranno aggiornamenti, perchè non finisce qui)

La vignetta è stata disegnata dal dott. Pecchioli, pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/
Una premessa importante: non ho alcuna intenzione di fare un
post splatter. Ok? Non è il mio stile. Ma sto un po' incazzato:
l'apprendere certe notizie mi addolora, e mi fa rabbia.
Mi fanno rabbia le guerre dimenticate. Ma se mi incazzo per
le guerre lontane... mi incazzo al triplo quando la guerra
dimenticata in questione è nel cuore dell'Europa, cioè in
pratica dietro casa.
In linea d'aria siamo a poco più di 300 Km da città come
Bari e Brindisi, ancora meno rispetto ad una megalopoli come
Atene.
No, non è l'Afghanistan, non è l'Iraq. E' l'Europa. Forse per questo
non c'è neanche un servizio in nessun TG. Forse è per questo se solo
saltuariamente si vede un trafiletto a pagina 16 di qualche quotidiano.
Fatto sta, che si è appena conclusa l'operazione Tempesta di Montagna
nella regione del Tetovo, nel cuore della Macedonia, le indagini in corso
tentano di far luce sulla dinamica dell'accaduto e sulle forze coinvolte
nella guerriglia. Molte le contraddizioni della versione ufficiale
rilasciata dal Ministero degli Interni macedone, smentita da dichiarazioni
discordanti provenienti da differenti fronti.
Tanto per capirci, stiamo parlando di
questa zona della Macedonia.
La prima contraddizione rispetto alla versione ufficiale del Governo
Macedone giunge dall'Organizzazione della Sicurezza Nazionale Albanese,
parte dell'Armata Nazionale Albanese, gruppo paramilitare della resistenza
albanese in Macedonia, rilasciando una dichiarazione all'Agenzia di stampa INA.
Il gruppo paramilitare afferma che l'attacco nei confronti della comunità
albanese sarebbe da attribuire alle forze serbe e macedoni,
probabilmente costituite da mercenari smentendo
la versione ufficiale macedone, rilasciata Ministro degli Interni Gordana
Jankulovska, secondo il quale la formazione militare della missione era
composta da una squadra di etnia mista macedone-albanese.
Questa dichiarazione non rappresenta il solo lato oscuro della vicenda, in
quanto vi sono implicazioni molto più delicate, che coinvolgono tutta
la situazione della regione kosovara. Che resta una bomba senza sicura, in
piena Europa.
Che diavolo è successo? E' successo che nelle prime ore del 7 novembre,
la cittadina di Brodec, nella regione albanese della Macedonia di Tetovo, è
stata protagonista di un combattimento armato tra la polizia macedone e un
gruppo armato di etnia albanese.
Qualcosa, ce la racconta senza dubbio la TV Macedone:
Le unità speciali macedoni, appoggiate da elicotteri, si sono scontrate
nella regione montana di Shar con degli appartenenti all'ex esercito di
Liberazione Nazionale, AKSH. Gli scontri hanno avuto inizio verso l'alba
del mercoledì con l'uccisione di Xhavit Morina, ex Comandante dell'Armata
Nazionale Albanese, mediante un attacco aereo, per poi agire sul
territorio con grossi mezzi blindati di sicurezza che hanno così sparato in
direzione dei gruppi armati posizionati nei pressi dei villaggi. Ma uno dei gruppi armati gli ha abbattuto un elicottero.
Per chi è interessato ad approfondire, consiglio
questo video dell'emittente di Stato macedone A1.
Il combattimento armato ha causato la distruzione di molte case che sono
state avvolte dalle fiamme, mentre sono state danneggiate le linee telefoniche
e sono state interrotte le vie comunicazione con il villaggio, chiudendo anche
le vie di fuga della popolazione. Secondo le dichiarazioni dei
testimoni oculari vi sono stati morti e feriti da entrambe le parti.
Anche se dalle fonti di Stato macedoni giunge la notizia che l'operazione
è stata chirurgica e professionale, ci sono molti dubbi
documentati dalle immagini.
L'AKSH invece non è d'accordo. Dice che tra gli attaccanti c'erano
mercenari stranieri, e insiste sul fatto che ci sia stato un
eccesso di violenza gratuita.
Il 13 novembre, l'AKSH diffonde a tale proposito questo video
comunicato (ehm... non provate a capire la lingua, non serve :P )
Tanto per cominciare, che ci sia stata violenza gratuita da parte
di persone appartenenti o alla polizia macedone o ai mercenari
serbi è documentato da un video girato da un'emittente
indipendente locale.
Il video non lo metto, non metto neanche il link, perchè contiene scene di violenza fisica che culminano in un omicidio,
pertanto si sconsiglia la visione ad un pubblico non adulto e/o debole di
stomaco. A me non ha fatto bene vederlo.
Probabilmente, la testimonianza più tragica è un'altra. E' contenuta in un
video amatoriale, nel quale si vede con quale violenza gli attaccanti si siano
accaniti sugli uomini del AKSH.
Attenzione: il video contiene immagini di cadaveri con evidenti ferite da
granate sul corpo. Se ne sconsiglia la visione, in generale. Io personalmente sono
stato mezz'ora con la nausea.
Per i forti di stomaco, sta qua.
Così magari, prima di farci spingere da politica e media a focalizzare solo
sulle violenze in medio oriente... può darsi che proviamo a guardare anche
quelle del nostro vecchio caro continente.
Da un punto di vista politico, c'è da notare come l'Unione Europea sulle
questioni balcaniche sia completamente fratturata. Ma di questo parlammo già
due anni fa su questo blog. Poi oggi non ho voglia di parlare di politica. Magari
un'altra volta.
Fatto sta che dalla seconda metà degli anni '90, una situazione esplosiva nel Kosovo meridionale,
anzichè essere sistemata (non dimentichiamo che nel '99 la NATO aveva intavolato
una guerra di aggressione che ha distrutto la biologia dell'Adriatico) si è estesa
in Macedonia ed in alcune aree del Montenegro. Se non si chiama fallimento questo...
Seguiranno aggiornamenti, quando ne avrò voglia.

Budapest,
Puskin Utca, 24 ottobre 1956
Szabad!
Consiglio a tutti di leggere la voce su Wikipedia, poichè non solo è ben fatta ma è anche scevra da pregiudizi politici.
Proprio il pregiudizio politico è stato il motivo che mi ha spinto a non fare questo post un anno fa,
quando è caduto il 50esimo anniversario della rivolta ungherese. Troppa fuffa e troppa
demagogia,
tanto a destra quanto a sinistra. Allora, mi accontento di un 51esimo anniversario.
Erszébet Hid allora:
Szechenyi Lànchid oggi:

Kossuth Lajos tér, oggi. Il monumento ai caduti di quei giorni terribili.

Leggere degli scontri strada per strada in quella città mi da sempre un brivido. Ricordiamo che è l'unica città estera nella quale sono in grado di dare indicazioni stradali a terzi anche in quartieri di periferia, quindi riconoscere i nomi, i luoghi, e tutto il resto, mi da lo stesso brivido che mi dava il racconto di mia nonna, che fu una protagonista delle quattro giornate di Napoli.
Contrasterò, da parte mia, ogni riduzione della questione meridionale
ad una questione criminale e, viceversa, ogni riduzione della questione
criminale ad una questione meridionale
(Francesco Forgione)
E va bene. Il mio
secondo post di mercoledì serviva ad introdurre l'argomento, e tentare
una riflessione. Riflessione che c'è stata, perchè questo blog ha i migliori
lettori ;)
Quindi ora posso dire la mia. Che sarà lunga, tanto per cambiare, altrimenti
che logorroico insonne sarei? Per chi ha fretta, si dispensa dal leggere. Oltretutto
sono essenzialmente appunti per me stesso.
Per chi legge, ovviamente se dico stronzate bacchettatemi.
1. Società
Che le mafie siano cambiate, è facile dirlo. Talmente facile che sembra, ed è, una
banalità. Analogamente, devono cambiare le antimafie.
Insomma, se il fenomeno mafioso fino qualche tempo fa si considerava esclusivamente
di natura militare, oggi c'è da tenere conto della cosiddetta "borghesia mafiosa",
definizione bruttina che sta ad indicare quella che tutti quanti definivamo
dei "colletti bianchi" o "area grigia". E' quella che non è più una parte
collaterale, ma è diventata parte integrante delle mafie. Parte integrante di esse
e come tale è penetrata in tutte le istituzioni, assumendo, sotto determinati
punti di vista, anche l'aspetto della legalità, della legittimità.
Delle mafie, oggi, c'è da cogliere la loro "normalità", la loro pervasività
nel tessuto economico, sociale, produttivo; ma anche il sistema di relazioni con la politica
e la pubblica amministrazione, con settori degli apparati dello Stato. Del resto,
se non fossimo di fronte a questa natura del fenomeno, avremmo
a che fare solo con "normali" forme di criminalità organizzata. Invece, parliamo
di mafie, al plurale, perché ormai abbiamo imparato a coglierne specificità e
differenze nelle strutture, nelle relazioni sociali, nelle forme di collusioni
con le istituzioni, nel rapporto con l'economia, ma soprattutto nella mancata
bonifica sociale ed economica del tessuto, tremendamente popolare, nel quale le mafie
rigenerano il loro potere, la loro forza, il loro consenso.
Mi riferirò in generale alle "mafie", scendendo in particolari solo per quel che
riguarda le organizzazioni campane: non sono un esperto territoriale di luoghi come
la Sicilia, la Puglia e la Calabria, e di quelle mafie locali ho una cultura
libresca e derivante da studi, che quindi non poggia sulle solide basi della
conoscenza diretta dei fenomeni. Cercherò in futuro di colmare questa mia lacuna,
ma al momento non saprei neanche come fare.
Le mafie oggi sono distorsione dei processi sociali e di civiltà. Hanno a che fare
col saccheggio delle risorse, lo scempio del territorio e dell'ambiente, la
dissipazione di flussi di denaro pubblici e, come altra faccia della stessa
medaglia, la negazione della libertà di impresa e di mercato, l'estensione
del caporalato e la negazione dei diritti dei lavoratori, la diffusione
dell'usura e del racket, come normali fattori economici e costi di
esercizio tollerati dal commercio e dall'impresa.
Su tutto questo, le moderne norme legislative antimafia non funzionano. Non attaccano il
problema da questa angolazione.
Ci sarebbe bisogno di qualcosa che, puntualmente, non riesce a trovare una
maggioranza in nessuna legislatura: un testo (magari unico) di norme antimafia, antiracket
e antiusura che affronti la complessità e l'articolazione dell'avversario,
cioè che serva a combattere ed a reprimere un ventaglio di
attività criminali e mafiose articolate e complesse.
Non solo. Non basterebbe. Sarebbe solo un "buon inizio", sarebbe solo la
parte legislativa. Ad essa deve affiancarsi quella giudiziaria, ma anche
(se non soprattutto) quella sociale, quella che vede protagonisti i cittadini,
cioè quella parte che ora non c'è e non ci può essere, visto il livello di
tutela odierno. Mi riferisco alle vittime ed ai testimoni.
Occorre saper guardare alle vittime delle attività criminali e mafiose,
riorganizzare interventi (dello Stato) a loro sostegno e favorirne la
fiducia nelle istituzioni. E qui colloco anche la questione dei testimoni di
giustizia, che è cosa profondamente diversa da quella dei collaboratori.
Affrontare il tema dei testimoni, significa la possibilità di far vivere
la fiducia in se stessi in aree,
non solo geografiche, ma anche sociali, dove le mafie oggi sono egemoni.
Si vincerà contro le mafie non solo quando le denunce dei cittadini
avranno istruito i processi, ottenuto le condanne e smantellato le reti
criminali preposte a questa attività sui territori, ma quando assieme a
questo avremo creato le condizioni affinché i cittadini, i commercianti
e le imprese che denunciano possano continuare ad esercitare la loro attività,
perché la gente continuerà a rivolgersi a loro, le banche continueranno a dar
loro credito, lo Stato li tutelerà nella loro sicurezza. Testimoni di giustizia,
quindi, perché commercianti, imprenditori e cittadini liberi.
Stringendo fino all'osso, è proprio questo che manca oggi, in Italia.
Io personalmente (contradditemi se non siete d'accordo, perchè è solo un'opinione)
penso che, vista la natura delle mafie oggi, bisognerebbe
in un certo senso cambiare registro: andare oltre il concetto di pericolosità
sociale del soggetto criminale mafioso, per arrivare al concetto di
pericolosità sociale dei beni, dei patrimoni, delle
ricchezze accumulate dalle mafie.
Con tutti i suoi risvolti: ad esempio, quando
si sequestra non un palazzo o un terreno, ma un'azienda, se non vogliamo
che nel senso comune si affermi l'utilità economica e sociale della mafia,
va affrontato il problema della tenuta occupazionale, per
evitare che, alla fine i lavoratori si sentano
vittime della legalità e dello Stato, quando, invece, in esso dovrebbero
trovare tutela e avere la possibilità di un sostegno per continuare
l'attività. Oggi invece sequestrare un'azienda significa chiuderla.
2. Politica
Cambiamo argomento, ora, e guardiamo ad altre cose che non vanno. Che gli
enti locali siano permeabili alle pressioni mafiose, e pertanto sono il
punto di snodo tra mafia e politica, è evidente, e se ne sono scritte di
pagine e pagine sull'argomento.
E' vero, esiste una legge (anche molto usata) che impone lo scioglimento
ed il commissariamento degli enti locali in caso di infiltrazioni mafiose,
ma non basta. Anzi: non funziona. Non può funzionare perchè colpisce la
funzione politica, e non la gestione amministrativa: quasi sempre lo
scioglimento intacca il consiglio comunale o la giunta o il sindaco, ma
non mette mai in discussione la macchina amministrativa, gli uffici urbanistici,
i dipartimenti dei servizi sociali eccetera, vale a dire gli snodi del
sistema di relazioni tra le mafie, le loro attività imprenditoriali e la
pubblica amministrazione. Vi sono centinaia di inchieste, dai più piccoli
comuni fino ai vertici delle regioni, che dimostrano come ormai
la burocrazia e alcuni suoi punti nevralgici rappresentino un vero e
proprio tessuto connettivo e di continuità dello scambio politico-mafioso.
Ed anche quel colpire la funzione politica, il famoso scioglimento degli
enti locali, non funziona affatto, se poi un'altra legge consente a quei
personaggi di candidarsi di nuovo, di essere rieletti. E' pieno di nomi,
il censimento di coloro che sono già stati condannati con
sentenze passate in giudicato e ancora continuano a svolgere il loro ruolo
e la loro mansione nello stesso ufficio dove hanno commesso il reato.
Veniamo in particolare alla situazione campana, che conosco in modo
più diretto.
E' difficile capire oggi questo sistema, capire quanto
incida nella tenuta democratica complessiva, comprendere a che punto di
crisi sia giunto il valore della legalità e la sua percezione
non solo in precise aree territoriali del napoletano e della Campania, ma
anche in precise aree sociali che riescono ad avere nel modello
produttivo illegale e di sistema della camorra il più grosso ammortizzatore
sociale. Anche molti napoletani non ne hanno preso coscienza. Questo rende
altrettanto difficile capire come contrastare la camorra, perchè la storia
insegna che non basta un'azione articolata di
investigazione e repressione, se non è affiancata dal dare risposte sociali al
degrado e alla precarizzazione della vita nei quartieri ad alto tasso di
presenza camorristica.
Certo, questo tema fondamentale sposta il problema dal piano criminale
a quello politico e sociale, fino a questioni più generali ed attuali, come l'esplosione sociale
delle periferie, il rapporto tra lavoro, politiche pubbliche e bisogni
sociali e l'insieme delle politiche di intervento,
oltre che una battaglia antimafia che estenda, a partire dalle scuole,
alle strutture per l'infanzia e la formazione, la cultura della legalità
e la costruzione di un senso comune condiviso di comunità, come alternativa
al modello sociale e all'emulazione dei comportamenti mafiosi.
Sono i nessi, quelli che contano. Sono le connessioni che
oggi permettono alle mafie di travalicare la
semplice dimensione criminale, per intrecciarsi con la dimensione
economica e sociale. In questo sistema di relazioni, il tema del
rapporto tra mafia e politica diviene centrale. E non vedo alternative.
Per come la vedo io, c'è da tenere alto il livello della denuncia, lo
svelamento dei meccanismi di riproduzione dei sistemi mafiosi, le logiche
che li alimentano. Solo così, si può (forse) provare ad aggredire le
loro dinamiche e proporre iniziative di rottura.
3. Questioni aperte
Non è solo la politica, quindi, ma la logica sociale, quella sulla quale
intervenire. Per quanto riguarda le logiche attuali, vorrei fare tre
esempi, presi di peso da alcune recenti attività di magistratura e di
commissione antimafia. Tre esempi che diano il quadro chiaro della situazione.
Primo esempio: la sanità. E' la principale voce di bilancio delle regioni, di tutte le
regioni d'Italia. Ma guardiamo per un attimo solo al sud: laddove il tessuto
produttivo ed industriale è inesistente. Non solo. In questi luoghi succede anche che la
sanità è il principale sbocco occupazionale.
Sappiamo che il mondo della
sanità, sia quella pubblica sia quella privata, è uno dei
terreni prioritari di intervento affaristico-imprenditoriale della criminalità
organizzata. Ce lo dice la storia recente. E' per motivi riguardanti gli appalti nel settore della
sanità, che in Calabria matura il più importante omicidio
politico-mafioso degli ultimi anni, il delitto Fortugno. E' su tematiche
riguardanti la sanità, che in Sicilia si istruiscono i principali
processi degli ultimi anni. Ma si può sapere cosa accidenti è
successo in questi "ultimi anni"?
E' successo che
la sanità è il settore in cui si accumula potere, consenso, interessi, soldi,
relazioni criminali. E' successo, come hanno dimostrato i Carabinieri in un'inchiesta
siciliana, che i ROS hanno scritto nel loro rapporto: "è stato davvero sconcertante scoprire che tanti professionisti,
soprattutto medici, si siano relazionati con Cosa nostra in maniera c