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Le vie infinite dei rifiuti

Ma chi sarà costui

Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato nella Capitale d'Italia, per essere precisi.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose: fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."

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martedì, 13 maggio 2008
.: Napoli 1993. Il male oscuro :.

Visto che a quanto pare il post di ieri è piaciuto, continuiamo a parlare di quell'epoca...
 
Al porto di Napoli, nella zona orientale, quella riservata alle merci, attraccò una nave. Un cargo. Batteva la bandiera delle Bahamas.
Nessuno ci fece caso. Era un mercantile che trasportava qualcosa che nessuno avrebbe mai identificato come un pericolo.
E infatti pericolo non c'era, ma...
...il male oscuro era dietro l'angolo.
Per capire come sia arrivato, vediamo tutto per bene dall'inizio.
 
Giovedì 25 novembre 1993, nella rada di Napoli, diretta al molo San Vincenzo, compare la "Soya Queen", una nave lunga settanta metri che batte bandiera delle Bahamas e che ha caricato 42.000 tonnellate di soia a Baltimora. Fin qui, nulla di male, nulla di speciale. Ma c'è un particolare.
 


 

C'e' una vecchia àncora abbandonata al largo, e la "Soya Qeen", manovrando, la urta, rimediando a prua una falla larga sette metri. Le operazioni di attracco della nave vengono rinviate, perchè bisogna anzitutto riparare il danno, e gli operai impiegano quindici giorni.
Finalmente, la mattina dell'11 dicembre la "Soya Queen" si avvia verso la banchina, ma è troppo inclinata in avanti. E necessario alleggerirla: per questo 1.400 tonnellate di soia vengono tirate fuori dalla stiva della nave e depositate su due chiatte. Comincia così, silenziosamente, il male oscuro di Napoli. Difficile da capire, perchè la notizia che c'è una nave che ha urtato un'ancora... non interessa i giornali, per cui nessuno disse nulla.
Si tratta di soia allo stato puro, e questa è la prima volta che a Napoli arriva un carico del genere. In precedenza i silos avevano incamerato sempre il legume già sottoposto a parziale lavorazione. Stavolta no. E da quelle chiatte, da quelle 1.400 tonnellate lasciate allo scoperto, si innalza una nuvola invisibile di polvere di soia.
 
Napoli è una città difficile, ed il nemico invisibile sa nascondersi tra gli altri veleni che infestano l'aria. Ha continuato a colpire mentre tutti sospettavano dei gas di scarico delle auto, o di quelli dei riscaldamenti, o, ancora, delle esalazioni provenienti dalle fabbriche che stanno attaccate ai palazzoni grigi e scrostati della periferia.
Polvere di soia che si è alzata nel cielo sulla città e, sospinta dal vento, è arrivata nelle narici, nei bronchi, nei polmoni di circa 150 persone, mandando loro in ospedale e tutti gli altri in angoscia.
 
Il primo ricoverato fu un vigile urbano che prestava servizio a Ponticelli. Mentre dirige il traffico, viene colto da malore. Respira male, il cuore perde colpi. Viene trasportato all'ospedale Loreto Mare, dove gli viene diagnosticata un'insufficienza cardiorespiratoria di origine allergica, ma il vigile non era allergico a nulla, e soprattutto era sempre stato bene con il cuore.
Dopo di lui, si farà la fila, al pronto soccorso, di gente svenuta, con problemi cardiorespiratori acquisiti nel respirare la sostanza.
Chi invece non viene colto da malore, inizia a sentire la paura. La paura di uscire di casa. La paura di respirare. Napoli piomba nel buio del male oscuro.
 
Il 12 dicembre mattina comincia il trasferimento della soia dalle stive della nave ai silos. Si lavora con gran lena perchè bisogna recuperare il tempo perduto nella riparazione della falla.
I semi di soia sono destinati a due magazzini, uno appartenente alla Italgrani dell'industriale Franco Ambrosio, e l'altro al gruppo Ferruzzi. Alla Ferruzzi però non arriverà nemmeno un seme. E anche nell'altro silos saranno trasferite soltanto 16.000 delle 20.000 tonnellate che vi erano destinate. Perchè prima che fosse portata fuori altra soia non trattata, è arrivato lo stop imposto dal prefetto, che ha preso la decisione in accordo con i magistrati della Procura napoletana che indagavano sulla vicenda.
Gli addetti alle operazioni di "travaso" avevano fatto gli straordinari: quattordici ore al giorno, dalle 8 alle 22. Neanche domenica hanno riposato, eppure nessuno di loro (venti persone per ogni turno) ha accusato sintomi di asfissia.
Invece il 15 dicembre in ospedale è arrivato un lavoratore portuale, che però lavorava su un'altra banchina. E non è stato il solo.
Tra il Loreto Mare, dove il pronto soccorso era diventato una sorta di infermeria da campo, e l'ospedale Incurabili, ci sono stati oltre 250 interventi, con 150 ricoveri.
 
Ci si poteva indirizzare prima verso il pericolo soia? Non con gli strumenti a disposizione dei tecnici. Infatti, il controllo sulle varie forme di allergie viene fatto attraverso alcune apparecchiature chiamate "pollen trap", capaci di intrappolare sostanze (ad esempio pollini) solitamente causa di reazioni allergiche. Ma questo tipo di monitoraggio non prevede il controllo su una sostanza come la soia.
L'osservatorio epidemiologico regionale, dopo la svolta presa dalle "indagini", ha quindi deciso di incaricare la divisione di pneumologia e allergologia dell'ospedale Cardarelli di eseguire le analisi sul sangue di chi in quei giorni è dovuto ricorrere alle cure mediche, per stabilire se si tratta di soggetti allergici alla soia.
 
Come racconta il Corriere della Sera del 16 dicembre 1993:
 
"...E invece il pericolo era venuto da un naturalissimo legume, capace però di scatenare fortissime allergie. Forse. Già, perchè con le certezze è meglio essere molto cauti in questa storia di intossicazioni e psicosi. Gli esperti dell'unità di crisi che da martedì lavorano per identificare l'ultimo male oscuro di Napoli, comunque, ormai hanno pochi dubbi. Ma adesso bisognerà aspettare ciò che accadrà nei prossimi tre giorni, quanti ne servono per ripulire l'aria. Per ordine del prefetto Umberto Improta, infatti, le operazioni di trasferimento della soia dalla nave che l'aveva trasportata fin qui ai silos sono state sospese, e il cargo dovrà lasciare il porto. Perciò, se non ci saranno più casi di insufficienze cardiorespiratorie di origine allergica (o almeno se non ce ne saranno tanti come è accaduto in questi giorni) si avrà l'ultima conferma che i tecnici e le autorità cittadine aspettano. E che soprattutto aspettano i napoletani per poter ricominciare a respirare senza paura i veleni di sempre."
 
Senza tergiversare e perdere altro tempo, sempre il 16 dicembre il Prefetto di Napoli ordinò l'allontanamento immediato della nave dal porto. Possibilmente, per non farvi più ritorno.
 
Nella storia, altri casi di intossicazione di massa da polvere di soia sono avvenuti ad Ancona, Barcellona e Marsiglia.
Napoli è soltanto l'ultimo caso in ordine cronologico. In attesa del prossimo.

Logorrea partorita da: alex321 alle ore 08:55 | link | fate pure commenti (2) |
ricordi, napoli, storie e storielle

lunedì, 12 maggio 2008
.: Napoli '93 :.

Premessa: Questi sono appunti personalissimi, ricordi sparsi, risalenti ai primi anni '90. Nonostante io abbia una memoria di ferro, restano appunti personali, pertanto privi di ogni valenza storica.
Fatti e personaggi sono tutti rigorosamente reali.
Very long post
 
A quei tempi, Napoli era una città oscura. Ed io ero molto più giovane di ora, ma proprio molto. Era un altro tempo, un tempo in cui la monnezza non c'era ancora, le strade erano attraversate dai cortei dei disoccupati organizzati (cosa che avviene ancora oggi ma con minore frequenza e senza autobus appicciati, all'epoca invece c'era la mitologica banda di Michele Franco), ed il famoso "rinascimento napoletano" stava appena iniziando, era appena agli albori.
I disoccupati organizzati usavano ancora lo slogan antico: "O' rre sta a jnd, e o' popolo for! Nun e' cagnat' o riest e nient!", senza immaginare che stava per arrivare un altro re, anzi un altro vicere.
Tangentopoli aveva spazzato via da pochi mesi i vari Polese, Laboccetta e compagni (tranne Gava, Scotti e Pomicino, che quelli anche oggi non li tocca nessuno, per cui nun e' cagnat' o riest e nient), il questore Vito Mattera si era fatto cacciare perchè si era fatto intercettare dai suoi stessi sottoposti durante una telefonata con il sindaco in cui avvisava il primo cittadino che c'era un avviso di garanzia in arrivo, e che avrebbe fatto bene a rendersi irreperibile e portare via da casa quel che non si doveva trovare, perchè ci sarebbe stata una perquisizione.
Via loro, non c'era ancora lo sfacelo della classe politica attuale, che oramai è al capolinea. Perfino Berlusconi non aveva ancora fatto la sua celebre discesa in campo.
Non solo non c'era la monnezza, ma anche certe tragedie non erano ancora avvenute.
Nonostante questo, Napoli di quegli anni me la ricordo buia, e oscura. Dopo cerchiamo di capire il perchè...
Torniamo a noi.
Anche se Maradona era andato via da un po', i Giuliano di Forcella erano ancora il clan più forte del centro città, e controllavano sia l'eroina, sia il lotto clandestino, sia il racket, sia l'erogazione dell'elettricità pubblica. Si sparava, ma molto di meno rispetto al periodo dal 2002 in poi.
Io frequentavo la città soprattutto di notte. Forse è per questo che me la ricordo buia e oscura. Non che fosse illuminata male, infatti Napoli da sempre gioca molto la sua immagine sull'illuminazione, ma ero io che frequentavo in massima parte il centro storico, tipo ad esempio Spaccanapoli/Tribunali/Anticaglia/Banchi Nuovi/Sedile di Porto/Vergini, e mi infilavo nei vicoli stretti e bui. E più erano stretti e bui, più mi ci infilavo.
Insomma, se di mattina ero un qualunque studente, anche piuttosto diligente, la notte ero in giro, nei angoli bui.
Non sto dicendo quindi che la città era buia e oscura perchè ho dei brutti ricordi di quel periodo. Anzi, ho ricordi molto belli. Ricordi fatti di impegno civile, di politica, di amori, di tornei di scacchi, di balli 'a tammurriata e vino, di albe a Piazza Municipio, di passioni e rimorchi aret 'a palma, e tutte quelle cose che fa un normale studente universitario di 23 anni.
Ovviamente sulla città dell'epoca, ci sarebbe ancora tanto da scrivere, e mi piacerebbe anche, ma ci porterebbe lontano dallo scopo che mi sono prefissato, quindi magari sarà per un'altra volta...
Ora veniamo a noi.
 
Solo alla fine del 1993, sarebbero nate le isole pedonali nel centro storico, quindi sto parlando di un'epoca in cui ad esempio il sabato sera non c'era posto per parcheggiare lungo via San Biagio dei Librai o Piazza del Gesù.
All'epoca non c'era ancora neanche il mezzo mobile. Avevo una gloriosa Fiat 500 color crema più vecchia di me, immatricolata nel 1963, mica fuffa! Arrivavo con l'auto al centro di piazza San Domenico Maggiore, risalendo rumorosamente via Mezzocannone, nell'area dove ora le auto non possono andare perchè ci sono le fioriere a delimitare l'isola pedonale. E parchèggiavo giusto sotto l'obelisco. Ed era tutto pieno di auto parcheggiate, e i vigili se ne fottevano, se ne stavano a prendere il caffè e la sfogliatella da Scaturchio mentre noi pagavamo mille lire di permesso parcheggio ai tossici, per poter tenere l'auto in divieto di sosta.
 
Poi c'era lei. Ma lei era proprio lei, cioè la mia "lei". Insomma, ci siamo capiti, no? Già perchè di solito in questi casi, quando si scrivono ricordi del secolo scorso, c'è sempre una lei. O mi sbaglio?
Dunque, dicevo, lei era strana perchè se non fosse stata strana non mi sarebbe piaciuta. Ed era anche napoletana D.O.C., mica fuffa!
Dunque la sua stranezza era... ehm... un po' teatrale, ma non nel senso che era teatrale lei...
 
(Attenzione: la parte che segue, vista la natura dell'argomento, è consigliata solo ad un pubblico adulto)
 
Allora, la teatralità dovevo farla io. Altrimenti a lei non veniva voglia. Scusate se lo dico in modo così diretto.
Prima di tutto, dovevo arrivare da lei, nel profondo dei vicoli del ventre di Napoli, rigorosamente quando era già buio, e dovevo stare tutto vestito di nero. E fin qui, nessun problema, visto che all'epoca già vestivo di nero per fatti miei.
Poi, mi ero procurato un chiodo (non quello per inchiodare, dico l'abito!), che però non dovevo indossare, ma solo mettere sulle spalle, e poi dovevo camminare rasente il muro del vicolo, in modo che sto coso nero sulle spalle svolazzasse come un mantello. Lei sbirciava il mio arrivo dalla finestra, e questa cosa di me che avanzavo di soppiatto nel vicolo con il manto nero svolazzante... la eccitava tantissimo.
Solo che poi si incazzava perchè era un chiodo, lei preferiva uno spolverino (svolazza di più) o addirittura un vero e proprio mantello nero. Solo che io le rispondevo: "Co' cazz ca vac girann mmiez a via con il mantello! Scordatelo!" E la cosa finiva lì. Ma torniamo a noi, se no dite che non faccio mai i post erotici.
Dunque, dicevo, dopo essermi fatto tutto il vicolo di notte con il chiodo messo ad uso mantello che doveva svolazzare, e dove c'erano i portici dovevo pure infilarmi sotto i portici perchè più sembrava che mi muovessi segretamente più lei si eccitava, salivo a casa sua. Impresa non facile. Non so se conoscete i palazzi quattrocenteschi napoletani, dove ogni piano ha il soffitto alto sette metri, e quindi arrivare al quinto piano senza ascensore significava fare una scalata tale che arrivavi sopra con l'affanno e di certo non avevi voglia di baciare nessuna, ma chiedevi solo acqua e di poterti sedere.
Ma torniamo a noi. Lei mi aspettava con un abito lungo, bianco, di taglio molto retrò, tipo sul settecentesco o giù di lì, che doveva aver trovato a Resina o giù di lì. Ed io l'abbracciavo con il mio mantello nero. Musica di sottofondo, medievale o al limite barocca. In una casa della Napoli medioevale. Insomma, a lei piaceva così, che ci posso fare. Tipo scimmiottare un incontro segreto di tardo settecento. Che poi la cosa avrebbe anche il suo senso, perchè ha indubbiamente un bel po' di fascino. Ma mica finiva lì!
Eh già, pollastri! Crederete mica che poi finivamo a letto? Ovvio che no, o almeno non subito. Perchè io all'epoca ero già un drogato di caffeina, e dopo 5 piani di palazzo quattrocentesco... insomma una dose me l'ero anche guadagnata, no?
Ma nel frattempo, mentre io ansimavo ancora e lei preparava il caffè, dovevo raccontarle qualche leggenda, se no lei non si eccitava. E più raccontavo, spesso rigorosamente in dialetto, più lei cambiava faccia. E che faccia...
La mia specialità però era una particolare leggenda. Che le faceva un tale effetto che... spesso prima che finissi di raccontarla, mi saltava addosso e succedeva quello che tutti voi state aspettando che succeda :)
Dopo restavamo abbracciati sul grande letto (con baldacchino), ed io le dovevo cantare la canzoncina, che settecentesca non è, e poi io sono stonato come una campana ungherese, ma tant'è, le andava bene così, anzi ci andava bene così.
Ovviamente, come pezzo finale, dovevo andare via (quando riuscivo ad andare via) in modo furtivo, come se fosse un incontro segreto davvero, e lei rimaneva alla finestra a sbirciare il mio chiodo nero che svolazzava e si allontanava nella notte napoletana...
 
(Attenzione: fine della parte consigliata ad un pubblico adulto. Quel che segue però potrebbe suscitare sentimenti contrastanti in un pubblico non napoletano. Invece per i napoletani sarà tutto normale: anche se passano gli anni, nun e' cagnat' o riest e nient.)
 
Dunque... dicevo... lei voleva che io facessi la parte di quello che arriva in segreto... Ma anche spostandomi nel buio, non si poteva, perchè per arrivare a casa sua si doveva passare davanti al finestrino di lui.
Direte voi, "e chi diavolo è lui"? Beh, ma lui è lui: Alfonsino.
 
(Attenzione: per motivi di privacy, Alfonsino è un nome di fantasia: il personaggio è tremendamente reale ed anche attuale, ma non si chiama così.)
 
Alfonsino all'epoca aveva 40 anni, di cui 22 passati in galera, era sposato da 20 anni, non aveva mai mai mai tradito sua moglie, ed aveva 4 figli, uno per ogni vvota che m'hann arrestat, eh!, teneva a specificare.
Ma per parlare di Alfonsino bisogna prima parlare dei luoghi in cui si svolge la scena.
 
A Napoli, nella zona dove avvengono i fatti che racconto, c'è una chiesa molto antica e molto bella. Sotto la chiesa c'è da decenni un garage, molto grande, di quelli dove paghi un affitto mensile per metterci l'auto, visto che in quei vicoli non si parcheggia. Si dice che potesse contenere 50 veicoli, ma conoscendo i garagisti napoletani... ce ne saranno certamente entrati molti di più.
Un bel giorno il parroco decise di rifare l'intonaco all'interno del garage. Chiama un po' di imbianchini, e li paga per rifare l'imbiancatura delle pareti. Gli imbianchini per prima cosa scrostano un po' del vecchio intonaco, e...
 
...da sotto l'intonaco (che risaliva a subito prima della seconda guerra mondiale) emergono degli affreschi... Arriva di corsa una squadra di tecnici della Soprintendenza ai beni culturali, che emette in breve il verdetto: affreschi religiosi di epoca rinascimentale!!!
Ovviamente la Soprintendenza blocca immediatamente i lavori, e manda a carte quarantotto l'imbiancatura, poi sigilla il locale, imponendo al parroco di non usarlo più come garage, e lo lascia chiuso, in vista di un recupero completo delle opere, cose che ancora oggi non è avvenuta, infatti nun e'cagnat' o riest e nient.
Qui entra in ballo Alfonsino, che incurante della Soprintendenza, non entra nel garage, ma entra, e si appropria, del gabbiotto del custode del garage, ampio la bellezza di ben 12 metri quadri, e ci va ad abitare dentro con la moglie ed i quattro figli, eliminando così il suo grande problema: quello di essere senzatetto.
(da notare che nel gabbiotto non c'è il bagno)
Il gabbiotto aveva come unico punto luce, oltre la porticina, un finestrino a livello strada.
 
Insomma, io la notte entravo nel vicolo, dovevo fare di tutto per dare l'impressione di un incontro segreto con la misteriosa donna del quinto piano, di cui nessuno doveva sapere nulla... e puntualmente ogni volta andava a finire che passavo in punta di piedi avanti al finestrino di Alfonsino e sentivo da dentro: "Buonasera, eh! Non si saluta?"
 
Analogamente, al ritorno, io svolazzavo con il mio chiodo nero a mo' di mantello nel vicolo, e quando passavo lì davanti sentivo puntualmente: "Buonanotte eh! Andato tutto bene con la bella signorina?"
 
Insomma, nell'arco di poche settimane, ero già entrato in confidenza con il personaggio.
"Buonasera! Comm jamm stasera?"
Io: "Tutt'appost, grazie, a voi?"
Lui: "Eh, vec c'aggia fa per da' a magnà e' criatur."
Io: "Ma come fate a campare qua dentro?"
Lui: "Non è un problema, o materass ci trase just just... Occupa tutto il pavimento, ma ci entra. Noi lasciamo le scarpe fuori, e c'a facimm."
Io: "E v'cuccat n'copp... a 6!"
Lui: "E c'amma fa? O comune s'ha futtut e sord r'o terremot... e c'ha lasciat senza casa..."
Io: "Ma non avete manco il cesso..."
Lui: "Non è un problema, nel garage sequestrato, ci sta un tombino, l'aggio scuperchiat, e 'a facimm tutt quant direttamente ind a' fognatura."
Io: "Alfonsi', ma voi.. na fatica a' tenite?"
Lui: "Beh, con 4 criature, uno ogni volta c'm'hann arrestato, l'aggia ra' a' magna', no? Ma qualcosa da fare per guadagnare la trovo sempre: io in vita mia nun aggio mai fatto 'na fatica onesta!".
Io: "Alfonsi'... ma chi t'ho ffa fa! Tien quattro criaturi... Trova qualcosa di pulito dai..."
Lui: "Ma io ho fatto la scuola fino alla quarta alimentare... chi mi piglia? E come li do a magnare? Prima andavo al porto a scaricare... mo pigliano solo agli africani..."
Io: "Si ma..."
Lui: "Poi ho fatto di mestiere il disoccupato organizzato, ma non si abbuscava niente, e i criaturi cumm magnano? Ora come lavoro faccio il pregiudicato, e bene o male me la cavo..."
Io: "Si ma....!"
Lui (appassionato): "Io una cosa saccio fare. Saccio piglià e machine. Mi chiedono una fiat uno, e io gli porto una fiat uno. Mi chiedono una panda, ed io gli porto una panda. Chest' faccio pe' campa'. Se non lo faccio... i bambini nè mangiano nè fanno il resto.."
Io: "Il resto cosa??"
Lui: "Come cosa... quelli di 12, 8 e 6 anni vanno a scuola! E ci andranno anche dopo le scuole alimentari! E io i libri glieli compro, e soprattutto per quello che già va alle medie... costano... E io non tengo nè casa nè lavoro, ma i miei figli devono andare avanti!"
Io: "E quindi devi rubare una macchina in più per comprare i libri..."
Lui: "Foss a maronn'! Qua pure arrubbann nun s'arriva cchiù a ffine mese!"
Io: "E' la prova che rubare non rende..."
Lui: "Si. Ma io un futuro ai miei figli glielo devo dare! Nun sta scritt a nisciuna parte ch'hanna fa' a fine mia...."
Io: "Hai mai pensato di mollare tutto?"
Lui: "Ma tu stasera t'fuss scemunut? Io amo mia moglie! La amo più di ogni altra cosa! Non posso mollare, perchè teng a essa! Essa è a' vita mia! Je aggia sta cu essa! Si m'n vac.. cumm campa? No no, io la amo troppo... da anni, e la amo ancora. E ogni matina, me sceto, e vvec l'uocchie suoje... e allora m'vene a forza e m'aizà."
 
Una sera parcheggio la gloriosa 500 a Piazza San Domenico, ma avevano messo l'ora legale, per cui era ancora giorno, quindi non potevo andare ancora da lei. Mi faccio un giro, e passo per il vicolo.
Alfonsino non c'era, ma sul vicolo, accanto alla ex entrata del garage, c'era la moglie.
Io: "Buonasera, signora"
Lei (voce tremante): "Buonasera, giuvino'..."
Io: "Signo'.. tutto bene? Vi vedo nervosa e preoccupata..."
Lei: "Eh sì, Alfonsino è asciut stammatina c'a' machina, e nun è ancora turnato..."
Io: "Signo', se è uscito con la macchina, non deve preoccuparsi... lei non ha idea di che traffico ci sta. E' tutto bloccato. Sarà rimasto bloccato nel traffico..."
Lei: "Uh maronn! E si o' fermano..."
Io: "Beh, se lo fermano perde qualche minuto in più... ma poi arriva. Ci vuole tempo perchè c'è traffico."
Lei: "No no! Se lo fermano... è nu guajo! Chillo nun tene a patente!"
Io: "Azz, s'è scurdat a patente a casa..."
Lei: "No no ma chiiiii! La patente? Alfonsino non l'ha mai tenuta, non l'ha mai pigliata!"
Io: "Ehm... ma la macchina..."
Lei: "Che c'azzecca? Alfonsino a' machina a sape purtà..."
Io: "No dico... come ha fatto a comprare la macchina, senza la patente?"
Lei: "Che c'azzecca? A' machina è arrubbata..."
 
(Anche su questo punto, c'è da dire che ancora oggi nun e' cagnat' o riest e nient)
 
Provate ad immaginare la mia faccia qualche mese dopo, quando una sera, dopo essere stato da lei al quinto piano, essere andato via, e scambiato due chiacchiere con Alfonsino, mi ritrovai con la 500 che non andava in moto...
Alfonsino si fiondò fuori, urlando: "Alessa'! Nun te preoccupa'! T'presto a machina mia!"
"No no, m'a faccio a piedi!", risposi frettolosamente...
 
L'epilogo fu un giorno d'estate.
Ero a casa, alle 14.00, e stavo guardando distrattamente il TG3 regionale, quando per un attimo, uno solo, passò sullo schermo l'immagine di Alfonsino ammanettato tra due poliziotti.
Prima o poi doveva succedere.
 
Oramai non stavo più con quella lei lì, le nostre strade si erano separate, ed ora frequentavo una ragazza che almeno mi permetteva di vestire come diavolo mi pareva, senza mantelli neri, anche se pure questa nel suo palazzo non aveva l'ascensore. Ma almeno era al terzo piano e non al quinto.
Nonostante questo, volli passare lo stesso nel vicolo, di giorno, e infatti trovai la moglie di Alfonsino.
Io: "Signo'... che è succies?"
Lei: "Eh... che vulite ca succer..."
Io: "Eh, ho saputo..."
Lei: "Ah, avete saputo che sono di nuovo incinta!"
Io: "Eh???"
Lei: "Io c'ho riciett a Alfonsino bello! Statt accort, nun m'mettere incinta, ca t'arrestano n'ata vota! Nun m'è stat a sentì, e dopo manco due mesi... l'hanno arrestato".
 
Potrei anche chiudere qui questa storia. Ma non si può, per motivi di onestà intellettuale da parte mia. Perchè manca ancora una cosa: manca il movente. Manca cioè il motivo che mi ha spinto a scrivere queste cose.
Allora prima di tutto lo ammetto: oggi sono un po' triste. Lo sono da qualche giorno.
 
Nei giorni scorsi, per motivi monnezzari, ho sentito telefonicamente alcuni attivisti napoletani, tra i quali alcuni con i quali ho condiviso antiche esperienze politiche, di amicizia e di vita. Così ho saputo che un paio di mesi fa, all'età di 56 anni, Alfonsino è morto. Ha avuto un infarto. Una vita di stenti che l'ha fiaccato. Senza concedergli un attimo di respiro.
Una vita che probabilmente non gli ha dato molto, se non la capacità di arrangiarsi. E la bravura come ladruncolo di utilitarie.
 
Una vita che gli ha giocato anche un brutto tiro proprio alla fine, un brutto tiro che poteva risparmiarsi: Alfonsino è morto giusto una settimana prima che il suo figlio maggiore, che ora ha 28 anni, conseguisse la laurea in Lettere, all'Università Federico II. Ma quella seduta di laurea lui, Alfonsino, non ha potuto vederla.
Nonostante non l'abbia vista, è riuscito a gettare, tra mille stenti, i semi di un avvenire migliore per quei suoi cinque figli.
E allora, anche se passerà alla storia il fatto che è morto un pregiudicato storico, mi viene da pensare senza alcuna retorica che Alfonsino, anche se post mortem, in fondo ha vinto la sua battaglia: quella per la sopravvivenza.

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martedì, 06 maggio 2008
.: Dieci anni :.

Esiste una particolare tipologia di frana che si chiama "Colata rapida".
Le frane da scorrimento-colata rapida di fango avvengono durante prolungati periodi piovosi e si attivano in concomitanza di eventi meteorici record, è un tipo di frana molto liquida, ed ha origine all'interno del manto di copertura piroclastica sui massicci cartonatici. In genere la frana inizia con un piccolo smottamento più a monte in corrispondenza di punti deboli (balze rocciose, strade etc.) che impatta sul versante di terreni piroclastici saturi d'acqua che scorrono a valle con notevole energia.
 

sarno 1998
 

Il 5 maggio 1998 la pioggia su Sarno era insistente, sottile. Non pioveva forte, erano goccioline, ma continue, da giorni. E faceva caldo, come sempre a maggio in Campania.
La montagna era da giorni ricoperta da una fittissima nuvola, scesa fino alle sue pendici. Era una nuvola, non era nebbia, era una nuvola nera di pioggia, pesante, tale da impedire totalmente la visuale. Quello fu un problema.
"Se solo avessimo potuto vedere", dicono oggi molti dei superstiti.
Da dietro quella nuvola, iniziò la tragedia. La montagna decise di partorire, e partorì.
Rilasciò così, molto piano, le sue creature. 143 frane, 14 solo su Sarno.
Iniziarono alle 4 del pomeriggio, e continuarono con la costanza di uno stillicidio. Ma sempre sorprendenti, spiazzanti, imprevedibili.
Scesero a velocità diverse, e con rumori diversi.
Alcune furono silenziose e improvvise, altre passarono con un suono assordante, altre ancora si annunciarono con colpi simili a dei tuoni. Alcune liquide, altre cremose e piene di terreno. Non ci fu mai un solo fronte da cui guardarsi: scesero in luoghi sempre diversi. Prima divisero il paese a metà, poi lo circondarono, lo isolarono facendo saltare luce e telefoni, e continuarono a ricomparire, sempre altrove, sempre in luoghi nuovi, trasformando alla fine Episcopio e Sarno, ma anche Quindici e Bracigliano, in una fitta polvere di aree sommerse, dove ognuno venne intrappolato.
Molti abitanti restarono a guardare, convinti che il peggio fosse passato. Molti restarono perché non capirono.
E a mezzanotte, quando oramai si era diffusa la convinzione che il peggio fosse finalmente passato, i feriti erano già tutti in ospedale, e già si lavorava a tirare fuori le persone dal fango, venne il colpo finale.
Con un rombo che questa volta sembrò un terremoto venne rilasciata la frana di proporzioni maggiori. Una colata larga cento metri, in alcuni punti alta trenta, cancellò una intera fetta del paese, e prese in pieno l'ospedale, simbolo della lotta che comunque si era opposta fino a quel momento alla catastrofe.
La colata di mezzanotte tolse ogni speranza. Travolse ospedale e soccorritori. Lasciò in aria una nube di polvere marroncina. Nella notte rimasero solo i trilli dei telefonini ancora carichi, e le urla dei sopravvissuti che gridavano nel vuoto.
Quelle stesse urla disperate, ci accolsero la mattina del 6 maggio 1998.
 
Dal 1918, l'Italia è stata colpita da 5.358 grandi alluvioni e 11.455 frane. Negli ultimi anni, questi eventi hanno provocato 3.448 vittime, 2.447 per frane e 1.041 per alluvioni.
I comuni italiani a rischio sono 2.960, tra cui Sarno e Quindici, i due paesi maggiormente colpiti dalla frana del 1998, poichè posti su una zona geologicamente instabile ed esposta a frane estremamente rapide.
E' per queste ragioni che la prevenzione ed il controllo possono risultare determinanti.
Quanto alla prevedibilità del disastro di Sarno, c'è un fax della Regione Campania. Testo che spiega molte cose. Con questo fax si invitavano i sindaci "ad attivare le misure necessarie per garantire la salvaguardia della popolazione". Il fax arrivò ai comuni dieci ore dopo che il fango aveva devastato i paesi, demolito le case e ucciso gli abitanti. Ed è proprio il fax che fornisce la drammatica risposta all'interrogativo se la sciagura fosse prevedibile o no. Per chi volesse leggerlo, sta qua.
 
Sullo stesso argomento, consiglio il videoclip pubblicato da Edoardo Farina.
 
Il resto è silenzio. E che sia silenzio. Per rispetto di 150 morti. Soprattutto, non mi va di raccontare, nonostante siano passati 10 anni, quel che vidi a Sarno quando vi arrivai.
Preferisco il silenzio anche perchè per me Sarno è una ferita non ancora chiusa.
 


 

 

 

 

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mercoledì, 30 aprile 2008
.: Attraverso l'oceano. Anniversario di oggi :.

Siamo a Fatu Hiva, la più meridionale delle Isole Marchesi, in Polinesia, un posto selvaggio e meraviglioso, e siamo nel 1936.
Sotto una veranda fatta di giunco e bambu, siedono due uomini, intenti a sorseggiare un thè.
Non sono uomini famosi, ma uno di loro, il più giovane, un giorno lo sarà. Uno si chiama Henry Lie, ed è un vecchio scienziato norvegese che nella vita non ha avuto molta fortuna, perchè non si è mai venduto a nessuno, finchè un bel giorno, attorno al 1906, decise di mollare tutto ed andarsene a vivere con la moglie a Fatu Hiva, lontano dalla civiltà, dalla politica, e da tutto il resto.
Henry ha deciso che vuole passare gli anni di vecchiaia studiando e indagando su una sola cosa: siccome Fatu Hiva è a sei ore di piroga dall'isola più vicina, e tutte le Isole Marchesi sono a 1000 miglia di distanza da ogni altra terra, come è possibile che sull'isola ci siano degli animali? Da dove sono arrivati?
Di fronte a lui c'è invece un uomo che passerà alla storia come un genio. E' l'antropologo ed esploratore, nonchè futuro regista cinematografico, Thor Heyerdahl, anche lui norvegese, che però in quel momento non è ancora famoso, ma è un 22enne neolaureato che ha in testa delle strane teorie. Ed è la sua storia, che vorrei raccontare oggi.
 
I due sorseggiano il thè con calma tipicamente norvegese, e Thor come tutti i giovani è ansioso di conoscere le opinioni del vecchio ed esperto collega.
Thor: "Vedi Henry, tu cerchi di capire 'sta storia degli animali... ma a me interessa capire come l'uomo sia arrivato qui..."
Henry: "Ma daiiii, l'uomo fa una cosa in più rispetto agli animali: naviga! E navigava anche in epoca preistorica...!"
Thor: "Non basta... e da dove sarebbero arrivati qui, con delle zattere preistoriche?"
Henry: "Da quanto tempo sei qui?"
Thor: "Beh, da un anno quasi... ed io e mia moglie Liv stiamo facendo praticamente la vita dei neolitici... le uniche imbarcazioni sono piccole zattere, e con quelle non si va da nessuna parte, nel Pacifico".
Henry: "La sai la storia di Taori?"
Thor: "Chi è Taori?"
Henry: "Un vecchio indigeno dell'isola..."
Thor: "Che storia è?"
Henry: "Racconta delle leggende, che parlano di uomini antichi venuti qui con zattere e piroghe..."
Thor: "Uhm... dall'Asia, forse?"
Henry: "Sei giovane, ragazzo mio... Ricordi le statue di pietra che sono qui sull'isola, in fondo a sinistra?"
Thor: "Certo! Le conosco bene! Le studio..."
Henry: "Beh guarda... Io ne ho viste di forma simile..."
Thor: "Dove? In Melanesia? In Nuova Zelanda?"
Henry: "Ma no!! In Colombia!!"
Thor: "Ma che dici?? E come ci sono venuti dalla Colombia alla Polinesia? Con un volo charter o con un low cost? Ma insomma...."
Henry: "Fai una cosa: vai in fondo a sinistra, come se volessi andare al cesso poi però prosegui diritto, e vai fino alle statue. Guardale bene, poi... senza fumare marijuana, vai a vedere quelle in Colombia..."
Thor: "Ma anche se fosse? Come diavolo si poteva arrivare dal Sud America a qui in epoca preistorica, con imbarcazioni di fortuna? Sono migliaia di miglia in pieno Pacifico..."
Henry: "Pensaci, ragazzo mio... Pensaci..."
 
Poco tempo dopo, Henry Lie muore serenamente di vecchiaia, sempre sull'isola, e Thor decide di ripartire verso l'Asia.
Ovviamente non è convinto dell'idea di Henry, e crede che l'unico modo affinchè degli uomini primitivi possano arrivare in Polinesia sia partendo dall'Asia. Pertanto, si mette a fare ricerche antropologiche nel sud-est asiatico, finalizzate a dimostrare i contatti tra civiltà asiatiche e polinesiane.
Fallisce.
Non solo perchè non trova contatti, ma perchè più va indietro nel tempo nell'archeologia, e più trova similitudini tra civiltà locali, soprattutto delle isole, e tracce di tipo nordamericano. Durante la seconda guerra mondiale, elabora una prima ipotesi di origine "americana" delle popolazioni polinesiane.
E qui viene il bello...
 
Un bel giorno, Thor è alle Isole Pitcairn, al centro del Pacifico meridionale, e mentre esplora una grotta, trova un'incisione che lo fa traslarire. Immediatamente corre via, e va a cercare il suo collega e compagno di avventura Sven.
 
Thor: "Sven! Sveeeennn! Brutto figlio di ********!!! Sven! Dove cazzarola stai?"
Sven: "Gran rompicoglioni! Sono dietro l'albero a fingere che sia un comodo cesso d'albergo 5 stelle! Che vuoi?"
Thor: "Sven! Vieni a vedere cosa ho trovato nella grotta!"
Sven: "Aspetta che è finita la carta igienica, e devo trovare delle foglie che non siano ortiche! Intanto mi dici di che si tratta?"
Thor: "Ho trovato l'incisione! Una barca!!"
Sven: "Una barca? In un'incisione rupestre? Ma a chi vuoi darla a bere! Guarda che sono archeologo anche io! La navigazione per barche è arrivata dopo l'invenzione dei supporti di scrittura!"
Thor: "Si certo, si si è una zattera non una barca..."
Sven: "E che te ne fai? Ci andavano a pesca nei dintorni."
Thor: "Sven... credo che invece ho avuto l'illuminazione.. credo di capire come era stata progettata..."
Sven: "Aspetta che tiro su i pantaloni e parliamo, ma sappi che mi sembra una follia, quel che stai pensando..."
 
Thor mette in discussione le teorie allora correnti sulla diffusione umana, via mare, sul pianeta, e si convince che Henry Lie aveva ragione. Ma ha un problema: i detrattori della sua teoria.
 
Archeologo: "Lei si rende conto di cosa sta dicendo?"
Thor: "Si, Professore. Dico che dall'America Latina, in particolare dalla zona degli Incas, qualcuno può essere partito su una zattera ed abbia colonizzato le isole della Polinesia.
Archeologo: "Sono 4.300 miglia nautiche! Ci vuole l'aereo!"
Thor: "No, quella zattera va bene, per superare il Pacifico. Per 4.300 miglia nautiche."
Archeologo: "Lei è pazzo! Una zattera non può!"
Thor: "Io sono riuscito a ricostruire il progetto di quella zattera. Al punto in cui può essere ricostruita."
Archeologo: "Non basta! Lei userebbe materiali e metodi costruttivi di ora, del XX secolo! Non è la stessa cosa!"
Thor: "No! Io la zattera posso costruirla solo con legno di balsa, papiro, giunco. Proprio come allora."
Archeologo: "Aridaje! Ma sei fuso? La costruiresti con una tecnologia occidentale di oggi! Sei norvegese, ed i norvegesi si sa che sanno costruire le imbarcazioni!"
Thor: "Ma non è quello che voglio fare! Io vado in Perù, e la faccio costruire solo da maestranze indigene, che lavorano balsa, giunco e papiro! La faccio uguale a come doveva essere all'epoca!!!"
Archeologo: "E ma scusa tanto, cucciolone, ed una volta che hai costruito questa zattera leggera come un fuscello in Perù... cosa avresti dimostrato? Una simile zattera non può certo andare alla deriva nel Pacifico fino alla Polinesia..."
Thor: "Una volta costruita non dimostro niente. Ma quando ci sarò salito sopra, e sarò andato con essa in Polinesia, poi ne riparliamo!"
Archeologo: "E i viveri? E l'acqua? Vorrai mica una nave madre di supporto?"
Thor: "No! Nulla. Carico tutto sulla zattera, e assieme a quattro indigeni, noi andiamo in Polinesia!"
Archeologo: "Mi spiace che non potrò essere al tuo funerale, perchè te lo faranno i pescecani, in mezzo all'oceano. La prima onda che vi rovescia..."
Thor: "Professore, lei porta sfiga. Vada a fanculo. Vedrà, che ce la farò..."
 
Il progetto di Thor si basava in realtà su precise documentazioni storiche o protostoriche, ma ovviamente non bastava! I dubbi della scienza ufficiale dell'epoca si riferivano all'uso di materiali poco noti e ritenuti inaffidabili per la navigazione! Una zattera di giunco e papiro, può da sola attraversare il Pacifico?
 


 

Ecco qua il primo prototipo di zattera di Thor Heyerdahl.
Ma vediamo la sua teoria.
 
Come spiega egli stesso nella sua relazione dopo l'avventura, gli Europei affermavano di essere stati gli scopritori di quelle isole; in realtà, anche nella più piccola di esse avevano trovato orti ben coltivati, capanne, templi, strade selciate, antiche piramidi e immense statue di pietra.
La popolazione parlava una lingua sconosciuta, comune a tutto l'arcipelago e non riconducibile ai continenti circostanti. Non conosceva la scrittura, custodiva - senza saperne il significato - misteriose tavolette incise con geroglifici indecifrati, preservava la memoria dei capi con l'ausilio mnemonico di un complesso sistema di funicelle a nodi, simile a quello usato dagli Inca.
Da dove, in origine, era dunque venuto quel popolo?
Heyerdahl ipotizzò che una prima migrazione potesse essere datata intorno al 500 d.C., seguita da una seconda verso il 1100. Circa la provenienza, osservò che la civiltà di quegli antichi immigranti apparteneva ancora all'età della pietra, che perdurava soltanto nel Nuovo Mondo.
Studiando le saghe degli Inca, Heyerdahl scoprì che l'antico nome del loro dio del Sole era Kon-Tiki cioè "Tiki del Sole", o Illa-Tiki, cioè "Tiki del Fuoco", sommo sacerdote e re degli uomini fondatori di quella antica civiltà. Secondo la leggenda inca, un giorno essi furono attaccati e trucidati da una tribù capeggiata da Carlo, venuto da Coquinbottal; solo Kon-Tiki con pochi seguaci si salvò, fuggendo via mare verso occidente. Sono evidenti le coincidenze con il Tiki polinesiano, nelle cui leggende figuravano racconti e particolari topografici riconducibili al Tiki degli Inca!
Questa prima migrazione nelle isole del Sud è datata da Heyerdahl al 500 d.C., ma nell'intera Polinesia trovò indicazioni del fatto che le isole non erano rimaste a lungo possedimento della pacifica stirpe di Tiki del Sole: altre tracce gli dimostrarono che Indii colombiani dell'età della pietra, esperti di navigazione, erano arrivati con le loro canoe da guerra verso il 1100 e si erano fusi con il popolo di Tiki.
L'obiezione principale mossa alle teorie di Heyerdahl era fondata sul fatto che quegli uomini misteriosi non avevano navi con cui attraversare l'Oceano. Qui è il genio di Thor Heyerdahl: il volere dimostrare che la traversata era possibile con le zattere di legno di balsa, di cui si servivano gli aborigeni peruviani.
 
L'immagine qui accanto, è una sbiadita fotografia del 30 aprile 1947 (ecco l'anniversario!). Con cinque compagni Thor ha costruito una grande zattera con un capanno come riparo, utilizzando esclusivamente quel legno leggerissimo legato con corde vegetali, senza l'aiuto di alcun elemento metallico. E quel mattino di 61 anni fa, partendo da Callao, in Perù, fece vela verso Ovest, verso la direzione del sole morente. Kon-Tiki era ovviamente anche il nome della zattera.
Le loro tracce si perdono molto presto, all'epoca non c'erano i satelliti artificiali come oggi, ma Thor ha studiato bene, e lascia la zattera in balia della Corrente di Humboldt, una corrente marina del Pacifico che doveva essere nota anche agli antichi.
In occidente, la comunità scientifica inizia a darlo per morto, assieme al resto dell'equipaggio, già verso il 30 maggio, un mese dopo la partenza...
 
Nel pomeriggio del 30 luglio, l'equipaggio avvista l'isola di Puka Puka, nell'arcipelago delle Tuamotu e dopo un'altra settimana, 101 giorni di viaggio e 4300 miglia nautiche, viene avvistata dai radar del porto situato sull'atollo di Raroia, dove la Kon-Tiki approdò poco dopo :)
 
I detrattori non furono soddisfatti :)
Sostenevano che prima di raggiungere la Polinesia, le popolazioni sudamericane avrebbero dovuto raggiungere le Galapagos, più vicine ma disabitate. Nessun archeologo aveva mai studiato quelle isole, considerate mai abitate (per mancanza di acqua potabile durante le stagioni aride).
Nel 1952, Thor approda alle Galapagos con una nuova missione scientifica ed archeologica.
Con questa spedizione dimostra che le Galapagos erano state punto di approdo di navigatori provenienti dalle Americhe in epoca precolombiana. Individua l'isola come possibile attracco delle zattere pre-incaiche preistoriche, ritrova abitazioni precolombiane con resti di centinaia di vasi in ceramica pre-incaici dell'Ecuador e del Perù settentrionale.
Mica fuffa :)
 
Preferirei fermarmi qui, perchè abbiamo detto abbastaza da far capire di che pasta era fatto il nostro personaggio :)
Basta aggiungere che nel 1950 ha rifatto il viaggio in zattera, con troupe cinematografica al seguito, dando vita al film Kon-Tiki, che racconta tutto il viaggio, di cui è stato regista.
Negli anni '60 ha anche pubblicato un libro (ne esiste anche l'edizione italiana) che racconta la spedizione.
 
In vecchiaia, non volendosi sentire vecchio, ne ha combinate altre, tipo che nel 1970 dalla città fenicia di Safi, in Marocco, con un'imbarcazione chiamata Ra, come il Dio egizio, costruita da indiani Aymara del lago Titicaca, percorre in 57 giorni 3.270 miglia raggiungendo le Isole Barbados. Dimostra con questa impresa la fattibilità tecnica, già nell'antichità, di viaggi dal vecchio verso il nuovo mondo, suggerendo che la somiglianza culturale tra i popoli precolombiani e le popolazioni assiro-babilonesi, potrebbe non essere dovuta al caso...
E ancora, nel 1977, con una nave di giunchi, dalla Mesopotamia, in Iraq, per verificare le possibilità di navigazione dei Sumeri 4000-5000 anni fa cosa fa? Percorre 6.800 km, discendendo il fiume Tigri fino al Golfo Persico, poi nell'Oceano Indiano fino alla valle dell'Indo in Pakistan e ritorno via mare dall'Asia fino all'Africa, all'imboccatura del Mar Rosso.
Con questa impresa, dimostra la possibilità di scambi culturali e commerciali in epoche molto antiche ad opera dei popoli mesopotamici.
 
E' morto a Colla Micheri, in Andorra, il 18 aprile 2002, all'età di 88 anni, dopo una vecchiaia non proprio di riposo: pochi mesi prima era a fare uno scavo archeologico in Russia settentrionale a cercare tracce di navigazione vichinga nell'artico, la spedizione fu interrotta proprio a causa del peggioramento della sua salute.
Premio Oscar 1952 nella categoria documentari per Kon-Tiki, nomination nel 1972 per il film Ra.
 
A lui è dedicato il Museo Kon-Tiki a Oslo.
 


 

Per approfondire:
Infolibro.it
Ambasciata di Norvegia

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scienza, storie e storielle, ricerche

lunedì, 21 aprile 2008
.: Un uomo, due invenzioni che hanno cambiato il mondo (non diciamo come) :.

Partiamo da un ritratto. Il ritratto di un uomo. Un uomo il cui volto non è noto alle grandi masse, e forse neanche il nome.
Guardatelo bene, memorizzate la sua faccia.


Un perfetto sconosciuto, ma è un uomo che invece un nome ce l'ha: si chiama Felix Hoffmann. Tedesco, nato a Ludwigsburg, il 21 gennaio 1868. Di professione chimico, laureatosi a Monaco di Baviera. Ed oggi raccontiamo la sua storia, che è una storia fatta di successi e di pasticci, infatti il nostro Felix ne ha combinata una per la quale avrebbe meritato di entrare nell'elenco degli scienziati che hanno cambiato la storia dell'umanità, con il loro genio. Ma subito dopo, per sua sfortuna, ne ha combinata un'altra talmente grossa... da essere messo al bando nel Pantheon della scienza. Per questo il suo nome è poco noto, anche se ha fatto molto di più di tanti che invece sono entrati nella storia.
 
Il giovane Felix Hoffmann trovò lavoro presso i laboratori di ricerca di una fabbrica di medicinali che esiste ancora oggi, ed anzi oggi è anche molto famosa e importante: la Bayer. Solo che all'epoca la Bayer non era una multinazionale come oggi, ma una piccola officina di preparazioni galeniche e medicinali. Anzi, a dire il vero, all'epoca l'industria farmacologica non esisteva ancora. Non c'erano le molecole sintetice, ed i farmaci usati erano composti per lo più da sostanze già presenti in natura.
 
Anche sul fronte delle malattie la situazione era diversa da quella di oggi. Mettiamoci infatti nei panni di Felix Hoffmann nel 1897. Appena 29enne, giovane chimico, al centro di un'Europa che dal punto di vista socio-sanitario non era certo come quella di oggi.
La penicillina non era stata ancora inventata, per cui non esisteva nessun antibiotico, e non esistevano rimedi per quasi tutti i mali. Aggiungiamo a questo che l'Europa di fine '800 aveva due grandi protagonisti: il Vaiolo e la Tubercolosi, ed i vaccini stentavano a diffondersi, le cure anche. Soprattutto per la Tubercolosi, che continuava a mietere vittime.
A dire il vero, oltre agli antibiotici non c'erano neanche i sulfamidici, gli antiinfiammatori e tutto il resto. E neanche la cibalgina, la nimesulide, eccetera.
E' qui che il genio di Felix Hoffmann entra in campo. Con un'idea nuova, completamente nuova e per l'epoca assolutamente rivoluzionaria: se la sostanza che può curare il male, o almeno alleviare i sintomi e far star meglio, non esiste in natura, allora la invento io.
 
Già, sembra facile a dirsi ma... a farsi?
Torniamo indietro di qualche anno. Nel 1874, un ricercatore inglese che si chiamava C.R. Wright aveva avuto l'idea di costruire in laboratorio, mediante una reazione chimica, una molecola che riducesse gli stati dolorosi. Certo sì, esisteva già la morfina... ma non è che se uno ha un dolorino piccolo piccolo, tipo ad un dente o un'emicrania si può prendere la morfina... Oggi diremmo che prendiamo una cibalgina o qualche goccia di novalgina, ma queste cose... beh all'epoca non esistevano.
In pratica Wright cercava qualcosa di più blando della morfina, tipo per il mal di testa. Allora provò a diluire la morfina con dell'anidride acetica, facendo quella reazione che in chimica si chiama acetilazione della morfina. La fece, provò a sperimentarla su alcuni animali, ma ottenne risultati poco interessanti, e abbandonò il progetto.
23 anni dopo, il nostro Felix Hoffmann riprende l'idea. Solo che dice... l'acetilazione va bene, ma forse è la morfina che è troppo pesante.
Allora Felix va a confrontarsi con il suo capo, un altro chimico della Bayer, che si chiamava Arthur Eichengrün. Il loro dialogo deve essere stato più o meno questo:

Felix: "Senti, ti ricordi di Wright?"
Arthur: "Certo! Quell'ubriacone! Stava sempre in laboratorio imbottito di birra!"
Felix: "Però aveva avuto una buona idea..."
Arthur: "Ma stai fuori? Acetilare la morfina? Ah tu sei giovane non hai visto quei poveri animali sui quali l'ha testata... sembravano pazzi..."
Felix: "E se non acetilassi la morfina, ma mettessi invece un gruppo ossidrile dell'acido acetico in un recipiente pieno di acido salicilico?"
Arthur: "Felix, cosa hai bevuto? Piantala! E' roba che in natura non c'è!"
Felix: "Se vuoi ti spiego..."
Arthur: "C'è poco da spiegare, è una gran cagata, la tua idea... acetilare l'acido salicilico ahahah! Tu stai fuori!"
Felix: "Vedi, Erodoto nelle Storie narrava che esisteva un popolo stranamente più resistente di altri alle comuni malattie; tale popolo usava mangiare le foglie di salice..."
Arthur: "Ma sei matto? Quella è mitologia! Non ti autorizza a prendere l'acido da dentro le foglie di salice e darlo alla gente..."
Felix: "Ma vedi, anche Ippocrate parla della corteccia del salice che era utile per alleviare il dolore ed abbassare la febbre..."
Arthur: "Appunto! Corteccia del salice! Ma senza acetilare niente! Erodoto non acetilava! Dai alla gente l'estratto di salice, allora, ma non giocare con il fuoco facendo strane reazioni chimiche!"
Felix: "Beh senti... ma sono 3000 anni che la gente si cura con le erbe e con le piante..."
Arthur: "Giustissimo! E tu cerca le cure con le erbe e con le piante, allora, non acetilare! Non fare intrugli! Queste cose, gli intrugli di erbe e piante, fanno parte della stregoneria o al limite dell'alchimia! E ricorda che noi siamo scienza, non fantascienza".
Felix: "Già, quindi non dobbiamo stupire con effetti speciali tipo intrugli, eh? No, non sono d'accordo. Io butto l'aceto sulle foglie di salice e vedo che succede...."
Arthur: "Felix, tu secondo me hai bisogno di un po' di vacanze, ti vedo stanco e stressato."
Felix: "Ed io, anche se ti stimo molto, ora ti mando a cagare e me ne vado sbattendo la porta!!!"

Felix va via, borbottando un "Te la faccio vedere io, la fantascienza, e ti faccio anche vedere dove te la infilo!", tutto incazzato torna in laboratorio, e giorni dopo rifà la stessa preparazione di Wright, ma mettendo l'acido salicilico al posto della morfina.
Fece l'acetilazione, ottenne una sostanza solida biancastra, che si sbriciolava al contatto e la testò su animali che avevano la febbre. Agli animali passò la febbre.
Non solo.
Una sera Felix aveva il raffreddore, e siccome non c'erano rimedi al raffreddore oltre al latte caldo con miele o alla già nota cura del cappello, si fece coraggio e si prese 100 mg della sostanza che aveva inventato. Gli passò il raffreddore. A questo punto, altro che testare su animali, si passò direttamente sull'uomo.
Una volta fatti i test sugli umani, sulle persone ammalate, si notò che questa sostanza funzionava come analgesico per dolori lievi, come antipiretico (per ridurre la febbre) e come antiinfiammatorio. Ha, inoltre, un effetto anticoagulante e fluidificante sul sangue, per questo il suo uso a piccole dosi aiuta a prevenire a lungo termine gli attacchi cardiaci.
Un successo strepitoso. Anche perchè questa sostanza non esisteva e non esiste in natura. E' stata inventata da Felix Hoffmann quel giorno del 1897.
Ed ha cambiato la storia dell'umanità. Qualcuno lo contestò, dicendo che il metodo da lui usato era alchimia e stregoneria, e che trattandosi di una sostanza non naturale era frutto di un patto con il demonio e giù con i soliti bla bla bla di stampo vetero-teologico.

Ma l'invenzione di Felix Hoffmann, la usiamo ancora oggi.
Già. Perchè acetilando l'acido salicilico, Felix aveva ottenuto l'acido acetil-salicilico, brevettato pochi giorni dopo con il nome di

Aspirina.

E' forse il farmaco più famoso al mondo, oggi, oltre che il più usato in assoluto.

Un'invenzione che poteva fare di lui un eroe nazionale, anzi un eroe mondiale della medicina. Ma come spesso accade, tra il paradiso e l'inferno la distanza è brevissima. E la caduta nell'inferno della memoria è arrivata puntuale anche per Felix. E solo in undici giorni. Undici giorni per andare dalle stelle alle stalle. Undici giorni per... ehm... combinare un gran casino. A livello mondiale.

Una volta sintetizzata l'Aspirina, Felix passò subito, forse un po' gasato dal successo, ad un nuovo compito.
L'Europa aveva un bisogno impellente. Quello di una sostanza utile nel sedare la tosse, ma non stiamo parlando di tosse dovuta ad un'influenza, ma di quella che si presenta nella tubercolosi e nelle patologie respiratorie.
Felix ci pensa su, ci riflette, e si rende conto che l'unica sostanza nota in natura per avere un po' d'azione sul centro nervoso respiratorio è ancora una volta, e fatalmente, la morfina, per cui il nostro pensa: "Ma vuoi vedere che Wright aveva visto giusto... e che magari ha sbagliato qualcosa nel procedimento? Ah, ma ora ci penso io..."
Così, appena undici giorni dopo il brevetto dell'Aspirina, Felix Hoffmann rifà in laboratorio l'acetilazione della morfina, ed ottiene una nuova molecola di sintesi. A quel punto, la nuova sostanza viene sperimentata su pazienti affetti da tubercolosi, pneumosi, ed altre malattie respiratorie gravi, dove gli spasmi di tosse rischiavano di far morire per asfissia il malato.
I risultati apparvero buoni... nel senso che i malati davvero respiravano meglio, con meno spasmi di tosse... ma c'era una mal interpretazione degli stessi risultati...
All'epoca, per curare queste patologie si usava la codeina che è un oppiaceo blando. La codeina mostrava risultati peggiori rispetto alla nuova molecola sintetizzata da Felix.
Certo, c'era anche l'infelice idromorfone, un idrogenato della morfina, che era un po'... troppo potente, infatti sedava la respirazione dei pazienti così tanto che spesso ci restavano secchi e morivano per autosoffocamento. Altri invece finivano in coma per blocco totale dei centri nervosi.
La molecola di Felix si mostrava circa 5 volte meno potente dell'idromorfone. La gente stava meglio, senza andare in coma. Ma stava davvero moooooolto meglio...
Pertanto, i buoni risultati nei test sui tubercolotici diedero la falsa impressione che si trattasse di un'altra genialata di Felix Hoffmann, come l'Aspirina. Diedero l'impressione che la riduzione del ritmo respiratorio dipendesse da una migliorata efficienza respiratoria. Invece...

Nei mesi successivi, l'impiego terapeutico si ampliò alle più disparate patologie pneumologiche, ma anche neurologiche, ginecologiche, ecc. Si diffusero pertanto svariate preparazioni farmaceutiche acquistabili liberamente.
Altro che molecola curativa. Basta pensare che alcune delle persone che testarono il farmaco, dissero che nei primi 60 secondi dopo l'assunzione avevano provato una sensazione "simile a una serie multipla di orgasmi disseminati in tutto il corpo." Altri invece dissero di aver parlato con gli angeli. Altri dicevano che "Nel primo minuto dopo averla assunta, io vado tra le nuvole, sto in paradiso..."

Nel giro di pochi anni, la sua diffusione diventò emergenza sanitaria in tutto il mondo, e poi addirittura, ovviamente per motivi politici, emergenza sociale.
Tanto per fare qualche esempio, nel 1905 la città di New York consumava circa due tonnellate di sostanza all'anno. E chi la consumava ne era dipendente. In Cina, sotto forma di compresse da fumare, iniziò addirittura a sostituire l'oppio, e si sa che per i cinesi l'oppio è un fatto culturale molto radicato.
L'Europa non rimase immune e il consumo si diffuse rapidamente. La dipendenza anche.
In Egitto nel 1930 il fenomeno aveva assunto proporzioni drammatiche: si calcola che su 14 milioni di abitanti vi fossero 500.000 dipendenti da questa molecola.
Di fronte a questi fatti le autorità corsero in fretta ai ripari: l'Italia e gli Stati Uniti furono i primi che ne vietarono produzione, importazione e uso, nel 1925; a seguire, tutte le altre nazioni. Le ultime nazioni a metterla al bando sono state la Cecoslovacchia (1960) e il Portogallo (1962).
Questi divieti hanno ottenuto il risultato di far sorgere, di fronte alla fortissima richiesta, un po' dovunque i laboratori clandestini.
Il numero di morti... beh quello non è possibile calcolarlo, se si pensa che la dose letale in soggetti non assuefatti è di appena 100 mg.

Bel casino, che ha combinato il nostro Felix, eh?
Eh già, lo credo bene.
Perchè dopo aver inventato l'Aspirina, quel giorno del 1897, acetilando la morfina Felix Hoffmann aveva inventato una sostanza che non era morfina, ma che, attraversata la barriera ematoencefalica, quella che genera flash euforici, perde i gruppi acetili ritrasformandosi in morfina. Purissima.
Felix Hoffmann, acetilando la morfina aveva sintetizzato questa nuova molecola che chimicamente si chiama Diacetilmorfina, ma che ha un nome "commerciale" diverso.
Felix Hoffmann aveva inventato...

...l'Eroina.


"E' che per vivere normale devi lasciarla andare via.
Ma io non voglio scappare da qui.
Restiamo insieme, verso l'inferno. Insieme.
L'inferno. Terribile.
Terribilmente dolce.
Siamo una cosa sola."

(Anonimo eroinomane)

"Il flash ha la violenza del lampo e l'intensità dello spasimo. Un'ondata di calore che pervade il corpo, una sensazione improvvisa di euforia, di benessere, di sicure