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Nacqui a Napoli tanti anni fa. Poi la vita mi ha portato via dal Golfo, mi ha portato prima nella Capitale d'Italia, poi tra le Prealpi Lombarde.
Lavoro nel settore scientifico-tecnologico, mi piace fare varie cose:
fotografare, giocare a scacchi, il teatro, scrivere. Sono curioso e mi piace
cercare di comprendere le cose che mi circondano. Non reggo le persone che credono di aver capito già tutto.
Sono un accanito bevitore di caffè :) e last but not least mi
diverto a smanettare con i computers.
Passo molto tempo in solitudine a pensare, o ad ammaestrare macchine, o a leggere, ma soprattutto a scrivere e poi ancora a scrivere.
Citazione d'obbligo:
"Se i tempi non richiedono la tua parte migliore... inventa altri tempi!"
La frase più bella che mi sia stata detta/scritta negli ultimi tempi:
"Sono felice di sapere che ogni giorno posso trovarti, parlarti, ridere con te, appassionarci parlando di qualsiasi cosa..."
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Carissimo,
abbiamo passato assieme quasi un decennio. Certo, mi hai fatto sborsare
palate di soldi, anche se non li valevi, ma come sai con te ho sempre avuto un rapporto affettuoso. Assieme ci siamo difesi da tentativi di estorsione, abbiamo affrontato ragazzini armati, ed abbiamo attraversato le montagne... e qualche volta sei stato perfino ingiustamente speronato, ma con delicatezza.
Si lo so, magari ce l'hai avuta con me, per quel giorno in cui ti parcheggiai sulle rotaie di una linea ferroviaria, magari avesti paura che potesse passare il treno. Però ammetti, e sono certo che lo fai, che ti ho sempre riparato, ad ogni guasto. Oddio, non proprio sempre sempre... ma almeno per le cose importanti sì.
All'interno del tuo abitacolo ho pensato, riflettuto, baciato, amato, litigato, odiato. Ne abbiamo passate tante, assieme. Siamo perfino rimasti a piedi in autostrada, abbiamo attraversato mille e mille discariche abusive: 1500 e passa chilometri non sempre sull'asfalto, nonostante tu non sia mai stato un fuoristrada, finchè un giorno non stavi per rimetterci ruote, braccetti e semiassi. Analogamente, credo che tu ti sia spaventato quando sei stato violentemente aggredito, in circostanze che ancora oggi sono rimaste poco chiare...
Sì certo, ti ho sempre chiamato mezzo mobile nel senso che sei metà mobile e metà no, nel senso che per metà ti mettevi in moto e partivi, mentre l'altrà metà no, ma fa nulla, sei stato lo stesso il mio compagno di avventure.
Nell'aprile 2008 ti si dava per spacciato, dopo l'ennesima grave defaillance alle porte dell'aeroporto, ma anche in quel caso, sei tornato alla carica. Così come nel maggio 2008, quando fosti violentemente tamponato.
Insomma, assieme abbiamo condiviso un grosso pezzo di vita, e mille avventure e peripezie. Per questo, oggi mi piange il cuore.
Perchè è purtroppo arrivato il giorno della rottamazione.
Mi mancherai, ti ricorderò con nostalgia. E non ti preoccupare: starò attento a fare in modo che tu non vada a finire in una discarica abusiva.
Riposa serenamente.
Nei prossimi giorni non posterò, mi fermo per un po', diciamo una sorta di "ferie", ma prima devo tirare fuori un po' di cose che ho dentro, più o meno a 360 gradi. Me l'ha prescritto il medico.
Sarò lungo e logorroico, perchè sono in pratica sette post in uno, come quando ero giovane (:P), e non sarò diplomatico perchè sto abbastanza incazzato. Quindi, chi ha intenzione di leggere, si metta comodo. Chi non ha intenzione di leggere, è esonerato dal farlo. Come al solito non chiedo a nessuno nè di leggere nè di essere d'accordo.
1. Relazioni e bisogni
Persone che si incrociano, che si sono incrociate, con le loro intelligenze, le loro capacità di inventiva. Si incrociano, si scontrano, a volte rimbalzano, perchè l'urto è elastico.
Intelligenza e inventiva possono prendere anche altre strade, che magari altri considerano delle deviazioni, ma non per questo vanno negate come tali. C'è chi le ha prese, queste strade, io no, mi ci ribello. Urlo forte il mio no. Non mi sta bene. Non mi stanno bene le cose che succedono attorno a me, soprattutto quelle che vanno ad intersecare la mia vita.
L'uomo, come tutti gli esseri viventi, si adatta e si abitua alla condizione in cui vive, e trasmette per eredità le abitudini acquisite. Così, essendo nato e vissuto nei ceppi, essendo l'erede di una lunga progenie di schiavi, l'uomo, quando ha incominciato a pensare, ha creduto che la schiavitù fosse condizione essenziale della vita, e la libertà gli è sembrata cosa impossibile. (...)
Così uno, il quale fin dalla nascita avesse avuto le gambe legate e pure avesse trovato modo di camminare alla men peggio, potrebbe attribuire la sua facoltà di muoversi precisamente a quei legami, che invece non fanno che diminuire e paralizzare l'energia muscolare delle sue gambe.
Se poi agli effetti naturali dell'abitudine s'aggiunga l'educazione data dal padrone, dal prete, dal professore, ecc., i quali sono interessati a predicare che i signori ed il governo (e le catene!) sono necessari, si comprenderà come abbia messo radice, nel cervello poco coltivato, il pregiudizio della utilità, della necessità delle catene.
Figuratevi che all'uomo dalle gambe legate, che abbiamo supposto, il medico esponesse tutta una teoria e mille esempi abilmente inventati per persuaderlo che colle gambe sciolte egli non potrebbe né camminare, né vivere; quell'uomo difenderebbe rabbiosamente i suoi legami e considererebbe nemico chi volesse spezzarglieli.
Riavvolgere il tempo. Tornare indietro. Quando si sbaglia tutto, occorrerebbe tornare indietro, no? Tornare indietro e prendere un'altra strada. Ho sempre considerato falso quel luogo comune, usato spesso in politica e nei rapporti interpersonali, che dice "indietro non si torna". Tutta la società dovrebbe tornare indietro, smetterla con questa ideologia dello sviluppo mercantile a tutti i costi.
Le frasi in corsivo, qui sopra, sono state scritte nel 1891. E non è solo una questione linguistica. Perchè è attuale.
E' una questione di pregiudizi.
Pregiudizi che si sviluppano, basandosi su fatti reali, ma che poi crescono di vita propria (complice lo scorrere del tempo), fino a diventare talmente forti da non permettere confronti. Anche se le prime possibilità non sono dipese dalla volontà dei soggetti, ma da forze esterne. E spesso è il mondo del lavoro, del "produci-consuma-crepa", a fare da forza esterna su tutti noi.
Ma alle forze esterne occorre reagire. Urlare forte il proprio no.
No.
No
No
No
No
(1977)
L'uomo ha bisogno di molte cose. Generalmente questa affermazione si interpreta nel senso che l'uomo ha dei bisogni, e che è obbligato a soddisfarli. Si ha, in questo modo, la trasformazione dell'uomo, da un'unità ben precisa storicamente, in una dualità (mezzo e fine nello stesso tempo). Infatti, egli si realizza nella soddisfazione dei suoi bisogni (cioè nel lavoro) ed è, quindi, lo strumento della propria realizzazione. Ognuno vede quanta mitologia si nasconde sotto queste affermazioni. Se l'uomo non si differenzia dalla natura senza il lavoro, come può realizzare se stesso nella soddisfazione dei suoi bisogni? Per far ciò dovrebbe essere di già uomo, quindi dovrebbe aver realizzato i suoi bisogni, quindi non dovrebbe aver bisogno di lavorare. La merce
costruisce da se stessa la profonda utilità del simbolo. Diventa, così, punto di riferimento, unità di misura, valore di scambio. Lo spettacolo inizia. I ruoli vengono assegnati. Si riproducono. All'infinito. Senza modificazioni degne di nota, gli attori s'impegnano nella recitazione. La soddisfazione del bisogno diventa un effetto riflesso, marginale. La cosa più importante è la trasformazione dell'uomo in "cosa", e con l'uomo tutto il resto. La natura diventa "cosa". Utilizzata si corrompe e corrompe gli istinti vitali dell'uomo.
Siamo noi che paghiamo il conto. Sarebbe quindi nostro compito accorgerci dell'illusione e preoccuparci di individuare la realtà.
La realtà quella vera, non le realtà fasulle e costruite ad hoc, oppure quelle che nascono dal mancato confronto con il mondo, con gli altri. Io non sono un costruttore di realtà. Mi incazzo quando altri le costruiscono, quando usano delle sottigliezze per farle passare per buone. Mi incazzo perchè sono trucchi, sono imbrogli, sono raggiri.
La vita è fatta di autoritarsimo fin da subìto. Nella famiglia, nella scuola, sul lavoro. Non sarebbe ora di urlare un altro no? La vita è fatta anche di gioie, di dolori, di sentimenti, di affetti, di cose importanti, di cose che contano. Perchè perdere tutto? Perchè farci rubare tutto dal fluire veloce di una società mostruosa?
E ancora quella voglia di riavvolgere il nastro del tempo, di tornare indietro, di correggere gli errori.
Ma poi, chi lo dice che siano stati errori? E se invece erano le strade giuste?
E ancora altre domande (beh per oltre 4 anni e mezzo questo blog è servito a fare domande, mai a dare risposte: qui non cucino pappe pronte, e le risposte la gente potrebbe darsele anche da sola, io al limite ho provato a dare spunti). Domande che annaspano dentro, che non si sa se esiste risposta. E per quelle scelte che hanno prodotto dolore? Per quei tentativi falliti?
Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse, ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, tanti, ma in ogni caso nessun rimorso.
Ho i rimpianti degli errori che avrei potuto evitare, ma avrei rimorsi solo se non avessi provato, se non avessi tentato, se fossi stato come un ignavo a guardare. Non sono mai rimasto a guardare. Quindi non ho rimorsi.
Due modi trovano in natura gli esseri viventi per assicurarsi l'esistenza e renderla più piacevole: uno è la lotta individuale contro gli elementi e contro gli altri individui della stessa specie o di specie diversa; l'altro è il mutuo appoggio, la cooperazione, che può anche chiamarsi l'associazione per la lotta contro tutti i fatti naturali contrari all'esistenza, allo sviluppo ed al benessere degli associati.
Forse ho cooperato poco? Forse è tardi per farlo ora? Forse non ho lottato contro certi elementi che ora avverso, avrei dovuto farlo prima. Lo so. Questi sono due grandi rimpianti che ho. Se potessi riavvolgere il tempo...
2. Di situazione umana
Francia, 1909:
Che cazzo ci sto facendo qui? Perchè sono finito in questo letamaio, dove l'unica cosa buona è la nebbia, che non ti fa vedere le facce dei morti viventi, di tutti quelli che si alzano all'alba, lavorano fino a sera, tornano a casa, dormono si rialzano... Ogni giorno uguale agli altri, attraversando la nebbia con le mani gonfie nelle tasche e la testa bassa, chini sul piatto a cena, chini davanti al padrone, chini in chiesa la domenica, sempre a testa bassa, sempre... Che sto sperando?
Qui Italia, 2009. Sono passati 100 anni. Almeno impariamo a non chinare il capo sul piatto a cena (a non chinarlo in chiesa ho imparato da decenni). Impariamo ad urlare no.
Prendiamo le cose a calci, ma non le cose alle quali teniamo. Quelle, di calci già ne hanno presi abbastanza.
Le note dello Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi nell'aria. 1909, tutti a capo chino. 1993, occasioni mancate. 1999, speranze. 2001 mazzate, 2004 mazzate, 2005 speranze, 2007 soluzione mancata, 2009 si torna al punto di partenza. Pare che l'uomo moderno le mazzate se le vada a cercare.
"Nessun individuo", diceva Michele Bakunin, "può riconoscere la sua propria umanità né per conseguenza realizzarla nella sua vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando alla sua realizzazione per gli altri. Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano. La mia libertà è la libertà di tutti, poiché io non sono realmente libero, libero non solo nell'idea ma nel fatto, se non quando la mia libertà e il mio diritto trovano la loro conferma e la loro sanzione nella libertà e nel diritto di tutti gli uomini miei uguali".
Quindi, finchè c'è qualche disparità di trattamento...
Ma la situazione umana oggi è ridotta a una cosa molto più semplice: contarsi. Sì ho detto proprio contarsi.
Il dio della produttività continua a dominare senza rivali, e allora... tutti a contarsi. Contarsi è bello. Ci fa credere forti. I sindacati si contano. I partiti si contano. I padroni si contano. Contiamoci anche noi. Girotondo. E quando abbiamo finito di contarci, cerchiamo di far restare le cose come prima. E se la modificazione è proprio necessaria, facciamola senza disturbare nessuno.
Io so contare, ma questo non mi obbliga a farlo.
3. Gioia e società
Tutti noi crediamo di avere esperienza della gioia. Almeno una volta, ognuno di noi, ha creduto di gioire nella propria vita. Solo che questa esperienza della gioia ha sempre una forma passiva. Ci accade di gioire. Non possiamo "volere" la nostra gioia, come non possiamo obbligare la gioia a ripresentarsi. Tutto ciò, questa separazione tra noi e la gioia, dipende dal nostro essere "separati" da noi stessi, tagliati in due dal processo di vita sociale moderna. Lavoriamo tutto l'anno per avere la "gioia" delle vacanze. Quando queste arrivano ci sentiamo in "obbligo" di "gioire" del fatto di essere in vacanza. È una tortura come un'altra. Lo stesso per le feste comandate e soprattutto per la domenica. Un giorno allucinante. La rarefazione dell'illusione del tempo libero ci fa vedere la vacuità dello spettacolo mercantile in cui viviamo. Lo stesso sguardo assente fissa il bicchiere semivuoto, la televisione, la partita di calcio, la siringa di eroina, lo schermo dei cinema, le lunghe fila delle automobili, le luci pubblicitarie, le villette prefabbricate che hanno finito di uccidere il paesaggio. Cercare la "gioia" nel fondo di una delle diverse "recite" dello spettacolo capitalista è pura follia. L'esperienza del tempo libero, programmato da chi comanda, è letale. Fa desiderare il lavoro. Alla vita apparente si finisce per preferire la morte sicura. Nessuna gioia reale può venirci dal meccanismo razionale della vita sociale in una società capitalista come quella occidentale. La gioia non ha regole fisse che possano catalogarla. Anche se dobbiamo poter volere la nostra gioia. Altrimenti siamo perduti. La ricerca della gioia è, quindi, un'azione della volontà. Una ferma negazione delle condizioni fissate dalla società, cioè dei suoi valori.
Il grande spettacolo della società moderna ci ha tutti messi dentro, fino al collo. A turno, siamo attori e spettatori. Invertiamo le parti, ora guardando a bocca aperta, ora facendoci guardare dagli altri. All'interno della carrozza di cristallo ci siamo entrati tutti, pur sapendo che si trattava di una zucca. L'illusione della fata ha ingannato la nostra coscienza critica. Adesso dobbiamo stare al gioco. Almeno fino a mezzanotte, quando la carrozza di cristallo dovrebbe tornare a diventare zucca.
Non mi sta bene. Non solo perchè è tutto artificioso, ma anche perchè questa non è la mia fiaba preferita. Preferirei, se permettete, quella dove alla fine
si morde una mela avvelenata. Ma anche questo simbolo, nato in una fiaba, ci è stato rubato da una multinazionale: la Apple scelse come simbolo proprio la mela morsicata, la mela avvelenata (lo fecero per Turing, non certo per la bella nella bara di cristallo).
Mettiamo da parte le attese, le titubanze, i sogni di pace sociale, i piccoli compromessi, le ingenuità. Tutto il ciarpame metaforico che ci viene fornito negli spacci di un mercato che ha mercificato tutto, ed ha cambiato nome, autodefinendosi "centro commerciale". Mettiamo da parte le grandi analisi che tutto spiegano, fin nei minimi particolari. I libroni pieni di senno e di paura. Mettiamo da parte l'illusione democratica e borghese della discussione e del dialogo, del dibattito e dell'assemblea, delle capacità illuministiche dei capi mafia. Mettiamo da parte il senno e la saggezza che la morale borghese
del lavoro ha scavato dentro i nostri cuori. Mettiamo da parte i secoli di cristianesimo che ci hanno educati al sacrificio e all'obbedienza. Mettiamo da parte i preti di ogni ordine e funzione, i padroni, le guide politiche, quelle rivoluzionarie, quelle meno rivoluzionarie e quelle per niente rivoluzionarie. Mettiamo da parte il numero, le illusioni del quantitativo, le leggi del mercato, la domanda e l'offerta. Sediamoci un attimo sulle rovine della nostra storia e riflettiamo. Il mondo non ci appartiene: se ha un padrone e questo padrone è tanto stupido da desiderarlo, così come si trova, che se lo prenda, che cominci a contare le rovine al posto dei palazzi, i cimiteri al posto delle città, il fango a posto dei fiumi, la melma infetta al posto dei mari. Il più grande spettacolo illusionistico del mondo non mi incanta più.
No, oggi ho altro da fare. Ho da recuperare qualcosa nei confronti di questo mondo, capirlo. Non trovarmi un posto, quello non mi interessa. E non venitemi a dire che con la Rete le cose si possono cambiare, perchè non credo più neanche in questo.
4. Della morte dei blog come fenomeno in rete
Qualcuno dirà: "ma perchè lo dici sul blog?"
Ed io rispondo: "perchè altrove non si può".
Esatto. Non ci sono altri margini di comunicazione. Quindi si può dire solo qua, le altre strade sono chiuse. Sono state forzatamente chiuse.
Tanto tra poco muoiono anche i blog, e non certo per il DDL Alfano e le storie sulle querele e su tutto il resto, l'obbligo di rettifica, e quelle cagate tipo gli scioperi dei blog, non sono queste frottole a farli morire. I blog muoiono di suicidio.
Muoiono perchè la gente se ne va, se ne va a farsi ammansire, zittire, instradare e mettere in gregge ordinato su altre cagate fatte in mala fede come Facebook o qualunque social network dove a dominare non siano i contenuti ma i vari taggami-reqqami-addami, e le reti di contatti che si sostituiscono a quel che si ha da dire, e che ne assegnano anche la proprietà al gestore, e non ai singoli. Beh se la gente vuole una rete così instradata, controllata, e che trasforma tutto in reality show, che se la tenga. Così, la gente impara meglio la rassegnazione al silenzio, ad accettare l'inutilità di qualsiasi difesa. Io invece lascio.
Io non ci sto.
(Traduzione: non cercatemi su Facebook, tanto non ci sono, e godo a non esserci).
Già perchè io il mio social network l'ho fatto qua, sul blog, e vi garantisco che funziona benissimo, ha sempre funzionato benissimo. I blog hanno avuto il loro "momento d'oro", dall'estate 2006 a quella 2007 più o meno, ma poi è finita lì, hanno smesso di aumentare, poi hanno iniziato a diminuire. Perchè per fare social con i blog c'è bisogno di scrivere, e soprattutto di leggere gli altri, e pare che mediamente questo sia diventato faticoso. Molto meno faticoso è interagire in altri modi: taggami-reqqami-addami. E via con i social network che danno l'illusione di rimorchiare più facilmente, e se a casa hai un portatile e l'access point wireless, puoi farlo anche mentre sei seduto sul cesso e stai cagando.
E allora con buona pace per tutti, i blog sono in declino, non sono più lo stesso progetto di comunicazione di prima. Sono destinati a ridursi e a diventare una piccola nicchia, dove ci si legge vicendevolmente, e spesso ci si legge addosso, all'interno della nicchia. Un po' la fine che ha fatto Usenet (tranne per il porno, là funziona benissimo).
Per questo non ci credo a cagate tipo scioperi dei blog, tentativi di creare una nuova casta, non quella dei giornalisti, ma quella degli online writers. E' una casta che non mi appartiene, alla quale non appartengo, e non voglio appartenere. Volevo solo un mezzo di comunicazione che fosse bidirezionale (altrimenti basta e avanza la tv). Ma è in fase di riflusso spinto. Sotto i colpi di robaccia che va da Orkut a Facebook. E qui c'è bisogno di spendere qualche parola in più.
5. Facebook e i social networks
Ho sempre preferito altri strumenti che mi piacciono (i wiki, le radio via web, i blog): tutti strumenti che non prevedano meccanismi forzati di interazione (ancora quel taggami-addami-reqquami e tutte queste minchiate che tanto piacciono). Per quanto riguarda i social network, dove anche l'interazione tra persone è instradata, non mi piace quello che producono, quello che iniettano nelle relazioni umane: è l'ennesimo network che disgrega, ghettizza, emargina. Come l'eroina. E non approfondisco sulla profilazione delle utenze: mi pare non ci sia molto da dire (per ora, dopo sì). Non è che io voglia dire che "Facebook è il male", sia chiaro! Il "male" semmai è nelle forme con cui vengono catalogate e instradate su binari le relazioni.
Tra l'altro dietro tutto questo c'è una rovina maggiore (che è anche une deviazione pericolosa): quella di prendere queste tecnologie come garanzie di funzionalità e soluzioni di problemi che risalgono a ben altre cause... Io che di queste tecnologie me ne occupo per lavoro, vedo in pieno come siano
poco funzionali al pubblico. Sono funzionali, sì, ma non al pubblico di u-tonti (non più utenti) che l'usano. Esistono tra l'altro cose molto più funzionali (spesso ancora in sviluppo come tutte le applicazioni web), e con idee motrici con meno fini commerciali e di controllo, per cui se proprio uno
vuole comunicare tramite social network, che lo faccia! E' anche bello! Ma c'è sempre roba migliore, come ad esempio CrabGrass.
Io ho trovato decisamente migliore sviluppare un blog. Ma i blog stanno morendo perchè la gente preferisce migrare verso i social... Amen. E se
gli indichi, alla gente, qualcosa di interessante come questo, neanche capisce di che cosa si sta parlando.
Non è un problema in sè, nel senso che Facebook non è e non può essere eterno, ma è un qualcosa in grado di crollare molto presto, e non solo perchè magari "passa la moda", crolla semmai perchè la piattaforma di Facebook fa acqua da tutte le parti, già poco tempo fa è apparso il primo "virus" basato su Facebook; tecnicamente, Facebook si basa si basa su un insieme di API (Application Programming Interface) che fanno talmente acqua che non solo permettono furti di dati e identità quotidianamente, ma che permettono anche di creare tanto di quel rumore che sfido tutti i programmatori a incatenarsi ai propri terminali per tentare di risolvere tutti questi problemi di sviluppo. Per cui è anche facile che presto qualcuno che si vuole divertire, e recuperare un po' di Gioia (vedere uno dei paragrafi precedenti) rovinando Facebook, si metta a fare software per generare rumore (Usenet è morta così, per il rapporto segnale-rumore bassissimo), o magari implementare qualcosa di simile al famoso copyBot che ha fatto perdere milioni di dollari a SecondLife, e continua a rompergli le scatole ed a metterla in ginocchio, dopo aver frenato il boom modaiolo di SecondLife... semplicemente copiando e spostando dei files XML!
Nel frattempo, grazie alla palese disalfabetizzazione non solo informatica, ma anche tecnica, della gente, Facebook è riuscito (senza far parlare dei soldi che ci girano dietro! E se non si parla dei soldi sembra che non ci siano) ad incrementare il processo di disgregazione delle comunità locali, ad
alimentare l'illusioria gratificazione del click, quella soddisfazione di non aver bisogno di essere "umani", reali, per essere amici.
Sarò sboccato, ma viene incontro a una società dove si scopa sempre meno, sempre peggio e sempre più a pagamento, e dove la logica del "pago, dunque pretendo" sta contaminando totalmente i rapporti tra le persone.
Oltre a tutto questo, ci sta facendo accettare che la socialità sia un qualcosa di misurabile, ma che siamo diventati...? I cittadini di SimCity? Se la
socialià di una persona si misura dal numero di amici che ha su Facebook... sbaglio o ricompare ancora quella mania del contarci, contarci,
contarci?
Poi c'è la politica, e quella non dobbiamo dimenticarla mai. E' anche noioso non doverla dimenticare, ma tant'è: c'è e dobbiamo farci i conti.
In questo caso la politica ha un nome: Peter Thiel. E' uno dei tre solo tre componenti del consiglio di amministrazione di Facebook, ed è anche uno degli inventori di PayPal.
Thiel sostiene da anni fondazioni e lobby mediatiche di estrema destra che non fanno mistero dell'appartenenza a un'ideologia specifica. E Thiel ha una barca di soldi (e non dice chi glieli ha dati). La barca di soldi è talmente grande, da farlo diventare uno dei più potenti venture capitalist del mondo, ma non solo: è membro del 527 Group, e chi non sa cosa è farebbe bene a leggere il link, visto che è una lobby che influenza la politica ed i candidati alle elezioni, e come se non bastasse è anche nella Methuselah Foundation... (brrrrrrrrrrrrrrr, a me queste cose fanno venire i brividi)
Allora, lasciando perdere quel che si legge in giro, io dico la mia a muso duro: Thiel è un agguerrito conservatore, preme attraverso il 527 Group per l'abolizione delle tasse (e dunque dello Stato democratico), finanzia le potenzialità delle intelligenze artificiali, pone la sua fiducia finanziaria nei progetti di rivitalizzazione umana e di allungamento della vita, è di destra, è potente, è ricco sfondato, ed è convinto, come ha
dichiarato a viva voce, che l'umanità tutto sommato "sia composta di pecore". Ma allora, se pensa questo dell'umanità, ed è un consigliere d'amministrazione di Facebook, per lui Facebook che cosa è? L'amministrazione del gregge? Come si può pensare che a un individuo simile interessano le relazioni umane, o il fatto che la gente possa socializzare, al
punto di "donare facebook all'umanità"? Come è possibile, visto che aderisce al transumanismo, al quale neanche Hitler era arrivato?
E su questo argomento mi fermo qui, visto che un'analisi politica approfondita su Facebook riempirebbe di KiloBytes questa pagina anche troppo, dovrei fare una serie di post, e non ho la minima intenzione di farli.
Ma una cosa la si può dire: di solito gli "strumenti" e le "tecniche" sono neutre, ma per favore non venitemi a dire che Facebook è neutro. E' una creazione di Thiel, e Thiel non fa le cose a caso. Crea gabbie, invece che romperle.
Infatti, permette di "incastrare" l'utente, tramite la profilazione. Cosa fa l'utOntO medio? Si iscrive, gli dice chi è, gli dice quali sono i suoi interessi, gli dice chi sono i suoi amici, con l'aiuto di applicazioni come test e cazzate varie permette di aumentare la precisione con cui si fa il
data mining e lo si mette in gabbia.
Il tutto con il consenso dell'utente, anzi dell'utonto. L'utonto è invogliato a fornire questi dati, crede di averne bisogno. Il risvolto psicologico che ha sull'utOntO medio, che torna a casa dopo 10 ore di lavoro malpagato, è la soddisfazione personale (o almeno l'illusione) di essere in contatto con altre persone nonostante il poco tempo libero che si ha.
Morale della favola: come ogni buon prodotto/servizio, Facebook si infila in un vuoto, che in questo caso è il vuoto relazionale di persone che hanno orari sempre più standardizzati, relazioni e rapporti sempre più standardizzati, "amicizie" sempre più standard, modi di vestire, mangiare, guardare, comprare, cacare e scopare sempre più standard (sul cacare standard ci torno tra poco...). Un vuoto relazionale che diventa vuoto anche ideologico, ma soprattutto vuoto di idee e di modi di vedere la vita. Poi, chi si accorge di questo vuoto, tenta di colmarlo (Guccini docet: le magie di moda delle religioni orientali che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero) non con delle proprie idee, non con un pensiero indipendente e specifico, ma abbracciando qualche fede, meglio se una filosofia orientale, il buddhismo (occhio alla acca), o cose del genere. Ancora una volta, sono risposte biografiche a problemi sistemici. Chi invece non se ne accorge, vive scambiandosi files PowerPoint dalla mail dell'ufficio, mandandosi link idioti e fasulli a cose che sembrano scritte per far indignare sul come va la società (ma tanto sono commerciali anche quelle, e lo si vede dal numero di gadget-magliette-spille-dvd-biglietti che si vendono), tipo beppegrillo e robe del genere, e poi passa il resto del tempo a lamentarsi di mutui e rate da pagare.
In questo scenario alienato, arriva Facebook: ha "comprato" la concezione del corpo, dei rapporti con le persone, dell'uso migliore del tempo libero (ma migliore per chi? E' solo standardizzazione del tempo libero!), della cultura e del linguaggio.
Alla fine, anche la profilazione e i dati personali non servono più, vanno in secondo piano. Non serve sapere come ti chiami o i tuoi gusti, tanto si è riusciti ad importi di vivere secondo un modello standardizzato. Modello che spinge alla creazione del bisogno di farsi vedere e guardare.
Quindi, il problema è più a monte di quello di una mancata alfabetizzazione. E' sociale.
6. Sulla standardizzazione delle funzioni fisiologiche
"Una volta, ti accorgevi che le patate erano buone, quando erano sporche di terra".
"Una volta, sapevi che i pomodori erano buoni perchè erano tutti diversi".
Oggi vai al centro commerciale, e sono tutte uguali tra loro, le patate. I pomodori anche. E si sceglie l'illuminazione in modo che i colori dei prodotti siano più vivi. L'illuminazione dei centri commerciali non è mai perfettamente bianca. La leggera e quasi impercettibile colorazione è scelta con molta cura. E non è neanche vero che c'è più scelta! Hai un reparto intero di yogurt o di formaggi? Guarda bene.. vedrai che sono sempre gli stessi, anche se la marca attaccata sopra è diversa, ma la composizione è la stessa. Spesso anche la fabbrica è la stessa, è solo la marca che cambia.
Risultato? Standardizzazione del come mangiamo. Mangiamo tutti le stesse cose, tutte uguali, abolendo la diversità alimentare, ma portandoci dietro le magagne (intestinali) dei cibi tutti uguali, che tutti mangiamo, e che non hanno una normale digeribilità ed assimilabilità.
Torniamo a casa, stasera, mettiamoci davanti alla TV, e mettiamo un qualunque canale, non importa quale: qualunque trasmissione vediamo, sarà presto interrotta dalla pubblicità. Io oggi pubblicamente sfido chiunque a vedere un'intera sequenza di pubblicità che separa due spezzoni di film o altro, senza beccare almeno due o tre spot di prodotti per facilitare la possibilità di cagare. Una si sente gonfia sia d'inverno che d'estate, un'altra ha la pancia piena di merda e deve svuotarsela entro 15 giorni, un altro prende l'Ac****l tutto i giorni, un'altra mamma da l'Ac****a al bambino, un altro deve riempirsi la pancia di elementi attivi perchè se no non caga, un altro prende questo o quel prodotto di una multinazionale perchè la sua vita è oramai ridotta ad una guerra contro la stitichezza.
Abbiamo standardizzato le cacate. Abbiamo fatto in modo da commercializzare il defecare. Abbiamo fatto in modo che la gente per alleggerirsi debba comprare qualcosa. E' solo un'altra barriera che cade, nella mercificazione della vita.
La logica direbbe che se c'è tanta gente che ha problemi di espulsione delle scorie, occorrerebbe fare pubblicità ad un'alimentazione più sana, con più fibre, o magari alla vecchia cara crusca. Invece no. L'alimentazione è sempre più un processo industriale, e pertanto standardizzato, quindi diventano standard anche i problemi intestinali, le coliti, le diarree, la stitichezza, e si standardizzano a livello industriale anche le soluzioni! Mitico! Siamo dei veri geni!!!
Ogni mattina, quando mi sveglio (e mi sveglio presto appositamente), sto mezz'ora seduto sul cesso a gustarmi il risveglio. E la faccio, senza problemi, ne faccio molta, corposa e puzzolente al punto giusto. Non mi è difficile, basta mangiare con attenzione, basta non mangiare precotti, pre-preparati, e tutto il ciarpame che, presi dalla fretta e senza più neanche il tempo per cucinare, si preleva dagli scaffali.
Chissà, forse l'ultimo fronte della lotta di classe è proprio questo: la resistenza per difendere il cacare naturale... Se Marx, Prohudon e Bakunin avessero saputo che "il capitale" sarebbe arrivato a standardizzare anche questo... chissà come avrebbero cambiato i loro testi storici...
7. Considerazioni personali
Ho orrore (non schifo, ma proprio orrore) della falsità che ci circonda, quella falsità sociale, politica, ed oramai anche interpersonale, quella falsità che propone patti precisi: "Tu fai questo, e poi avvisami, che faccio quello", ma era magari una trappola, erano solo scuse per arrivare a secondi fini. La vita è fatta anche di questo, ma io ho altro da fare. Soprattutto ora che non ci sto a tutte le cose che ho raccontato (anche se lo so che sull'ultima avete sorriso, non negatelo).
Io sono uno che nella vita è riuscito a perdere di tutto, ho perso amici, ho perso parenti, ho perso amori, ho perso complici (ed un complice qualunque vale più di un amico o un parente). Ho perso ideali politici, pensieri filosofici, principi nei quali credevo fermamente, e paletti che mi ero posto.
Tutte queste perdite portano dolore. Ma il dolore ha un confine, una barriera. Oltre quel limite ci sono solo due strade: il rifugio nella follia o la gelida indifferenza. Io non accetto nessuna delle due cose. Non posso rifugiarmi nella follia, ci tengo troppo alla mia vita ed alla mia testa, ed ho anche fin troppo da fare per concedermi alla follia. Poi, chi mi conosce sa che non posso neanche cadere nella gelida indifferenza. Sa bene che non ci riuscirei.
Esiste anche una terza via: quella della ricostruzione, del recupero. Che deve necessariamente passare per un recupero di sè, e dei propri valori personali, deve forzatamente fare in modo che collimino alla perfezione quel che si racconta pubblicamente e quel che si fa agendo nel privato. Per forza.
Il resto? Oramai, tutto diventa irrilevante.
Ed io ho altro da fare. Molto da fare.
Ho cose da recuperare, cose importanti come un più umano contatto con le persone a cui tengo, come un maggiore rispetto per la mia stessa vita, e per quella delle persone che amo davvero, come una maggiore onestà intellettuale nei confronti miei e di chi mi circonda. E devo anche riuscire, nel frattempo, ad essere un buon padre.
A tutto il resto, dico un sonoro no.
Tutto il resto è inaccettabile. E mi ha anche stancato e fiaccato abbastanza.
Pertanto, le trasmissioni sono sospese a tempo indeterminato, e non c'è nessuna garanzia sui tempi di ripresa.
Poi, chi mi deve (o vuole) dire qualcosa, sa come farlo.
Ho molto da lavorare, ma poca voglia. Ho un po' di delusioni che mi attraversano la testa, mi sembrava di stare sulla via di risolvere certe problematiche, ma a quanto pare non è così. Avrò scelto la strada sbagliata, da cui il senso profondo di delusione.
Poi, anche tutto il resto, esterno, è deludente: è arrivato il sì definitivo del Senato al dl sicurezza. Un altro passo verso l'apartheid. Come se la colpa delle nostre crisi e dei nostri guai fossero loro. Non è un problema: che arrestino ed espellino tutti. Da queste parti vedo quotidianamente fabbriche che vanno avanti e non si fermano solo grazie al lavoro straniero, e campi coltivati solo da loro. Fanno il 9% del nostro PIL, e noi creiamo apartheid. Va benissimo così. Quando le fabbriche si fermeranno per mancanza di manodopera a basso costo (ed a bassi diritti, non dimentichiamolo), i loro padroni le sposteranno in Cina, in Moldavia, in Birmania, in Uzbekistan, in Cambogia, in Malesia. Ci sta bene.
Comunque oggi, tra delusioni personali e politiche, non ho la testa di scrivere, per cui diciamo che... se proprio non mi cade un fulmine sulla testa, ci si risente lunedì.
Come vorrei rivedere Napoli.
Il 4 maggio, almeno nella tradizione popolare napoletana, sarebbe
la giornata da dedicare ai traslochi, ma io a dire il vero negli
ultimi tre anni ne ho fatti anche troppi. Per cui basta. ma per
compensare, oggi inizio la mia carriera da pendolare, visto che
mi muovo in treno per andare a lavorare.
Certo, il 4 maggio sarebbe importante anche per altre cose. Tanto
per cominciare, in questo giorno del 1655 nacque Bartolomeo Cristofori,
che quindi oggi festeggia il compleanno. E se per caso qualcuno non
sa chi sia Bartolomeo Cristofori, beh è presto detto. Il personaggio
sarebbe da ricordare con più importanza perchè ai primi del '700
prese un clavicembalo, lo smontò, ed al meccanismo dei salterelli
sostituì quello dei martelletti con lo scappamento, in modo da variare
l'intensità del suono a seconda della pressione del tasto. Al nuovo
strumento diede il nome di Gravicembalo con il piano e il forte. Insomma,
non lo sapeva, ma aveva appena inventato il pianoforte.
Sul fronte del mondo esterno, piuttosto che continuare sulla scia
del mio scorso post, preferisco invitarvi a leggere il breve
ma intenso post dei Disadattati.
E per oggi, è meglio se mi fermo qui.
E' da decenni che si dice sempre, anche a livello sociologico
o antropologico, che la gente quando sta per strada non
percepisce gli altri, e si assiste spesso a scontri ed
urti sui marciapiedi (o se ne è protagonisti). Però devo
ammettere che questa non-percezione della presenza degli
altri si aggrava enormemente in un preciso luogo: il
centro commerciale. E' terribile, sembrano tutti ipnotizzati
tra gli scaffali, e ti suonano il carrello sul sedere perchè
si muovono senza neanche guardare dove vanno. Come automi.
Brrrrrrrrrrrrr.
Ma passiamo a cose più serie.
Oggi Violetta compie due mesi.
Quante cose sono cambiate, anche lei è già cambiata.
In questi due mesi ha imparato un sacco di cose. Soprattutto
a livello di percezione, visto che ora inizia ad interagire
con il mondo circostante.
Un giorno, alcune settimane fa, si è svegliata all'improvviso,
mostrando una soglia di percezione di tutto ciò che è
"esterno da sè" molto sorprendente, anche se il concetto
di "esterno da sè" al momento per lei sarà inesistente o
al più confuso.
Da quel momento, ho iniziato a parlarle, e lei mi ascolta. Le
ho mostrato dei disegni colorati, e lei ha spalancato gli occhi
con l'espressione della meraviglia. Poi mi guarda negli occhi
ed ascolta con attenzione il suono della mia voce.
No no, non è come pensate voi: non le sto parlando di
politica. Giuro :)
Oltre questo, sta crescendo anche in dimensioni... Sia in
peso che in lunghezza. Ed ha fatto un paio di occhi...
che mi incantano ogni volta che fissano i miei.
Per me, la giornata della Terra è stata questa.
Piove. Danni all'agricoltura, situazione di emergenza.
Non piove. Emergenza idrica, pericolo di siccità.
Fa caldo. E' cambiamento climatico, occorrono stanziamenti urgenti.
Fa freddo. I detrattori dichiarano che il cambiamento climatico è una balla.
Occorrono stanziamenti urgenti per riprendere con le emissioni.
Fa caldo per più anni. 11 degli ultimi 12 anni rientrano nella dozzina degli
anni più caldi dal 1800 ad oggi. Occorre una conferenza internazionale.
Capita un anno un po' più freddo. I detrattori dichiarano che il cambiamento
climatico è una balla.
Nevica. Non ne parliamo neanche! Emergenza delle emergenze!
Morale della favola: la meteorologia è diventata politica a tutti gli
effetti.
Nel frattempo, il Worldwatch Institute, uno dei più prestigiosi istituti di
ricerca americani, ha stampato lo State of the world 2009, interamente dedicato al
caos climatico e alla sua cura. Il rapporto reso noto fa il punto sulla situazione
evidenziando le novità nel campo delle emissioni, dei mari, dei grilletti climatici
e della cura.
Nel Dicembre 2009, alla Conferenza ONU sul clima di Copenaghen, si vedrà se la
specie umana deciderà di scegliere il clima in cui vivere o se affiderà il suo
futuro al caso.
State of the world 2009 è un librone di 262 pagine in vendita, e qui non
consiglio mai acquisti, però i capitoli possono essere scaricati, separatamente.
Per chi voglia approfondire, c'è il sito di
State of
the World.
Cronaca dall'Interno
Quando tanti anni fa (nel secolo scorso, anzi nel milliennio scorso) nacqui,
la donna che fu la mia bisnonna, che all'epoca era ancora viva, cucì
per me, interamente a mano, una copertina da mettere sulla mia culletta. E'
stata praticamente la mia prima coperta.
Oggi, nel millennio successivo, ho preso quella coperta, proprio quella,
fatta a mano dalla mia bisnonna, e l'ho messa sulla culla di Viola.
Questa cosa mi ha emozionato tantissimo.
Sono aperte le iscrizioni per l’Earth Hour 2009, l’evento globale per il clima che spegnerà le luci del pianeta.
Sabato 28 Marzo 2009 tra le 20.30 e le 21.30, procederemo spegnendo le luci :).
Sono già 74 le grandi città confermate in 62 Paesi del mondo, da Mosca a Las Vegas, da Oslo a Singapore e Istanbul. E in Italia hanno già aderito 70 tra piccoli e grandi Comuni. Una partecipazione globale e sempre più corale, che risponde all’ambizioso obiettivo della campagna 2009 di raggiungere oltre un miliardo di persone in mille città di tutto il mondo, tra singoli cittadini, imprese, istituzioni e governi. Earth Hour mira a dimostrare una unione d’intenti senza precedenti ed è un appello globale per il clima perché i leader della terra che a dicembre 2009 si riuniranno a Copenhagen arrivino a un nuovo accordo globale per combattere il cambiamento climatico.
Come dato totale, hanno aderito fino ad ora 1.858 centri abitati in 81 Paesi.
Per informazioni: www.earthhour.org.
Cronaca dall'Interno
Grazie al bel tempo, il pomeriggio di domenica
sulle rive dell'Adige è stata molto piacevole. Partecipata, interessante,
e con soggetti nuovi. Insomma, un buon inizio, giusto per rimettermi in moto.
Sempre sul tema interno, oggi
Viola compie un mese (brrrrrrrrrrrrrrrr). Le preparo una piccola
festicciola? :)
Dopo mille peripezie, sono riuscito a rimontare quasi per intero
il mio sistema informatico personale... Era ora.
Ora però dovrò difenderlo, poichè si dice in giro che ora in casa ci sono...
ehm... troppi fili elettrici...